Storia e tradizioni popolari

PORTE E BASTIONI DELL'ANTICA CATANIA

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Il recente restauro effettuato nella facciata del monumentale palazzo Biscari alla marina, ha riportato alla luce particolari interessanti sulle antiche mura cinquecentesche che cinsero Catania. Si tratta solo di una breve porzione, ma quanto basta per mettere in risalto la loro solida e poderosa consistenza. L’attenta ripulitura effettuata, ha “svelato” i conci in pietra lavica squadrati di cui il manufatto difensivo è composto. Quasi tutto questo materiale, ci ricorda la storia, proviene dalla dismissione di antichi monumenti; soprattutto dei teatri Greco-Romani, fiore all’occhiello della città. Viste le frequenti invasioni via mare cui Catania era soggetta, nel periodo Medievale il tempo delle fortificazioni fu ritenuto maturo. Un suggestivo dipinto del pittore Lucio Cammarata, illustra una sanguinosa battaglia tra Saraceni e Normanni verificatasi anticamente nel “Piano di Sant’Agata”(Attuale piazza Duomo). L’opera, oggi di proprietà privata, è davvero ragguardevole: misura 3,5x1,75. Un documento iconografico prezioso in quanto sullo sfondo si intravede la “Ecclesia Munita”, Cattedrale-fortezza fatta costruire dai Normanni nel 1091. L’edificio ebbe la doppia funzione di luogo di culto cristiano e avamposto difensivo. Venne affidata al vescovo-guerriero bretone di nascita, il benedettino Ansgerio. Il gran Conte Ruggero I aveva da poco liberato l’Isola dal dominio musulmano, quando all’alba del 1095 alcune feluche saracene sbarcate alla rada dei sette canali, tentarono la riconquista della città. Lo scontro fu durissimo. Lasciò sul terreno centinaia di soldati. Alla fine gli invasori furono respinti è costretti a ritornare da dove erano venuti. Le cronache raccontano che il sangue versato sarebbe stato talmente copioso “Da tingere il fiume Amenano di un rosso vermiglio”. Era necessario dotare la città di sistemi di sicurezza tali da scongiurare altre possibili “sorprese”. La prima cinta muraria fu segnata da piccole torri a pianta quadrata. Racchiuse l’agglomerato urbano limitatamente alle case e ai monumenti sparsi in un raggio assai modesto. Col tempo, la crescita della città e le calamità naturali avrebbero imposto il rifacimento e l’ampliamento delle protezioni difensive. A questo pensò l’imperatore Carlo V, allorquando comandò al Vicerè Juan de Vega di procedere a una nuova fortificazione della città. Incaricato della progettazione fu l’ingegnere militare Antonio Ferramolino. I lavori iniziarono nel 1541. Vista la complessità dell’impresa, andarono parecchio a rilento. In corso d’opera, come testimoniano le piantine topografiche successive degli ingegneri Tiburzio Spannocchi e Antonio Locadello, il progetto originale venne ampliato e arricchito di nuovi sistemi difensivi. Le mura furono del tipo “ a scarpa”, concepite cioè con criteri militari di rafforzamento. La forma “trapezoidale” garantiva infatti il massimo della solidità. La cinta muraria era dotata di “Porte” e “Bastioni”. Le porte si “aprivano” nelle varie direzioni, seguendo le rotte commerciali. Originariamente erano sette quelle più importanti. “Porta di Carlo V”, “Saracena”, “Decima”, “di Ferro”, “di Aci”( o Stesicorea), “ Sant’Orsola”, “del Re”. La “Porta del Fortino”( o De Ligne, dal Vicerè che la inaugurò ) nacque successivamente sulle lave fumanti che nel 1669 invasero la parte Ovest della città. Nessuna ha resistito al tempo. Ad eccezione dei resti della “Porta Decima”, tutte le altre figurano solo sulle carte turistiche. Gli undici Bastioni ebbero finalità di avvistamento e difesa. I Bastioni di “Don Perrucchio”, “Porto Puntone”( Grande o del Salvatore), “San Giorgio” e “ S.Croce”, furono quelli prospicienti al mare. I Bastioni di “San Giuliano”,” San Michele”, del “Santo Carcere”, “San Giovanni”, “Sant’Euplio”, degli “Infetti” e del “Tindaro” erano anch’essi dislocati negli altri punti strategici. Del loro originario splendore, rimangono residue ma significative tracce sparse. Danneggiate terremoto del 1693, l’uomo poi ci mise del suo. Nella ricostruzione che seguì, vennero inglobati dai nuovi edifici pubblici e privati. Nel 1621, per facilitare il percorso della processione agatina, vi fu la necessità di riordinare la zona della marina. Don Francesco Lanario duca di Carpignano, vi fece costruire alla base delle banchine. Trovò la sua collocazione pure la fontana con il bassorilievo di Sant’Agata. Questo monumento ricorda il punto esatto da cui vennero imbarcate le sacre reliquie, dopo la sosta notturna nella scomparsa chiesa di San Giorgio, verso Costantinopoli.

