Storia e tradizioni popolari

CATANIA: C'ERA UNA VOLTA LA TORRE ALESSI

Share

                           

“C’era una volta a Catania”, sembra l’incipit di una fiaba; invece è il racconto del sacco edilizio che flagellò la città nel decennio 1955-65. Niente lieto fine, però. La mano dell’uomo, stavolta potè più della natura. Soprattutto nel Centro storico si appuntò il cambiamento. Chi pensò di dare un volto più moderno alla città, rimase profondamente deluso. Buona l’intenzione, ma niente di più. Il nuovo assetto urbanistico che doveva portare Catania a competere con le grandi città, non essendosi pienamente compiuto, lasciò nel territorio profonde ferite non ancora sanate. “Le cose fatte a metà, puzzano”, questa è comune convinzione. Lo sventramento del Vecchio San Berillo è cosa assai nota; un triste simbolo, tanto per rimanere in tema. Se poi ci spostiamo nelle periferie, scopriamo che le cose non sono andate meglio. Catania “Milano del sud” durò solo lo spazio del “boom edilizio”. Quella “esplosione” devastò pezzi importanti del territorio. Si costruì sfruttando anche il minimo spazio, ma soprattutto si cancellò indiscriminatamente senza una effettiva selezione. Fu così che insieme alle casupole fatiscenti, caddero edifici di grande pregio artistico e monumenti storici di rilievo. I cittadini si domandano quanto preziosi sarebbero stati questi edifici, in termini di decoro urbano, se fossero stati ancora in piedi. Avrebbero potuto essere il fiore all’occhiello di una città ricca di storia qual è la nostra. La Villa D’Ayala, al corso Italia; la Villa Carcaci, a piazza Santa Maria di Gesù; La Torre Alessi, alle spalle della Villa Bellini. Pochi ma significativi esempi. Ma ci pensate la Torre Alessi ancora in piedi? Poteva essere uno dei simboli catanesi da esibire ai turisti. Addirittura la “Torre di Catania”. Sotto accusa, oltre ai costruttori dediti al massimo profitto, i proprietari; molti dei quali, nobili caduti in disgrazia, svendettero anche a prezzi di saldo. Ma siccome al peggio non c’è fine, una grande responsabilità l’ebbe pure la sovrintendenza ai monumenti. La demolizione di questo singolare edificio in stile moresco, opera dell’architetto Carlo Sada, fu tutta della sovrintendenza ai monumenti che dette parere favorevole all’abbattimento. La richiesta partì dell’ufficio tecnico. Lo stato di abbandono in cui versava, non poteva essere una valida giustificazione. Né che non ci fosse un vincolo; poteva essere fatto d’ufficio. Si trattava di una Torre-vasca che sul finire dell’800, il cav. Salvatore Alessi aveva fatto costruire per irrigare i vasti giardini sottostanti di sua proprietà. C’era perfino scritto in bella evidenza in una delle facciate. Svettava tra una fitta vegetazione. Nei pressi, la pittoresca via degli Archi (odierna v. Antonino Longo), costeggiata dalla massiccia “innervatura” dell’acquedotto benedettino della Licatia. Il nobiluomo volle unire l’utile al dilettevole, per questo non badò a spese. Affidò il progetto all’architetto più noto del momento, perché di quell’impianto di riserva d’acqua ne facesse un’opera d’arte. Il marchingegno funzionò benissimo.Nei piani soprastanti vennero rispettivamente realizzati un salotto e una piccionaia con 51 nicchie. La terrazza, sormontata da una cupola in ferro ricoperta di rame, dall’alto dei suoi oltre 36 metri di altezza dominava la città. Da quel belvedere, Catania era visibile da tutti i punti cardinali. I visitatori pagavano un biglietto per assistere allo “spettacolo”. Era acquistabile presso un noto negozio di fiori ubicato a piazza Università. Molti i particolari architettonici che caratterizzavano l’edificio: Le scale a spirale di 196 gradini adornate da apposite ringhiere stilizzate; i finestroni dalla strana forma “ a goccia”; balconcini, fregi e lastroni adornavano una facciata color cobalto. La maestosità di questa torre che ispirò al celebre scrittore catanese Vitaliano Brancati il romanzo “Gli anni perduti”, non sfuggì ai fotografi dell’epoca che la ritrassero da tutte le posizioni possibili. Non sfuggirono neanche alcune curiosità legate alla passione del proprietario per il gioco degli scacchi. “Si racconta- afferma lo studioso scacchista catanese Santo Daniele Spina-che il proprietario giocasse a scacchi per corrispondenza contro un avversario residente nella Ducea di Nelson. Per la trasmissione delle mosse, i due giocatori si avvalevano di piccioni viaggiatori allocati su un piano della Torre”. L’opera di abbattimento avrebbe avuto inizio nel 1963. Della Torre Alessi, oltre alle numerose testimonianze storiche e iconografiche, resta il toponimo tra le vie Salvatore Paola e Federico Ciccaglione, nel cuore del popoloso quartiere del Borgo.

