Storia e tradizioni popolari

I RITI DI SAN GIOVANNI IN SICILIA

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I RITI DI SAN GIOVANNI

Ogni cambiamento di stagione si porta dietro riti e antiche consuetudini. Quelle legate alla notte di San Giovanni, tra il 23 e 24 giugno, trovano ancora una certa pratica. Nei paesi dell’entroterra siciliano come nelle periferie delle grandi città, sono ancora più marcate. Si tratta di manifestazioni pagane che con l’avvento del cristianesimo sono state convertite ai dogmi religiosi. I nostri nonni continuano ancora a tramandarci gran parte di queste antiche usanze credute ormai definitivamente tramontate. La rapidità dei cambiamenti sociali e culturali sempre più rapidi e veloci, non sembrano avere influito di molto su questa materia. “Munnu ‘a statu e munnu è”; giusto! I tempi cambiano, la scienza avanza, le tecnologie si fanno sempre più sofisticate ma rinunciare al fascino del mistero è cosa assai difficile. “Non e’ vero ma ci credo”; e così c’è ancora chi nella notte di San Giovanni(meglio conosciuta come “la notte delle streghe) cerca di trarre presagi, curare il corpo e l’anima accendendo falò, raccogliendo erbe e recitando preghiere. Particolare funzione taumaturgica assume ‘ u risinu(la rugiada). Lasciando sopra il davanzale della finestra profumati petali di rose dentro una bacinella, San Giovanni con la sua notturna benedizione esaudirà’ i desideri di chi ne faccia abluzione mattutina. Questa è una pratica molto comune. Le tradizioni di solito variano a seconda dei diversi usi e i costumi dei luoghi, perciò la narrazione di certi eventi presenta versioni diverse da un’area geografica all’altra. Nella marineria, le preghiere di “ Sangiuvanni” servono a calmare le tempeste. In aperta campagna fanno le loro apparizioni le gustose lumache. Si consumano cotte o crude purché con le corna di fuori per mantenerne intatta l’efficacia cabalistica ad esse attribuite. In questo giorno vengono ripuliti gli alveari dell’ottimo miele: “Di San Giuvanni ‘u cupigghiuni(alveare) spanni; di San Martinu ‘ u cupigghiuni è chinu”. A essere considerata magica è proprio l’avvio della stagione estiva con i suoi manifesti eventi astronomici. Il solstizio d’estate notoriamente ha inizio il 21 di giugno, ma in realtà copre un periodo più ampio . Un momento di passaggio che porta la Terra dal predominio lunare a quello solare. Il sole percorrendo il suo più lungo viaggio nella volta celeste, determina una luminosità più accentuata e duratura. Dal 24 le giornate poi cominciano a diventare più brevi. Da qui il proverbio: “Doppu San Giuvanni ‘i jiurnati vanno accuzzari”. In epoca pre-cristiana il giorno del solstizio era considerato sacro come il Capodanno e perciò ritenuto propizio per l’acquisizione, attraverso preghiere e riti mirati, di arti magiche di ogni tipo. Sono numerosissimi i riti divinatori e cabalistici secondo i quali è possibile individuare nella natura la chiave di lettura dei singoli destini. L’argomento ha ispirato poeti e scrittori di tutte le epoche. Della “ Notte di mezza estate”, la notte cioè dove sogno e realtà si confondono, ne parlò Shakespeare nella celebre opera scritta intorno al 1595. Amori, guarigioni, presagi: nell’Abruzzo e nel Molise si dice che la mattina del 24 giugno le giovani che volgono ad oriente lo sguardo possono vedere sul disco del sole nascente il volto di San Giovanni; colei che lo avrà visto per prima si sposerà entro l’anno. Questa credenza popolare ispiro’ a Gabriele D’Annunzio i versi de “La figlia di Iorio” che proprio in Sicilia ebbe un grandissimo successo. Ancora oggi nel popoloso quartiere catanese di San Giovanni Galermo, continua la ottocentesca parata de “I pueta da Vara”. I poeti dialettali saliti sull’antico Fercolo, recitano i propri versi inneggianti al Battista. Ma il giorno dedicato al Santo evangelista è tradizionalmente accostato al Battesimo, ovvero ‘o San Giuvanni. Un vero e proprio patto in cui i contraenti, scambiandosi un vaso di profumato basilico, pronuncerebbero la formula: “Amici semu, cumpari addivintamu, quannu veni ‘a motti ni spattemu”. Si, perché “Mortu ‘u figghiozzu non c’è cchiu cumparatu”, è così. Se è vero che nei riti battesimali il figlioccio erediterebbe il carattere del padrino, questo spiega perché il padrino viene scelto sempre tra le persone ritenute migliori. Nelle famiglie modeste deve essere innanzitutto di casa; lavoratore e di sani principi. Vale per la donna quanto per l’uomo. Tra i nobili, invece, il patto consisteva nell’assegnare già un destino lavorativo al nascituro. 