Nella foto, Particolari della cinta muraria in via Dusmet.

Pubblicato su La sicilia del 24.04.2022

PASQUA 2022: I DOLI DO SIGNURI

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In occasione del cammino verso la Santa Pasqua di quest’anno, è stato riproposto nella chiesa Sacro Cuore al Fortino, lo spettacolo musico-teatrale “I Doli do Signuri”. Protagonista, il gruppo de “I Colapisci” composto da Carmelo Filogamo, voce e basso; Silvio Carmeci, fisarmonica; Pippo Grillo, primo mandolino e chitarra; Santo Privitera, secondo mandolino e mandola. A seguito del triste scenario di guerra in terra ucraina, quest’anno l’evento è stato particolarmente sentito. I Momenti più drammatici proposti dallo spettacolo sul tema della sofferenza, ha reso assimilabile il Martirio del Figlio di Dio alla sofferenza patita dai popoli schiacciati dalle guerre. La chiesa del Sacro Cuore al Fortino, ubicata nel cuore del popoloso quartiere a sud-ovest di Catania, a pochi passi da Porta Garibaldi, è luogo altamente simbolico. In epoca risorgimentale”-spiega il parroco don Rosario Mazzolaro-“ la sottostante cripta è stata teatro di un cruento scontro tra l’esercito borbonico e le truppe garibaldine”. Fu versato tanto sangue. Il sacro luogo avrebbe poi tra l’altro ospitato le salme dei patrioti giustiziati nel 1937, prima cioè del loro definitivo trasferimento nel vicino cimitero monumentale di Catania. Fin qui la storia. Tornando invece alla manifestazione religiosa, “I Doli do Signuri” ripercorre, tra poesie, nenie, lamenti, antichi canti e brani del Vangelo, il doloroso calvario di Gesù Cristo in cammino verso il Golgota. Il Verbo diventa così l’unica fonte a cui attingere per comprendere appieno il vero significato del mistero pasquale. Questo è il messaggio che si è voluto veicolare. Quattro sono state le tappe scandite nella rappresentazione: Il dolore della Madonna, la Passione e morte di Gesù Cristo, la Pietà e la Resurrezione. Povera ma essenziale la scenografia. Attorno alla croce recante alla base il volto dolente del Cristo(carboncino su stoffa, opera della maestra d’arte Francesca Privitera), i musicisti hanno alternato alla musica, lunghi silenzi e momenti di preghiera. Intensa e commovente è stata infine l’esecuzione a due voci dell’Ave Maria di Bach-Gounod, eseguita al mandolino dal bravissimo Pippo Grillo accompagnato alla mandola da Santo Privitera e dalla chitarra di Carmelo Filogamo. Una novità introdotta quest’anno. “Cu du’ ligna ‘ncruciati, Diu savvò lu munnu”, è la riflessione finale. Caduto il velo listato a lutto, issato quello bianco della Resurrezione, ecco il gesto simbolico in segno di speranza.

