MEMORIE BELLICHE CATANESI

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“Ogni annu ci nnè una”. È vero: “ ‘n’annu non è comu a n’autru annu”. Al peggio, non sembra mai esserci fine. “Il più bello dei mari è quello che non navigammo”, scriveva in un suo famoso componimento il poeta Nazim Hikmet. Si aspetta la bonaccia, per farlo; Prima o poi dovrà arrivare. L’anno scorso eravamo ancora alle prese con i vaccini e il covid; in un modo o nell’altro si parlava di …speranza. Oggi la guerra in Ucraina non mostra un solo spiraglio di pace. A Natale si dovrebbe essere tutti più buoni; “Palora ca si dici”, diremmo nel nostro dialetto per semplificare: purtroppo resta la solita “frase fatta”. Il conflitto alle porte dell’Europa pesa come un macigno, anche perché alle grandi sofferenze di un popolo si aggiunge il timore per l’eventuale coinvolgimento di altre Nazioni. La “spada di Damocle” della guerra nucleare è sempre presente, ma è pure un valido deterrente. Meno male. Accadde così agli inizi degli anni ’60 dello scorso secolo. La paventata istallazione di missili a Cuba da parte dell’Unione Sovietica, innescò una profonda crisi tra USA e URSS. Le armi erano ancora “fumanti” visto che il secondo conflitto mondiale era terminato da appena 15 anni. Si era in piena “guerra fredda” e tutto poteva accadere. A Catania, la guerra è ricordata con orrore dai sopravvissuti. Ancora oggi, dalle parti di via Garibaldi e della marina, qualche antico edificio reca inequivocabili segni degli eventi bellici che colpirono la città tra il 1941 e 1943. Oltre alla popolazione, a subire i danni maggiori fu il tessuto urbano della città . Nel dopoguerra i cambiamenti si resero necessari. Furono profondi ma non stravolgenti. Durante la ricostruzione, si effettuò la conta di cosa salvare e no del patrimonio culturale e materiale della città. I parametri si basarono sulle convenienze economiche prima ancora di quelle affettive. In alcune parti della città, dove le bombe sganciate dalle fortezze volanti anglo-americane avevano colpito duramente, non si ricostruì più. Sulle macerie nacquero strade e piazze. Alcune chiese molto danneggiate, vennero abbattute. Tra queste, la chiesa di San Giovanni. Si trovava in via Garibaldi “alta”, quasi addossata al vecchio teatro Eliseo. Nelle vicinanze vi è pure la lapide che ricorda la casa Natale del popolare attore Angelo Musco. Nella cripta di questa chiesa, si trovavano sepolte le spoglie mortali del grande poeta illuminista Domenico Tempio. A seguito della devastazione, vennero rimosse insieme a tutte le altre e tumulate negli ossari comuni del cimitero monumentale catanese. Non solo case, chiese e monumenti, ma anche gli altarini “raccontano” la storia bellica etnea. La nostra città, a testimonianza della profonda devozione dei suoi abitanti, di queste edicole votive o “tempietti in miniatura”, ne possiede una enorme quantità. Sono sparse per tutto il Centro storico e oltre. Senza parlare di quelle esistenti nei quartieri periferici. Spesso la loro presenza ha contribuito alla denominazione toponomastica di un luogo o di una contrada. Innalzate come ex voto per una grazia ricevuta, sono dedicate ai Santi, alla Sacra Famiglia e alle immagini sacre in generale. Molte di queste, anche alla Santa Patrona Vergine e Martire Agata. Sono quasi tutte di grande pregio. Altre sono artigianali ma non per questo privi di valore. Sarebbe stato un peccato perderli. Chi attraversa Porta Uzeda, nota subito la teca contenente il dipinto del Cristo Flagellato. Gli antichi catanesi lo conoscono come “Ecce Homo”. Reca sulla fronte uno squarcio. L’opera pittorica, durante i bombardamenti del 1941 si salvò miracolosamente. Non venne mai restaurata perché, come recita la lapide posta di fianco, “Sia sempre monito di pace”. Una icona molto venerata è quella che si trova nella cosiddetta “calatedda” che immette sulla via Dusmet. Il dipinto riproducente la Vergine Maria è anch’esso tuttora danneggiato. Siamo nel cuore della Civita. “Madre Santissima”-recita la scritta posta alla base dell’altarino-“La tua immagine rovinata dall’infausta guerra, ci induca a pregare di più per la pace”. Restando sul tema: come non citare il glorioso teatro Coppola( già comunale)? Della sua triste storia e dei suoi gloriosi trascorsi, ormai si conosce tutto. Di farlo ritornare agli antichi splendori, però , non se ne parla. Venne abbattuto durante un cannoneggiamento dal mare. A “ bumma ‘i mari” com’era chiamato il proiettile scagliato da una nave da guerra, si impennò andando a colpire in pieno l’antico complesso architettonico nato settant’anni prima del “Bellini”. Di questo teatro, anch’esso ubicato alla Civita, è rimasto poco. Solo il sito che volenterosi giovani da anni cercano di valorizzare attraverso ammirevoli iniziative culturali.

 

Pubblicato su La Sicilia dell'11.12.2022

Nella foto, estate del 1943, l'ingresso dei carri armati alleati al Duomo di Catania

 

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