Pubblicato su La Sicilia del 23 Giugno 2019

PROVERBI PER SETTE GIORNI(1A)

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-CU PO’ FARI E NON FA, CAMPA SCUNTENTI(Chi puo’ fare e si limita, campa sempre scontento)

-CU SPATTI, AVI A MEGGHIU PARTI(Chi e’ preposto alla divisione di un bene, si sceglie sempre la pate migliore)

-CU PUTA A MAJIU E ZAPPA N’AUSTU, NON COGGHI NE’ FRUMENTU E MANCU MUSTU(Chi zappa a maggio e pota ad agosto non raccoglie i frutti sperati)

-AMICI LUNTANU SI VASUNU I MANU(Gli amici che si incontrano una volta tanto, si stimano di più)

-AMICI, AMICI…E VADDATIVI(Gli amici non sempre sono, diversamente di come si professano, veri amici)

-CU TRAVAGGHIA SI FA ‘U JIMMU, CU TALIA SI FA ‘U GIUMMU(Chi lavora rischia di farsi la gobba, chi guarda, non si affatica e non patisce alcuna afflizione fisica)

-A MAMMA ‘E SEMPRI ‘A MAMMA, CU LA PERDI ‘NA VARAGNA(La madre e’ sempre una grande risorsa; La sua perdita crea un vuoto incolmabile).