 

Nella foto, il Gruppo de "I Colapisci"

 

PASQUA 2022

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Rondini che svolazzano attorno a un mandorlo in fiore; sullo sfondo, una coppia di campane sembrano annunciare l’imminente arrivo della Pasqua. Nel sussidiario della scuola elementare di una volta, la primavera veniva illustrata così. Trovava posto pure una filastrocca, una poesia o uno scritto di famosi poeti e scrittori pedagogisti dell’epoca. Ada Negri, Vincenzo Caldarelli e Giovanni Rodari erano tra questi. I loro componimenti si imparavano a memoria. La recita doveva essere quanto più diretta ed espressiva possibile. La maestra(o il maestro) lo pretendeva. Ancora si ricordano. Oggi una “rondine non fa più primavera” e né le campane annunciano la Pasqua. Lontani sono quei tempi. La scuola è cambiata; non è più quella di prima. Il caro sussidiario, anche se in realtà non è mai andato in soffitta, quello “vecchia maniera” resta un reperto per pochi nostalgici. Nelle classi elementari si parla poco o niente di riti cattolici; questo argomento si continua ad evitare per “non offendere”- si dice- le altre religioni. A essere contestato è perfino l’esposizione del Crocifisso nelle aule. “Ma vi pari giustu!?…Viri a chi puntu semu arrivati…”sentenzia “ ’a ‘za Sara ‘a saristana. Fortunatamente, oltre le mura scolastiche, resistono ancora molte delle tradizioni legate al passato. Si continuano a praticare per devozione e costume. In Sicilia, quando si parla della Santa Pasqua, si fa riferimento ai suggestivi riti religiosi che la caratterizzano. La Settimana della Passione è sacra; è proprio il caso di dirlo. In alcune località dell’entroterra siciliano, gli antichi riti sono rimasti tali e quali quelli di una volta. Non hanno subito variazioni. Di generazione in generazione, anche i giovani vi partecipano con canti, nenie e preghiere. Salvo rare eccezioni, solo i riti di autoflagellazione sembrano non essere più praticabili. In alcuni capoluoghi di provincia, i riti della Settimana Santa sono parte integrante dei costumi locali. La popolazione ne resta coinvolta sia attivamente che emotivamente. Sono note in tutto il mondo le processioni penitenziali che si svolgono a Enna e Caltanissetta. A Trapani, è famosa la “processione dei misteri”; richiama ogni anno turisti da tutto il mondo. Superata la fase più acuta della pandemia, dopo due anni di forzata pausa, le timide aperture di questi giorni hanno fatto segnare la tanto