 

Nella foto, La Torre Alessi.

Pubblicato su La Sicilia del 4.07.2021

 

MONUMENTI CATANESI "ITINERANTI"

Share

 

Giova ricordare la nota canzone “Fatti più in là” per narrare vicende riguardati chiese e monumenti per così dire…”Itineranti”. Al netto delle calamità pubbliche dovute ai terremoti, alle colate laviche e quant’altro, la mano dell’uomo ha avuto un ruolo rilevante. Chiese, palazzi, edicole e statue comprese, subirono indistintamente lo stesso trattamento. Per fare posto alle opere di pubblica utilità non previste prima: o vennero definitivamente cancellate oppure spostate altrove. A questo, aggiungiamo i pregiudizi. Catania, come tutte le città in via di espansione, nei secoli è stata dotata di piani regolatori che però non vennero pienamente attuati né rispettati. Da qui il problema. Quando i nodi venivano al pettine, si correva ai ripari e… “ Amara a cu ci ‘ncagghiava!” Il ventaglio delle soluzioni si apriva, soffiando nelle più disparate direzioni. Le chiese esistenti nelle aree marinare, furono quelle che in passato subirono di più. E’ il caso della modesta chiesetta di Sant’Euplio, a Ognina, abbattuta per fare posto al cavalcavia del lungomare. Quest’opera risalente ai primi anni ’60 dello scorso secolo, ha avuto un impatto ambientale devastante. Al Santo Diacono sarebbe stato intitolata anni dopo, una nuova parrocchia nella zona opposta a quella di prima. La stessa sorte toccò alla chiesa del “Salvatorello”. Fonti iconografiche la mostrano misteriosa e austera su un promontorio a picco sul mare. Il Verga vi ambientò perfino una novella: “La festa dei morti”. In epoca post-risorgimentale venne demolita per la costruzione del porto e della ferrovia. Di essa non rimase nulla; solo una cappelletta edificata simbolicamente anni dopo. Si trova in via Dusmet, confusa tra gli esercizi commerciali della zona portuale. Secondo la tradizione, ospiterebbe il cinquecentesco busto ligneo del Redentore. Per fare posto al parterre della stazione( ‘u passiaturi), invece, venne demolita la prima chiesa do “Signuri Asciatu”( Il Signore ritrovato) risalente alla fine del ‘700. Edificata sulle sciare dell’Armisi, nel luogo del ritrovamento del prezioso S.S. Sacramento trafugato giorni prima dalla chiesa San Francesco da Borgia, questo luogo di culto venne riedificato circa 200 metri più a nord: sulla via VI Aprile dove ancora oggi si trova. “I cosi jànu ‘i peri”, sostennero molti catanesi; e non hanno tutti i torti. Quando per fare posto alla statua di Garibaldi venne abbattuta la famosa artistica “Edicola Pettinato” tra le vie Etnea e Caronda, vi fu una mezza rivoluzione a Catania. Quella, oltre a essere una edicola molto fornita, era un luogo di ritrovo popolarissimo. Frequentata da nobili e popolani, senza distinzione alcuna. Come contropartita, al proprietario venne offerta una bottega in Via Umberto, più un congruo gruzzoletto di denaro. E un un poeta dialettale catanese sentenziò: “(…)Ci dìssiru: te cca’, mi s’arrizzetta;…e ci muddànu ‘mmanu ‘na mazzetta”. Ma non fu più la stessa cosa. Chiuse i battenti in pochissimo tempo. Tutta colpa di quella “maledetta” statua: “Giustu, giustu cca jivu a cascari??!!” La rabbia fu totale; influirono pure motivi politici. Il monumento stette “sullo stomaco” alla stragrande maggioranza dei cittadini. “Troppo grande e grosso”, si disse. Massiccio il basamento, ingombrante la scultura. La ribattezzarono “ ‘a statula panzuta”. La città di Motevideo che l’aveva commissionata, la respinse per scarso gradimento. Lo scultore Ettore Ferrari( Roma 1845-1931) ci rimase male. L’allora sindaco Giuseppe Pizzarelli, suo amico personale e fratello Massone, volle economicamente sostenerlo acquistando l’opera. Il costo non si seppe mai. Dopo essere stata custodita per anni dentro un deposito comunale, qualcuno pensò di sgomberare la statua anche da lì. Si studiò dove collocarla. Alla fine la scelta ricadde su piazza Cutelli. Non fu una felice idea. Per situarla in questo luogo, bisognava prima abbattere l’artistica colonna dorica preesistente. I civitoti erano molto affezionati a questo monumento. Appena cominciati i lavori di rimozione, un agguerrito gruppo di facinorosi li bloccò. La vicenda della Dea Pallade, fu un caso a parte. “ ‘A Tapallira”, così venne dispregiativamente denominata dai catanesi quest’opera dello scultore palermitano Giuseppe Orlando. Originariamente si trovava a piazza Università. Le critiche cominciarono sin da subito. Non piacque soprattutto alle donne. Questa “Dea” sembrava “ancheggiare” troppo. Le sue movenze giudicate provocatorie, vennero considerate indecenti. Eppoi… a due passi dal Duomo, la casa di Sant’agata…”Ma unni semu arrivati!” Appena il Clero fece la sentire la propria voce, quella scultura da lì venne fatta sloggiare. Doveva andare via il più lontano possibile. Al Borgo, dove venne ricollocata, assunse il toponimo popolare di “ Tapallira do’ Buggu”. Oggi a essere considerata “itinerante” è la scultura “ Il Cavallo morente” del maestro Francesco Messina. E’ stata già spostata diverse volte. Ma questa è un’altra storia.

