Storia e tradizioni popolari

PROVERBI PER 7 GIORNI(31)

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-CU VOLI BENI NON SENTI FETU D'AGGHIU(Chi vuole veramente bene un'altra persona non si cura neanche della sua scarsa pulizia);

-'U SAZIU NON CRIDI 'O RIJUNU(Chi ha sempre avuto tutto nella vita, non crede all'altrui poverta');

-MUNNU CU MMUNNU NON SI 'JUNCI MAI(Solo i mondi non si possono incontrare mai, ma le persone sì. Mai dire mai.);

-NUDDU PO' DIRI: "JU DI ST'ACQUA NON NI VIVU".(Nessuno puo' dire : "A me ciò non potra' capitarmi mai);

-SEMU TUTTI SUTTA STU CELU(Siamo tutti sotto lo stesso cielo, quindi suscettibili del  bene e del male che può capitarci);

-CU PICCA JAVI CARU TENI(Chi possiede poca roba la custodisce gelosamente);

-CU S'AMMUCCIA ZOCCU FA, E' SIGNU CA MALI FA(Chi nasconde le proprie azioni, il più delle volte ha in serbo qualche cattiveria). 

PROVERBI PER 7 GIORNI(29)

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-OTTOBBRI, VINU E CANTINA DI SARA A MATINA(Ottobre, vino e cantina per tutto il giorno) 

-CU VOLI BENI NON SENTI FETU D'AGGHIU(Chi vuole bene non si cura di nulla)

-A MALU PARRARI, BONA RISPOSTA(A chi ti offende con le parole, rispondi per le rime)

-NON FARI COMU 'U CORI TI CUMANNA(Non agire di impulso, accetta eventuali consigli)

-CU BONU SIMINA, BONU ARRICOGGHI(Chi semina bene, alla fine ne raccoglie i frutti)

-'A VIGNA SI CHIANTA QUANNU 'U VINU NON VALI NENTI('La vigna si piantuma quando le quotazioni del prodotto sono irrisorie. Giunto il momento buono, la produzione avviata costituisce un vantaggio)

-'U CANI MUZZICA SEMPRI 'U SCICATU(La sfortuna perseguita sempre chi ha gia' avuto una vita tribolata)

FESTA DELLA VENDEMMIA 2019 A PIEDIMONTE ETNEO

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Un vero bagno di folla alla Festa della vendemmia di Piedimonte Etneo ediz. 2019. Una splendida sagra ricca di colore, volta ad esaltare una delle tradizioni più sentite della antica civiltà contadina della nostra terra: La vendemmia. Degustazioni, visita ai monumenti, salutare passeggiata tra le suggestive vie del grazioso Centro Pedemontano e tanta tanta musica. All'interno della manifestazione, infatti, organizzato dalla F.I.T.P.(Federazione italiana Tradizioni popolari) siciliana presieduta dal M°Alfio Russo, ha avuto luogo il 7° Raduno del Folclore che ha fatto registrare la partecipazione di oltre 10 gruppi Folclorici provenienti da tutta la Sicilia e della Calabria. Nella clip che segue, abbiamo immortalato alcuni momenti della sfilata e dell'esibizione del Gruppo Folclorico "Voce dell'Etna" che ha aperto la manifestazione.