auspicata ripresa. A Catania e in provincia, le “cantate poetiche”, vere e proprie preghiere, continuano ancora a fare rivivere il clima drammatico della settimana dedicata alla Passione e morte del Cristo. Alcune sacre rappresentazioni sono state effettuate quest’anno in in alcune chiese dei quartieri periferici. Al centro della rievocazione, è la nobile figura di Maria addolorata racchiusa nel suo mantello di dolore. Oggi ripensiamo a tutte quelle mamme che hanno perso i loro figli in circostanze drammatiche o nelle guerre sparse i tutto il mondo. “Maria e peri di la cruci stava,/ lu sangu di lu Figghiu stizziava/ e cu li carni d’idda si juncia/ si qualche vota l’occhi si isava/. Non c’è cunottu ca ci po’ bastari/ ‘nterra la morti torna ‘a scarpisari/ lu celu cupu pari lacrimiari/ supra sta matri ca sta cca ‘a prijari.( Da I Doli do Signuri). Fino agli inizi degli anni ’60 dello scorso secolo, per tutta la settimana in cui si commemorava la morte del Cristo, era bandita qualsiasi forma di frivolezza. Dopo la funzione del Giovedì Santo, veniva esposta la statua del Cristo Crocifisso. Le campane venivano legate perché non suonassero; I campanili, di conseguenza, rimanevano rigorosamente chiusi. Nelle abitazioni, tutti gli specchi dovevano essere coperti. Durante le funzioni liturgiche, il suono della campanella veniva sostituita dalle cosiddette “Troccole”, speciali strumenti in legno dal suono lugubre. Il Venerdì Santo, era assolutamente proibito mangiare qualsiasi tipo di carne, altrimenti sarebbe stato peccato mortale. Dopo la Santa messa e la Via Crucis, era buona norma(ma lo è ancora) baciare, nel Crocifisso, le piaghe del Cristo Morto. Molte di queste usanze furono poi abolite dal Concilio Vaticano secondo, celebrato a più riprese dal 1961 al 1965. A differenza di oggi, la resurrezione si celebrava a mezzogiorno e non a mezzanotte. Il motivo era semplice: Anche i bambini dovevano partecipare alla gioia. “Cuntenti comu ‘na Pasqua” si dice. Al momento dello scioglimento delle campane, tutti si fermavano. Chi si trovava in strada si inginocchiava; chi era a casa, correva a pregare davanti a una immagine sacra. La Pasqua era pure occasione di perdono e di vicendevole rappacificazione. Le pietanze della tradizione, preparate con cura nei giorni precedenti, servivano soddisfare il palato ma anche a riunire tutti i commensali davanti al desco imbandito per l’occasione. Anche oggi, malgrado tutto, è così. Buon appetito e …Auguri!