 Nella foto, la statua di Garibaldi

Pubblicato su La Sicilia del 30.05.2021

CATANIA: PORTA GARIBALDI( L'ARCU 'O FUTTINU)

Share

 

Per le guide turistiche è “Porta Garibaldi”, per i catanesi che si definiscono “Marca Liotru”, è “L’arcu ‘o futtinu”. E’ un “Arco trionfale” una porta di Bellezza, non un fortino. Il vero “fortino” quello ancora esistente più a sud, in via Sacchero, è ben altro. E’ una porta appartenente alla cinta muraria cinquecentesca, danneggiata dall’eruzione del 1669 e prontamente fatta ricostruire sulle lave ancora fumanti. Con la sua imponente struttura zebrata, modellata a “conci squadrati” ricavati dalla pietra dell’Etna e dal bianco della pietra di Lentini, Porta Garibaldi non passa affatto inosservata. Definirlo uno dei simboli più importanti e conosciuti della città, è ancora troppo poco. Nobile, popolare, capolavoro Barocco dai tratti un po' misterici. Reca in sé alcuni importanti e significativi segni della catanesità, a partire dal celebre motto voluto dal principe Ignazio V principe di Biscari e dettato dal pari titolo Rosso di Cerami “Melior de cinere surgo” (Risorgo sempre più viva dalle mie ceneri). Non a caso, al centro, nella parte più alta dell’arcata, svetta una enorme scultura che raffigura la Fenice, simbolo di continuità e rinascita. Perfettamente in asse col Duomo, chiude come una quinta scenografica la via Garibaldi. L’occhio che corre lungo l’asse stradale lievemente in salita; in un bizzarro gioco prospettico, fa apparire molto rimpicciolito questo monumento. Il capolavoro architettonico realizzato ”in famiglia” su progetto dall’architetto Stefano Ittar in collaborazione col suocero ing. Francesco Battaglia, proprio in questi giorni ha compiuto 253 anni. Emulando gli antichi romani che usavano elevare Archi trionfali durante importanti avvenimenti, i catanesi ne vollero costruire uno dedicandolo a Ferdinando I re delle due Sicilie, convolato a nozze con la principessa Maria Carolina d’Austria. Era il 13 maggio del 1768. Una incisione dello Zacco del 1780 riproduce il lato esterno della porta, affiancato da due torrioni tronco-conici, demoliti nell’800. l maestoso “Arco trionfale” mantenne il toponimo “Porta Ferdinandea” in onore del sovrano, fino al 1860; poi allo scoppio della rivolta contro i Borboni, quella dedica fu cancellata. Diventò Porta Garibaldi nel 1862, allorquando l’eroe dei due mondi entrò in città al grido di “Roma o Morte”. Abbattute le insegne borboniche; sostituiti con un grande orologio i ritratti ovali dei reali, il monumento cambiò status: da simbolo nobiliare diventò simbolo del popolo. Ad esso vennero addossate delle costruzioni e, al centro della piazza, un enorme abbeveratoio servì per preparare gli equini al tortuoso viaggio verso occidente. Solo col restauro del 1931 tornò a essere austero e solitario come prima. La totale riqualificazione dell’intera area gli ha ridato vigore, facendolo rinascere a nuova e più moderna veste. A prescindere dalla fausta occasione nuziale, la sua costruzione fu un abile pretesto per riordinare una parte nodale della città. Ottenne il duplice scopo di ingraziarsi il sovrano e allo stesso tempo di riordinare l’intera area. Era necessario infatti garantire l’uscita e i collegamenti verso la Piana e la congiunzione della strada per Palermo. L’arco, voleva indicare il “Limes”, la linea di confine naturale del Centro etneo, essendo posto a cerniera di un sistema binario di piazze. La prima( Crocifisso-Maiorana) rivolta verso l’abitato; la seconda( Palestro) aperta sulla campagna; luogo di botteghe, magazzini e fondaci. Non solo. Essendo in prossimità del cimitero, proprio “sutta l’Arcu do furtinu” si scioglievano tutti cortei funebri. Le commemorazioni del defunto di turno, spesso ridondanti nei toni, gli costò all’intera area il toponimo di “Chianu ‘da minzogna”. Più tardi, il grande Angelo Musco rincarò la dose: “Macari ca campò di mala nomina, doppu ca è mortu è sempri la bon’anima!” Fare transitare il feretro sotto l’arco, era come attribuirgli l’ultimo saluto nel modo più nobile e solenne possibile. Atto che in epoche passate, solo ai grandi sovrani e condottieri veniva riservato. “Passànnu sutta l’arcu d’u Furtinu/ ti trovi di Palestru ‘nta lu Chianu,/ e senza fari cchiù tanti vaneddi/ arrivi rittu rittu e tri canceddi.” Questi versi li scrisse agli inizi del ‘900 un poeta illetterato; uno dei tanti figli di questo quartiere destinato a dare i natali a noti personaggi di spicco nel mondo della letteratura, dell’arte e dello spettacolo.