LA FESTA DELLA VENDEMMIA

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“Finuta ‘a staciuni balniari ora è tempu di jiri a vinnignari”. Questo detto ci conduce dritti dritti verso l’autunno. Il tempo atmosferico degli ultimi anni, un po’ per il troppo caldo, un po’ per l’eccessivo volume di piogge, ha modificato diverse abitudini. Per conoscere l’andamento climatico a breve, medio e lungo termine, si fa ricorso oggi alle moderne tecnologie meteorologiche. Il pericolo di una improvvisa “Rannuliata”(grandinata) essendo sempre in agguato, consiglia agli agricoltori la raccolta anticipata. Una volta ci si affidava alla abilità empirica dei contadini. Loro, attraverso consolidata esperienza, stabilivano quando “vinnignari ” . Talvolta si ricorreva a veri e propri riti, antiche “formulette” tramandate da padre in figlio. Queste pratiche mai accettate dalla scienza, talvolta si rivelavano prodigiose. La civiltà contadina insegnava che quando si andava “ ‘a naso” i risultati erano assicurati. Più che a settembre, era ottobre il periodo scelto per la vendemmia. L’uva, raggiungendo la sua naturale maturazione, non aveva bisogno di certi prodotti industriali cui spesso si fa ricorso ai tempi nostri. Quando si dice: “Cu sapi chi c’abbiunu…” per rendere il chicco d’uva più grosso di quanto dovrebbe essere, probabilmente è vero. Il problema si intende generale e non riguarda soltanto i vigneti. Oggi la terra soffre. Tra abbandoni, incendi e disboscamenti per fini speculativi, si rischia grosso. “Di stu passu, cu sapi unni ni jemu a teniri… Così commenta l’uomo della strada; lo stesso che ancora ricorda come si svolgeva la vendemmia fino agli anni ’50 dello scorso secolo. Dalla Piana di Catania alle estreme periferie della città fino ad arrivare ai paesi della provincia sparsi nei quattro punti cardinali, la vendemmia era una vera e propria festa. Così in tutte le altre località siciliane. Oggi è diventato “spettacolo” grazie alle “Sagre” organizzate nei paesi dove questa tradizione è ancora molto sentita. A Linguaglossa, Piedimonte, Viagrande e in altre località sono in corso. A vinnigna era considerata fra i lavori più utili, piacevoli e remunerativi della campagna. Un avvenimento che tutti ansiosamente aspettavano sperando di prendervi parte come braccianti o come semplici invitati. Nei grandi appezzamenti di terreno si predisponevano anzitempo tutte le attrezzature necessarie. “ ‘I chiummi”(ciurme) gruppi di uomini e donne muniti degli appositi arnesi, si davano appuntamento in un luogo preciso da cui partire. Al seguito, i carretti colmi di “Cufina” e “Panara” dove riporre il prodotto destinato al palmento. Una “processione” affrontata ben volentieri anche per lunghi tragitti. Ci si partiva prima dell’alba. I pigiatori una volta giunti sul posto, indossate le scarpe chiodate o più semplicemente mettendosi a piedi nudi , davano il via alle “danze” . Accompagnati dal suono di friscaletti, cianciani , fisarmoniche, tamburelli, chitarre e mandolini, era tutta una corale allegria. La musica scandiva le varie fasi del lavoro. Il mosto ancora frizzante raccolto nel tino veniva versato nell’otre da “ ‘U mastru du consu” che a sua volta lo consegnava al carrettiere per il trasporto. Le donne tenevano ritte sul capo ceste stracolme di grappoli d’uva. “ È arrivata la vinnigna, la staciuni i l’amuri, mentri cogghiunu ‘a la vigna, ‘nto me cori nasci ‘nciuri(…) E di fatti, tra i giovani cuffari e le vendemmiatrici “Schette”(nubili) spesso sbocciavano sentimenti di tenera simpatia. La vendemmia era anche occasione per memorabili “abbuffate”: Carne, sasizza arrustuta ‘nto canali”(tegola), fagioli, peperoni e “pani ‘i casa” a volontà. Qualcuno preferiva cibi ancora più “sostanziosi”. E allora ecco che il proprietario faceva preparare per loro ampie portate di “ Piscistoccu alla ghiotta” che a detta dei consumatori: “Non si puteva livari ‘da ucca “. Dalla cisterna si traeva l’acqua potabile, più fresca di quella riposta nel frigorifero. La bevevano i bambini. Gli adulti no, convinti com’erano che durante il pasto “ cu l’acqua nasciunu ‘i larunchi”( Rane) ‘nto stomucu!”… Allora meglio cento volte il vino, da bere rigorosamente ‘m petra(a temperatura normale). Quando questo, rosso e limpido spuntava a tavola, si levavano i calici per uno spontaneo brindisi augurale: “Viva lu vinu Sacru e cunsacratu ca di lu celu Diu l’ha mannatu; / cu non ni vivi ‘o non l’ha tastatu, vo diri ca ‘na statu mai vattiatu!/(…). Tra mottetti e canzoni, il rito finale. Raccolta una pentola di mosto novello, dopo averlo “cunsatu” le massaie ne ricavavano una squisita mostarda da servire ben calda.

 