 

Pubblicato su La Sicilia del 17.04.2022

lLUOGHI DEL CULTO AGATINO

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“Sant’Aita, Sant’Aita, è misa ‘nta lu chianu cu la so spata mmanu ca varda la città. E tutti ‘i viddaneddi ca scinnunu a Catania, virunu ‘a Sant’Aita lu populu ca c’è!!! E’ l’incipit di una antica cantata popolare che inneggia alla Vergine e Martire Agata. Questi versi furono ispirati all’anonimo poeta, dalla settecentesca statua che campeggia nella facciata barocca del Vaccarini. I tre ordini in marmo di Carrara, sono sorretti da antiche colonne granitiche provenienti dall’Anfiteatro romano. Recuperate dalle macerie causate dal disastroso terremoto del 1693 , molte di queste colonne adornano o sorreggono alcuni importanti monumenti e antichi palazzi nobiliari. Uno di questi pilastroni, possiamo ammirarlo a piazza dei Martiri( ‘o chianu ‘a statula); è sormontato da una statua raffigurante Sant’Agata nell’atto di calpestare un’idra. La pregiata opera dello scultore palermitano Giuseppe Orlando, risale alla seconda metà del settecento. Ricorda il miracolo agatino della liberazione dalla peste, avvenuto nel 1743. Come ogni anno, la festa di Sant’Agata è l’occasione giusta per ammirare nei dintorni del Centro storico, i monumenti dedicati alla Santa Patrona. In primis le chiese che ricordano le vicende del martirio. All’interno di esse, attraverso opere e testimonianze visive esistenti, sembra aleggiare ancora lo spirito della Santa. Un’occasione di conoscenza soprattutto per i turisti; ma anche per i tanti catanesi che dovrebbero meglio alzare lo sguardo verso la storia della propria città. Sant’Agata è Catania, così come Catania è Sant’Agata; un rapporto inscindibile che si è mantenuto sempre solido nel tempo. Da due anni a questa parte, le dirette televisive hanno dovuto puntare per necessità il proprio obbiettivo sulla Cappella di Sant’Agata. E’ li che si stanno svolgendo i riti liturgici. In tempi normali si sarebbero celebrati- come sappiamo-nell’altare maggiore. “Necessità obbliga liggi” dicevano i nostri saggi. Vale per la storia di Sant’Agata come per altri contesti. Vita e martirio di Sant’Agata, sono ampiamente testimoniati dall’arte. Non soltanto a Catania o nel resto del Paese, ma in tutto il mondo. Da Malta a San Marino, dal Portogallo all’Argentina, oggi anche nelle Mauritius è possibile ammirare sculture, bassorilievi e tele che ben la raffigurano. E’ storia di profonda devozione, che ha attraversato secoli e confini senza flessione alcuna. La Cappella di Sant’agata, chiusa dalla poderosa cancellata in ferro battuto realizzata dall’Architetto-Salvatore Sciuto Patti con la collaborazione dello Scultore S.Puglisi Caudullo, nasce da un atto di grande devozione. Fu voluta dal Vicerè Ferdinando d’Acûna. Risale al 1494. La commissionò la moglie, donna Maria d’Avila, in ottemperanza alla disposizione testamentaria lasciata dal marito. La nobildonna volle far rappresentare il defunto consorte inginocchiato e con lo sguardo rivolto verso la Santa. Senza indugiare troppo nei particolari, preziose sono le sculture del messinese Antonello De Freri. Un altare con un trittico marmoreo che raffigura Agata incoronata dal Cristo e la Madonna; ai suoi lati, i Santi Pietro e Paolo. Nella parte inferiore , degli angeli reggono i simboli della Passione. Nel 1700 vennero aggiunti i monumenti sepolcrali del vescovo Andrea Riggio e del cardinale Camillo Astalli-Pamphilj. Un vero pellegrinaggio è quello che si svolge ogni anno verso il bassorilievo di Sant’Agata alla marina. Un luogo di assoluta devozione, dove depositare ceri e quant’altro. Da lì, secondo la tradizione, nel 1040 sarebbero partite le spoglie della Santa Patrona dirette a Costantinopoli. Il generale bizantino Giorgio Maniace le aveva trafugate per presentarle come bottino di guerra al proprio imperatore. Addossato alle Cinquecentesche mura di Carlo V, il monumento venne fatto costruire nel 1621 dal capitano d’armi don Francesco Lanario duca di Carpignano. Rientrò nel complesso riordino che rese carrabile la zona della marina. Particolare curioso. Questa fontana meglio conosciuta come “Fontana Lanaria” in omaggio al suo committente, è stata oggetto nel tempo di incendi e atti vandalici. Oggi, finalmente si è trovato il modo per proteggerla adeguatamente. Nel 1993 invece si arrivò all’assurdo. Quasi per disperazione, qualcuno la chiuse dentro un orribile cassone di protezione. Sembrava essere sparita. Le proteste furono immediate e la rimozione avvenne pochi giorni dopo….”Cose di Catania!”

 