MAGGIO CATANESE

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Da un po’ di anni assistiamo al progressivo cambiamento climatico. Pioggia, vento e nebbia ci riportano all’inverno anche se siamo in primavera. Nell’aria, perfino gli odori sembrano risentirne. Una volta si diceva che fosse Marzo il mese “pazzerello”, perché “mentre usciva il sole si usciva l’ombrello”. Maggio, il mese considerato la porta dell’Estate, non è da meno. Gli esperti contadini ammonivano: “Cu puta ‘a Maggiu e zappa d’Austu non cogghi granu e mancu mustu”; vedremo quale proverbio tireranno fuori dopo l’eccezionale maltempo che si è abbattuto dalle nostre parti. In questa prima metà del mese, le precipitazioni sono state così abbondanti da indurre gli studiosi a frugare nel passato. Forse si saranno verificati altri casi simili. Di certo sappiamo che non molto tempo fa si verificò un caldo torrido da fare spavento. Quest’anno non si è trattato di semplici “Cacateddi di Majiu” come vuole la tradizione, ma di un evento sproporzionato. Vere e proprie “Bombe d’acqua” hanno messo in ginocchio il Paese. La Sicilia non ha fatto eccezione. A Catania e Provincia, in poco più di due giorni di intensa pioggia si sono ripresentati i soliti problemi. Non è una novità. Non solo. Il termometro è sceso ben al di sotto delle medie stagionali; l’Etna perciò ha continuato a indossare la solita “veste” di neve come a Gennaio. Un vero spettacolo anche per i turisti che lassù possono continuare ad ammirare un paesaggio fuori dal comune. “Maggiu, pi vistirisi pesanti ci voli curaggiu”, dice il proverbio; eppure l’impermeabile occorre tenerselo a portata di mano. Che sta succedendo? “Non si capiu cchiu’ nenti!....Chi vinni nautra vota ‘ u mmennu!??” I commenti ironici si fanno serrati sui social. C’è chi si scambia gli auguri di Natale. C’è pure chi indossa il cappello di Babbo Natale. Ci manca solo l’allestimento del Presepe. Giovanni afferma di essersi recato al supermercato per chiedere un panettone. Non sappiamo se l’abbia fatto davvero. “Tuoni, fulmini e saette”- osserva Elisa: “Benvenuto Novembre!”. E aggiunge decisa: “Il primo che si lamenterà per il caldo, lo picchio!” Melo invece è più poetico: “Tuttu cancia, macari ‘a natura. A Maggiu si sinteva profumu di acqua di Rosi; oggi…d’acqua di celu”. Già! Le rose sono il simbolo di questo mese considerato dai cattolici “ Mariano” per eccellenza. Dal primo all’ultimo giorno, nelle chiese si recita il Santo Rosario per celebrare la Madre celeste. Vale anche per i Santi. “Pi Santa Rita ogni rosa è ciuruta”. Ancora oggi, a Catania, nella chiesa di V.Vittorio Emanuele dedicata alla Santa Umbra il 22 Maggio si fa festa. Le donne, soprattutto, indossando il tradizionale Saio devozionale si recano ad acquistare le odorose rose bianche(Rose di Santa Rita), da riporre ai piedi dell’altare. I rivenditori non mancano. Nella prima metà dello scorso secolo, le funzioni dedicate alla Madonna erano molto più sentite e partecipate. In quasi tutti i luoghi di culto della città si cantava: “Ti Salutiamo Vergine” e “L’Ora che è Pia”, celebri motivi simbolici di devozione alla Madonna. In questo periodo i bambini, dopo mesi di Catechismo, attendevano con gioia di ricevere i Sacramenti della Prima Comunione e della Cresima. Nelle famiglie i preparativi all’evento erano frenetici. Ma ai riti religiosi si sovrapponevano quelli laici e cabalistici. Per i napoletani, Maggio è sempre stato il mese ideale per i traslochi; ciò perché il sole che illumina le case è considerato di buon auspicio. A Catania, il detto: “Maggiu, è ‘u misi unni arraggiunu ‘i scecchi” ha finito per influenzare diversi usi. Va detto che nelle pratiche di divinazione, il ragliare di un asino era considerato assai nefasto per la sua cadenza lamentosa. Pertanto, anche sposarsi in questo mese poteva rivelarsi di cattivo augurio. Per i più scaramantici ancora è così.“Sposa Majiulina, non si godi la curtina.” (La donna che si sposa a Maggio, è destinata a non godere a lungo il proprio talamo nuziale) lo dicevano gli antichi.

 Pubblicato su La Sicilia del 19 Maggio 2019

Nella foto "Allegoria di Maggio"

 