Read more: CATANIA: PORTA GARIBALDI( L'ARCU 'O FUTTINU)

IL COMM. FRANCESCO SPINA CHE SALVO' DUE VOLTE IL PALAZZO DELLE POSTE DI CATANIA

Share

                                                                 

Durante l’ultimo conflitto mondiale, Catania fu tra le città più bombardate d’Italia. Considerata la sua posizione strategica, gli alleati anglo-americani dovettero farsi largo dal cielo e dal mare per avere ragione dei nemici e liberare la città. Le loro ingenti truppe appoggiate dai potenti mezzi bellici di cui disponevano, si lanciarono in sanguinose battaglie che ebbero come epicentro la piana di Catania ed i paesi limitrofi. Su tutto il suo territorio, piovvero bombe a grappoli dalle fortezze volanti americane ma anche dalle navi dislocate al largo della costa. “ ‘I bummi ‘i mari” come venivano chiamate nel linguaggio comune le bordate sparate dalle imbarcazioni militari, furono particolarmente temute. A differenza delle bombe aeree, infatti, le “sirene” poste negli edifici più alti, scattavano quando i primi bersagli erano già stati raggiunti. I grossi proiettili, quando si impennavano, colpivano obiettivi civili imprevisti. Frequenti furono le stragi che causarono. In alcuni quartieri del Centro storico, ancora sono visibili le ferite inferte dalla guerra nel tessuto urbano. Durante le operazioni belliche a Catania e provincia, le vittime si contarono a migliaia. Per non parlare dei feriti, la maggior parte dei quali riportarono danni fisici permanenti. Molti nuclei familiari furono costretti a sfollare nelle località più disparate del capoluogo etneo, e quelle rimaste in città trovavano rifugio in massa nei cosiddetti “ricoveri”(cavità naturali o grotte di scorrimento lavico) che si rivelarono provvidenziali. “ ‘U sicilianu avi cori e sapi pavari” questa scritta campeggiò per lungo tempo sui muri di molte città e paesi della Sicilia. Le ostilità a Catania ebbero inizio sin dal luglio del 1940. Con l’intensificarsi della guerra, tra il 1941 e 42 si registrarono altri cruenti bombardamenti. Quelli più violenti, invece, precedettero la liberazione avvenuta il 5 agosto del 1943. La distruzione subita dalla città fu subito accostata a quelle causate dalla natura, terremoti compresi. Caddero chiese, monumenti, palazzi di pregio artistico. Il Teatro Coppola, alla Civita, centrato da una bomba, è stato distrutto e mai più ricostruito. Soprattutto caddero le case della povera gente. Molti rimasero sotto le macerie perché non intendevano lasciarle balìa degli sciacalli. Mentre da Napoli all’estremo Nord i partigiani lottavano per liberare il Paese dai nazi-fascisti, nella Sicilia già liberata andò diversamente. Il governo militare provvisorio instaurato dagli anglo-americani, ’A.M.G.O.T.( Alied Military Governiment of Occupied Territories), si trovò a fronteggiare il fenomeno degli “sbandati”. Era costituito da renitenti alla leva, disertori, anarchici e agitatori sociali di tutte le estrazioni sociali. I Movimenti separatisti allora molto agguerriti, con il loro braccio armato l’EVIS, dal canto suo ebbe un ruolo centrale nella contesa. Catania pianse i suoi morti, in particolare la piccola Eugenia Corsaro. La giovanissima, appena dodicenne, venne giustiziata dai Nazisti perché sorpresa a tranciare i fili della corrente elettrica all’aeroporto di Gerbini( Enna) dal quale si innalzavano i temibili aerei della Luftwaffe tedesca. Altro merito ebbero le gesta dell’allora direttore Provinciale delle Poste, il dott. Francesco Spina. L’alto dirigente, di famiglia nobile, nipote del chirurgo Francesco Condorelli noto per le coraggiose imprese rivoluzionarie compiute durante i moti anti-borbonici del 1860, salvò in due occasioni il palazzo delle poste, pregiata opera dell’architetto Francesco Fichera( Catania, 1881-1950). Una prima volta, barricandosi nei propri uffici, impedì ai tedeschi in ritirata, di fare esplodere l’edificio già minato. Con questo clamoroso gesto, i militari nazisti avrebbero ritardato l’avanzata verso nord delle truppe nemiche. Il 14 dicembre del 1944, altro valoroso episodio. I rivoltosi, dopo avere dato fuoco al municipio, si diressero verso il palazzo delle poste; avrebbero voluto dargli fuoco con l’intento di distruggere i precetti militari per il richiamo alle armi. Francesco Spina, sfidando le ire dei facinorosi, si precipitò in strada nel tentativo di dissuaderli. Ci riuscì dando loro una falsa comunicazione: “E’ inutile che incendiate l’edificio”- disse-“ tanto le corrispondenze sono ormai tutte in distribuzione…” Il gruppo si disperse alla ricerca dei postini che, fortunatamente, in quel momento erano tutti in concedo temporaneo. Nel 2004 a Francesco Spina è stata intitolata una piazzetta del quartiere Barriera-Canalicchio, del quale fu delegato sindaco fino al 1958 anno della sua scomparsa.

 

Nella foto, il ritratto del Comm. Francesco Spina

Pubblicato su La Sicilia del 25.04.'21

VILLA BELLINI,IL GIARDINO DEI NOSTRI RICORDI

Share

 