Pubblicato su La Sicilia del 5.02.2022

GIUSEPPE DE FELICE GIUFFRIDA E LA MUNICIPALIZZAZIONE DEL PANE A CATANIA

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Così come ogni fine anno si traccia il bilancio di tutto ciò che è accaduto nell’arco di 12 mesi, lo stesso accade all’inizio. Ritornando indietro nel tempo, si commemorano fatti e personaggi degni di essere ricordati. In un modo o nell’altro, con la storia si finisce sempre col fare i conti. Su questo non vi è il minimo dubbio. Un buon modo per conoscere particolari nuovi, ma anche un dovere da parte degli studiosi approfittarne per ulteriori approfondimenti. A Catania, quando si parla di storia politico-amministrativa a cavallo tra l’800 e il ‘900, si parla dell’età Defeliciana. Durò lo spazio di quasi quarant’anni ed ebbe come protagonista assoluto l’on. Giuseppe De Felice Giuffrida(Catania 1859-1920). L’uomo del popolo, il “Tribuno” come era chiamato negli ambienti politici; “Nostru patri” come invece devotamente lo chiamavano catanesi. Cosa fece di così importante quest’uomo per essere ancora oggi additato come esempio politico “adamantino”? Non solo perché quando morì ad Acicastello in casa di un suo amico gli trovarono solo pochi spiccioli in tasca, ma perché fu strenuo difensore dei diritti degli umili e degli oppressi. Avendo avuto una visione politica ampia e avveniristica, da deputato e da pro sindaco proiettò la sua città verso il futuro. “Il sole dell’ avvenire”-diceva-“può splendere a Catania più radioso che mai, solo se si opera luminosamente”. Fu un socialista atipico, con una forte vocazione al liberalismo. Questo gli procurò non pochi problemi con i vertici nazionali del suo stesso partito. “Scontri”-riportarono le cronache-“anche fisici”. Lui, uomo arcigno e decisionista, piuttosto che perdersi in giochi e giochetti politici anche allora abbondantemente praticati, amava la concretezza. Basti pensare che pur essendo un uomo di sinistra, nel 1911 votò in Parlamento a favore della guerra libica. Da “uomo d’armi” ebbe qualche esperienza di guerra. Un’antica cartolina riporta la sua effige in un riquadro adornato con la bandiera italiana dei Savoia; a fianco una scritta: “Viva Tripoli Italiana, Viva l’on.De Felice”. Ci assale il dubbio se quella cartolina fosse un ringraziamento da parte dei nazionalisti oppure un attacco sfottente da parte dei suoi stessi compagni pacifisti. Ma fece anche di più. Allo scoppio della prima guerra mondiale, all’età di cinquantacinque anni, si arruolò come volontario per difendere la Patria. “Spiritu contru ventu” lo definirono negli ambienti politici catanesi. A lui si deve la fondazione in Sicilia dei Fasci Siciliani. Nel 1891 a Catania, l’anno dopo a Palermo. In quel periodo preciso della storia, questo attivismo gli costò la detenzione in carcere per motivi politici. La sua figura fu antitetica oltre che a a Crispi, anche a quella un altro politico di destra: Gabriello Carnazza. I loro scontri politici accesero la fantasia del popolo defeliciano che all’epoca della sua prima elezione così si espresse: “De Felici sta niscennu e Carnazza sta murennu; priparatici ‘u tabbutu a stu pezzu di curnutu!”. Tra le molteplici decisioni intraprese a sostegno del popolo, una fece molto discutere: La municipalizzazione del pane. L’iniziativa senza precedenti, fece balzare Catania agli onori della cronaca italiana e non solo. L’esperimento ebbe la durata di 4 anni: Dal 17 ottobre del 1902 al 19 agosto del 1906. Durante questi anni, si registrò la ferma presa di posizione dei titolari delle panetterie. De Felice tirò dritto. Organizzò, sparsi su tutto il territorio, “i Forni” con personale competente comunale. “Il pane arrivò a costare solo 34 centesimi al chilo- riporta in un suo scritto Il prof. Santi Correnti -“a Roma 43 e a Venezia 44”. Le forti pressioni convinsero il governo centrale a intervenire. Il nuovo prefetto Adriano Trinchieri pose una pietra tombale sul quell’esperimento. Chi non la prese bene fu il poeta Nino Martoglio; in una delle sue famose poesie pubblicate su la “Centona” ebbe a sentenziare: “Biniditta ‘dda matri ca vi fici/ binidittu ‘ddu Diu ca vi Criau/ siti daveru chiddu ca si dici/ la vera effigi di lu nnannalau!/ Ma ‘ntra ‘ssa testa chi ci aviti pici?….Cu fu ‘ddu sceccu ca v’addutturau..(..). (Lu ritratto d’un Prefettu).

 

Nella foto, l'on. Giuseppe De Felice Giuffrida

 

Pubblicato su La Sicilia del 2.1.2022

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