IL TEATRO MASSIMO BELLINI DI CATANIA

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Il “Fiore all’occhiello della città”, “Tempio della Musicalità Catanese”; del Teatro Massimo Bellini di Catania rimane solo il nobile blasone di una favolosa storia che fu. È cronaca dei nostri giorni: Senza i giusti contributi economici, il destino di questo monumento sembra segnato. Tutte le volte che la Regione siciliana decide di “ sforbiciare”, comincia sempre da qui. Da troppi anni ormai è la solita Sol-fa. Ci sono stati in passato, questo è vero, periodi di vacche molto grasse, ma quelle attuali sono troppo magre e rischiano il collasso. “Mamma, questo vino è generoso; …Vacci leggiu, figghiu, ca ti ‘Mbriachi!” È il catanese “lisciu” che, vista l’attuale condizione, così risponde. E dire che Catania avrebbe tanto da recriminare: a partire dal fatto non ha mai posseduto un proprio Conservatorio. “Ma come, la città che ha dato i natali al grande Vincenzo Bellini non ha un Conservatorio!?”… Sono i turisti a chiederselo. La risposta non può che essere un silenzio imbarazzato e imbarazzante. L’unica nota stonata? No. La struttura preposta alla didattica, il Liceo Musicale, si trova azzoppata da inchieste penali che durano ormai da anni: questo basta e avanza per comprendere meglio come vanno le cose. La costruzione del Teatro Bellini fu iniziata nel 1812. L’intento era quello di creare un grande teatro degno della città del “Cigno” . Visto che i lavori per vicissitudini varie vennero bloccati, nel 1820 si ricorse alla edificazione del “Teatro Comunale provvisorio” poi dedicato al maestro Pietro Antonio Coppola. Finalmente nel 1878 l’amministrazione comunale dette l’incarico all’architetto Carlo Sada per realizzare quello “ufficiale”. Il professionista milanese, coadiuvato da altisonanti artisti, non tradì le attese. Il Teatro Bellini venne inaugurato il 31 Maggio del 1890 con L’opera “Norma”. Quello catanese, sia per bellezza artistica che per funzionalità tecnica ed acustica, risultò tra i migliori al mondo. Allorquando apri’ alle dame e ai signorotti i pesanti cancelli, si verificò una ressa incredibile. Il grande frastuono provocato dal disordinato ingresso, procurò un lieve malore al soprano Virginia Damerini principale interprete dell’opera in programma. Ma la cosa più grave doveva ancora accadere. Arrivato alla chetichella l’architetto costruttore Carlo Sada, poco incline ai convenevoli e molto schivo, venne bloccato ai cancelli da un energico inserviente: “Lei cu e’” – gli si rivolse senza tanti complimenti; “Carlo Sada”, rispose garbatamente il professionista. “ No canusciu: si issi fari ‘u bigliettu! ” incalzò spazientito l’uomo a guardia dell’ingresso. Costernato e stupito, a Carlo Sada non rimase che rivolgersi alla forza pubblica per occupare il posto che gli spettava in poltrona. Dopo l’imbarazzo e le scuse delle autorità, per l’architetto arrivarono grandi ovazioni dal pubblico. Di “Teatro Massimo”, non volle mai sentire parlare il noto scrittore e musicologo Francesco Pastura. Lui che aveva eletto come seconda casa il famoso “Tempio musicale”della sua città, ogni volta che qualcuno osava parlare di Teatro “Massimo” Bellini, riceveva un colpo al cuore. Sicche’ andava ripetendo ossessivamente ai suoi alunni e visitatori: “ Vaddati ca Bellini si chiamava Vincenzo e non Massimo!” Nella seconda metà dello scorso secolo, contrariamente alle antiche abitudini, le porte del teatro vennero spalancate al popolino. Alla fine di ogni spettacolo, nei raffinati palchi si trovò di tutto: dallo stuzzicadenti usato all’osso dell’oliva. “Vado fuoriiii all’Aperto” , cantava Cumpari Turiddu nella Cavalleria rusticana; quando da un palco non identificato si udì una voce:….Ta puttasti ‘a cattaa!?”. Soprintendente, Angelo Munzone, raffinato critico musicale e politico (fu anche Sindaco di Catania), il teatro visse momenti di grande splendore. L’orchestra del Teatro Bellini giro’ il mondo facendo conoscere le opere belliniane. Quando prima di varcare il palcoscenico il giovane Luciano Pavarotti ebbe una crisi di panico, fu proprio Munzone a spingerlo in scena.

 

Catania 27.04.’19

LE TRADIZIONI PASQUALI

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PASQUA E LE SUE TRADIZIONI

 