La Villa Bellini è tra i parchi urbani più conosciuti al mondo. Non c’è stato un solo turista che non l’abbia immortalata in una foto o in un pensiero appuntato nel proprio diario di viaggio. Per noi catanesi è il giardino della nostra infanzia. La foto in maschera o con il Sacco devozionale agatino insieme alla famiglia, era un rito irrinunciabile. Ora ce la ritroviamo un pò ingiallita, ma ben viva nella memoria. Sappiamo dal calendario sullo sfondo, il giorno e l’ora esatta. Il fotografo era sempre lì, pronto con la sua macchina professionale per uno o più “scatti”in bianco/nero. Dipendeva da quanto volevi spendere. Si pagava anticipatamente e la foto potevi ritirarla dopo qualche giorno presso lo studio fotografico. A volte te la facevano recapitare a domicilio. Al centro del giardino, lo “sghiccio” alto due metri e i cigni, quelli veri, facevano bella presenza. Quanta emozione quando riuscivi ad avvicinarne uno. Il primo parco cittadino realizzato a Catania, fu quello di Villa Pacini ( ‘A Villa varagghi). Nacque subito dopo gli eventi post-risorgimentali, sulle acque dell’antico porto Saraceno dalla caratteristica banchina d’attracco a “Spina di pesce”. A quel tempo Catania era in piena espansione, non poteva accontentarsi di una modesta villetta troppo piccola anche se parecchio suggestiva. L’obiettivo dell’amministrazione catanese restava quello di dotarsi di un polmone di verde molto più esteso e rappresentativo. La disponibilità da parte della famiglia Biscari a vendere il “Laberinto”, fu l’occasione giusta. L’amena collinetta conosciuta con questo nome, fu luogo particolarmente caro al grande mecenate Ignazio Paternò-Castello V principe di Biscari( 1719-1786). Lì il principe-archeologo aveva fatto scavare delle grotte e costruire dei vialetti “labirintici” a corredo della propria dimora. Il Comune di Catania l’acquistò nel 1853. I lavori procedettero a più riprese. Accorpati gli attigui “Orti di San Salvatore” dopo una lunga battaglia legale sostenuta contro i proprietari, l’architetto Filadelfo Fichera( 1850-1909) potè redigere, completandolo, il progetto finale. L’inaugurazione avvenne nel gennaio del 1883. La ricca flora impiantata, fu per quei tempi una vera rarità botanica. Il Comune non badò a spese, incaricando perfino professionisti dall’estero. Ne vari viali costruiti al suo interno sul modello del vecchio “Laberinto”, vennero creati spazi ludici, piazzali per raduni e mezzi di trasporto, ma anche culturali. I migliori scultori dell’epoca, modellarono busti marmorei a ricordo dei grandi personaggi catanesi. Un ampio spazio venne riservato allo zoo. Nella palazzina costruita sul