Pubblicato su La Sicilia del 22.9.2019

CATANIA: LE ARENE DELLA MEMORIA

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Dove sono andate a finire le Arene cinematografiche di una volta? Qualcuna ancora oggi resiste a Catania,   ma per loro non è più tempo. Passata la Bella Epoque  e quella della rinascita seguita  al dopoguerra, non resta granché. Quell’aria scanzonata e romantica che una volta aleggiava in quei locali aperti soltanto d’estate, non torna più . Mancano I sublimi odori sprigionati dai gelsomini d’arabia abbarbicati ai muri perimetrali; le voci de “carusi” che tra un tempo e l’altro della proiezione reclamizzavano i gelati;  ‘u zammu’, i cazzusi ca pallina oppure il rinfrescante “Muluni russu” venduto rigorosamente a “ ‘ Fedda” “Stujiti stu mussu ca l’hai fattu ‘i muluni” ammonivano le mamme ai loro bambini.  E che dire du “Gileppu” venduto a 5 lire a bicchiere? ‘U Gileppu era uno sciroppo aromatizzato dai gusti vari( eccezionale quello alla menta) fortemente zuccherato.Si beveva ghiacciato.  Stessa musica: “Non nti nni viviri assai ca ti cascunu  ‘i Jagni”. Per terra poteva cadere di tutto, il terreno ruvido assorbiva ogni liquido.  I sedili di ferro colorati di rosso o di blu, disposti a “Filarata”, per quanto scomodi conferivano all’ambiente un modello di accoglienza unico. Non c’è più poesia” qualcuno direbbe. È vero. ‘A ‘za Jana do trappitu era la proprietaria della nota “Arena Scalia” ubicata a metà strada della V.Vitaliti. Siamo nel quartiere a Nord di Barriera del Bosco.  L’arcigna e intraprendente donna tutta casa e commercio, sosteneva che la sua non era una “Arena” ma un “Cimina all’apertu”. Un giorno un signore le chiese una informazione: “Mi scusi zia Jana, ma è lei la proprietaria dell’arena!?” Risposta: “ cchii!?...’ a quali Arena, Jiu’ Scalia mi chiamu…!”. Il cinema i cui ruderi esistono ancora, lavorava forte nei mesi estivi. Frequentato da famiglie operaie e ragazzi del luogo, I biglietti si trovavano a prezzi convenienti.  Trovare un posto a sedere diventava problematico. Veniva proiettato di tutto: dai film romantici ai western;  dai film con gli  Indiani alla guerra di secessione americana. Quando qualcuno si immedesimava troppo in John Wayne o in Clint Eastwood, ci scappava la scazzottata. Cosa che non avveniva all’arena “delle Rose” della famiglia Lombardo. Un locale più a sud dove l’ambiente era un tantino diverso. Un cinema per tutte le stagioni visto che lavorava anche in inverno nella sala al chiuso prospiciente la via del Bosco. A quell’epoca il buttafuori era un certo “Pippo Alettrico” cosiddetto perché manteneva l’ordine a suon di ceffoni. Una mano lesta come poche. Quando un gruppetto di ragazzi rumoreggiava  oltre il consentito durante la proiezione,”Alettrico” si avvicinava a loro silenziosamente. Individuato il più facinoroso della comitiva, lo puntava. Un Sihhhhh!!!  appena sussurrato e via una sonora sberla di quelle che “allampano”.  Ristabilito l’ordine, spariva. Catania comunque vanta una lunga e antica tradizione nel campo delle sale cinematografiche, molte delle quali affiancate da arene. La necessità era quella di lavorare tutto l’anno. Complice gli scenari mozzafiato naturali delle sue contrade, la nostra città attirò a se i migliori produttori registi e impresari dell’epoca. Fu anche  sede fino al primo dopoguerra di una piccola “ Cinecittà .“ Tra il 1887 anno in cui venne edificata l’arena Pacini e per quasi un secolo,   al centro storico come nelle periferie nacquero teatri e arene come i funghi. Impossibile citarli  tutti.  Dall’Arena “Augusteo”(V.Plebiscito) al “Centrale”(V.Etnea);  Dall’ “Esposizione” al “Balilla”; dall’arena Miramare(Ognina) all’arena “Buscemi”(Cibali);  Dall’Arena “Argentina” (V.Vanasco) all’Arena “Adua”(S.Nicolo’ al Borgo) queste ultime ancora attive. Non solo proiezioni ma anche spettacoli canori e teatrali.   Nel perimetro dove oggi svetta  il Grattacielo, oltre all’arena Pacini dal suo caratteristico stile moresco,  esisteva  l’arena Gangi:  la più grande in assoluto con i suoi cinquemila posti a sedere.  Prese il nome del suo proprietario, Giuseppe Gangi cui si deve l’apertura di altri rinomati locali in città.  Agli inizi del secolo scorso, gli esercizi del Sangiorgi comprendevano pure la terrazza estiva  “Kursaal” che fino al 1963, anno della sua dismissione, ospitò raffinate sfilate di moda e le migliori compagnie di Rivista dell’epoca. 

Il mito delle sale cinematografiche e delle arene già in declino  nell’ultima parte del secolo scorso, tra il 2000 e 2009 subì il colpo di grazia.  Soppiantati dalle più moderne e attrezzate “Multisala”  hanno finito per soccombere. Si salvarono in pochissimi. Molte delle arene più famose sono state demolite. In quelle aree oggi  sorgono piazze e monumenti. In qualche caso anche palazzoni in cemento armato.

 

Pubblicato su La Sicilia del 4/8/ '19

 

Nella foto, L'Arena delle Rose. Si trovava in V.De Logu, proprio dove oggi sono ubicati gli uffici della clinica Morgagni.

                            

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