Avannu Pasqua quannu ammatti!? Chissà quante volte c’è lo siamo chiesti. Nel 325 il concilio di Nicea stabili’ che la Pasqua si festeggiasse la domenica, precisamente quella che segue il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera che di solito oscilla tra il 20 e il 22 marzo. La Pasqua è una festa “ mobile”. È considerata Bassa” quando è vicina al 21 marzo, “Alta” quando invece capita nella terza decade di Aprile. Dalle Ceneri al Corpus Domini, tutte le altre feste dipendono da essa. I cristiani ortodossi per i loro calcoli non utilizzano il calendario gregoriano, bensì il vecchio calendario giuliano( calendario romano di Giulio Cesare); per cui la loro Pasqua non coinciderà mai, se non in casi eccezionali, con quella dei cattolici. Sul finire del Sec. XIX ad Acireale successe un fatto tanto strano quanto singolare. Una burla o cos’altro? Forse una semplice “Distrazione di massa”. Fece arrossire le alte sfere della Curia e bisticciare di brutto le opposte fazioni politiche. In quel periodo i preparativi per la Pasqua ebbero inizio come sempre con grande fasto. Dalla domenica delle Palme al Giovedì Santo e fino al Sabato, i Riti si susseguirono con regolarità nelle chiese e nelle piazze. Il popolo si preparò ai festeggiamenti pensando a “Battersi il petto” al cospetto del Cristo morente, e a porre “rimedio” al digiuno quaresimale. Il digiuno, a quel tempo, era una pratica costante. Un comandamento religioso da rispettare assolutamente. Peccato però che la data dell’evento si rivelò sbagliata. Quando il giorno prima ci si accorse dell’errore, le autorità corsero ai ripari. La sera stessa sguinzagliarono sul territorio i migliori banditori della città. Per tutta la notte il frastuono dei tamburi fu assordante e il Leitmotiv sempre lo stesso: “Cu cucina, mi scucina ca no è Pasqua stamatina; e cu havi ‘a cuddura cu l’ova, si la Savva beni ppa ruminica ca veni…”. Tutto poi tornò alla normalità perché a nessuno conveniva attizzare i carboni sulla questione; perciò …” Cu nnappi nnappi de cassateddi ‘i Pasqua!,”A proposito: la Pasqua cattolica del prossimo anno cadrà il 12 aprile. La Pasqua è la festa liturgica più importante. Spiccano i simboli. Tre sono i momenti fondamentali: La Passione, la Morte e la Resurrezione. Nell’ebraismo e’ festa che commemora la liberazione dalla schiavitu’ d’Egitto; per i cristiani, invece, questa solennità ricorda la resurrezione di Cristo e il passaggio dalla morte( quindi dal peccato) alla vita(cioè alla redenzione). Nella nostra Isola, i Riti pasquali più spettacolari li ammiriamo a Enna, Trapani, Agrigento e Caltanissetta. Sono organizzate dalle antiche confraternite locali. Ma la simbologia la troviamo anche nell’arte gastronomica; quella dolciaria in primis. A partire dall’uovo che nelle antiche culture rappresenta il simbolo della vita e della fecondità. La colomba rappresenta il simbolo della pace visto che, come insegna la Bibbia, annunciò a Noe’ la fine del diluvio universale e la riconciliazione di Dio con il suo popolo. L’ Agnello simboleggia il sacrificio di Gesù Cristo. Ma La Pasqua è anche l’evento che consacra il vincolo familiare e l’amicizia. A tavola si fa festa non solo per gozzovigliare ma per stare insieme. Si brinda ai migliori auspici, tenendo ben presente il detto: “ Si fai Pasqua co cufuni, prestu ti godi ‘na bedda staciuni”. Ma dalle nostre parti si dice pure: “Cu jiavi rinari ‘Nto bussinu, fa Pasqua, Natali e San Martino”. I ricchi a tavola non badavano a spese. “Chi ni faciti truvari ppi Pasqua?”- chiedeva il nobile proprietario alla servitù- “Chiddu ca ossia voli”, si rispondeva. in base alle proprie risorse economiche, ciascuno faceva la conta di quante portate avrebbe imbandito il proprio desco.

Nelle famiglie povere i componenti erano contenti quando potevano gustare pietanze non sempre alla loro portata. Per Pasquetta, giorno in cui Gesù si manifesta al’Angelo, si ricomincia. Si fa la “Scampagnata” per onorare la bella stagione. Tiene banco la salsicciata innaffiata da buon vinello dell’Etna, perché “ A Taula ci voli facci di Monicu”; ovvero, non c’è da vergognarsi di assaggiare un po’ di tutto.

 

 

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