modello cinese venne allocata una grande biblioteca. Col tempo, altri restauri vennero effettuati. Quello degli anni ’30 dello scorso secolo fu molto consistente. Si lavorò alla realizzazione di nuovi varchi, procedendo a un ulteriore livellamento destinato a cambiare l’ingresso prospiciente Via Etnea. Venne realizzato il cavalcavia su via S. Euplio. L’ultimo restauro risale a poco più di un decennio fa. Villa Bellini è una corda sensibile dell’anima; dal “passeggino” al “bastone di sostegno”, ha scandito il tempo della nostra vita. Un luogo romantico dove le coordinate spazio-temporali si annullano. “ ‘Unni su cchiù ‘i tempi di ‘na vota?...‘ A villa su!!!”. Dicono così i catanesi quando vedono i muri imbrattati dagli idioti di turno, oppure i monumenti vandalizzati da individui senza scrupoli che scorrazzano indisturbati e quasi sempre impuniti. “Tutti i strati pottunu ‘a Villa” dicevano gli antichi catanesi. È vero. “ ‘A Villa” come luogo d’appuntamento, di intrattenimento mondano; “ ‘A Villa” come punto di riferimento per chi dal “Centro” deve spostarsi nei dintorni; “ ‘A Villa” quando da pensionati si va a incontrare…i “colleghi” per una sana chiacchierata. Scriveva in un sonetto il poeta Ciccio Spampinato(1899-1975): (…) “Villa Bellini, a tanti e a tanti genti,/ ccu l’aria pura, fina e profumata,/ cci duna vita, paci e gudimenti./( Villa Bellini). I più nostalgici non perdono occasione per ricordare aneddoti e figure; Quelli appresi tramite i ricordi dei propri genitori, oppure vissuti in prima persona. Come non ricordare l’elefante “Menelik”, regalo del Negus in persona fatto al Regno d’Italia dopo il trattato di Uccialli. Venne donato successivamente alla “Città di Catania” in omaggio al suo Simbolo. E in epoca più recente, nel 1965, il pachiderma “Tony”, gradito dono del circo Togni. Entrambi ebbero poca vita, forse perché non riuscirono ad ambientarsi. Il Pellicano e le scimmie con i quali intere generazioni di bambini giocarono. “ Papà pottimi ‘nti Ginu!”. Questo era il nome della simpatica scimmietta nota per la sua bruttezza. “Pari Ginu, ‘a scimia d’a’ villa” è ancora oggi considerata una ingiuria. A differenza, invece, di “Billonia” da villa. Questa splendida fanciulla venditrice di fiori, nel primo novecento stazionava all’interno del giardino. Vestiva in modo sgargiante, facendo innamorare i giovani del suo tempo. Sparì improvvisamente poco prima dell’inizio del primo conflitto mondiale. Di lei si parla quasi fosse una leggenda.

 

Nella Foto, Il piccolo Nunzio Barbagallo posa per il fotografo alla Villa Bellini.

 

Pubblicato su La Sicilia del 18.04.2021

Additional information