Storia e tradizioni popolari

LE TRADIZIONI PASQUALI

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PASQUA E LE SUE TRADIZIONI

 

Avannu Pasqua quannu ammatti!? Chissà quante volte c’è lo siamo chiesti. Nel 325 il concilio di Nicea stabili’ che la Pasqua si festeggiasse la domenica, precisamente quella che segue il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera che di solito oscilla tra il 20 e il 22 marzo. La Pasqua è una festa “ mobile”. È considerata Bassa” quando è vicina al 21 marzo, “Alta” quando invece capita nella terza decade di Aprile. Dalle Ceneri al Corpus Domini, tutte le altre feste dipendono da essa. I cristiani ortodossi per i loro calcoli non utilizzano il calendario gregoriano, bensì il vecchio calendario giuliano( calendario romano di Giulio Cesare); per cui la loro Pasqua non coinciderà mai, se non in casi eccezionali, con quella dei cattolici. Sul finire del Sec. XIX ad Acireale successe un fatto tanto strano quanto singolare. Una burla o cos’altro? Forse una semplice “Distrazione di massa”. Fece arrossire le alte sfere della Curia e bisticciare di brutto le opposte fazioni politiche. In quel periodo i preparativi per la Pasqua ebbero inizio come sempre con grande fasto. Dalla domenica delle Palme al Giovedì Santo e fino al Sabato, i Riti si susseguirono con regolarità nelle chiese e nelle piazze. Il popolo si preparò ai festeggiamenti pensando a “Battersi il petto” al cospetto del Cristo morente, e a porre “rimedio” al digiuno quaresimale. Il digiuno, a quel tempo, era una pratica costante. Un comandamento religioso da rispettare assolutamente. Peccato però che la data dell’evento si rivelò sbagliata. Quando il giorno prima ci si accorse dell’errore, le autorità corsero ai ripari. La sera stessa sguinzagliarono sul territorio i migliori banditori della città. Per tutta la notte il frastuono dei tamburi fu assordante e il Leitmotiv sempre lo stesso: “Cu cucina, mi scucina ca no è Pasqua stamatina; e cu havi ‘a cuddura cu l’ova, si la Savva beni ppa ruminica ca veni…”. Tutto poi tornò alla normalità perché a nessuno conveniva attizzare i carboni sulla questione; perciò …” Cu nnappi nnappi de cassateddi ‘i Pasqua!,”A proposito: la Pasqua cattolica del prossimo anno cadrà il 12 aprile. La Pasqua è la festa liturgica più importante. Spiccano i simboli. Tre sono i momenti fondamentali: La Passione, la Morte e la Resurrezione. Nell’ebraismo e’ festa che commemora la liberazione dalla schiavitu’ d’Egitto; per i cristiani, invece, questa solennità ricorda la resurrezione di Cristo e il passaggio dalla morte( quindi dal peccato) alla vita(cioè alla redenzione). Nella nostra Isola, i Riti pasquali più spettacolari li ammiriamo a Enna, Trapani, Agrigento e Caltanissetta. Sono organizzate dalle antiche confraternite locali. Ma la simbologia la troviamo anche nell’arte gastronomica; quella dolciaria in primis. A partire dall’uovo che nelle antiche culture rappresenta il simbolo della vita e della fecondità. La colomba rappresenta il simbolo della pace visto che, come insegna la Bibbia, annunciò a Noe’ la fine del diluvio universale e la riconciliazione di Dio con il suo popolo. L’ Agnello simboleggia il sacrificio di Gesù Cristo. Ma La Pasqua è anche l’evento che consacra il vincolo familiare e l’amicizia. A tavola si fa festa non solo per gozzovigliare ma per stare insieme. Si brinda ai migliori auspici, tenendo ben presente il detto: “ Si fai Pasqua co cufuni, prestu ti godi ‘na bedda staciuni”. Ma dalle nostre parti si dice pure: “Cu jiavi rinari ‘Nto bussinu, fa Pasqua, Natali e San Martino”. I ricchi a tavola non badavano a spese. “Chi ni faciti truvari ppi Pasqua?”- chiedeva il nobile proprietario alla servitù- “Chiddu ca ossia voli”, si rispondeva. in base alle proprie risorse economiche, ciascuno faceva la conta di quante portate avrebbe imbandito il proprio desco.

Nelle famiglie povere i componenti erano contenti quando potevano gustare pietanze non sempre alla loro portata. Per Pasquetta, giorno in cui Gesù si manifesta al’Angelo, si ricomincia. Si fa la “Scampagnata” per onorare la bella stagione. Tiene banco la salsicciata innaffiata da buon vinello dell’Etna, perché “ A Taula ci voli facci di Monicu”; ovvero, non c’è da vergognarsi di assaggiare un po’ di tutto.

 

 

I TAULATI DI SAN GIUSEPPI

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“Non c’è Pasqua senza Quaresima”. La Quaresima, un lasso di tempo di Quaranta giorni, gli stessi che Gesù dopo il battesimo nel Giordano trascorse nel deserto. Un cammino di purificazione che una volta per i cattolici comportava penitenza, astinenza e preghiera.  Oggi, ad eccezione dei riti imposti dalla chiesa cattolica, passa quasi inosservata.  Nei secoli scorsi era vietato mangiare la carne nel mercoledì delle Ceneri e tutti i Venerdì prima della Pasqua; poi solo Il Venerdì Santo. In compenso, nelle scuole e nelle parrocchie vennero introdotti gli esercizi spirituali. In molte località esisteva una “Casa degli esercizi” in cui ci si riuniva. Nota, a Catania, era la Casa degli esercizi spirituali dei Gesuiti, dove oggi ha sede lo stallone comunale. Quaranta giorni sono tanti;  “ ‘A moviti, ca si chiu’ longu ‘da Quaresima!!!” e’ una esortazione poco riverente. Come ogni Santo ha i suoi devoti, così ogni festa ha le sua caratteristiche. “ Paese che vai, usanze che trovi”. Se è vero che linguisticamente non c’è omogeneità neanche tra i quartieri limitrofi all’interno  di una stessa città, figuriamoci in territori più vasti. La storia è ricca di dispute tra devoti per affermare la supremazia di un Santo su un altro. Non è il caso di San Giuseppe, che gode della “Stima” di tutti. La  festa di San Giuseppe, ‘u Santu de puureddi, da famigghia e du travagghiu, è una delle più sentite al mondo. Sobria e ricca di riti e tradizioni. Dagli inizi del XX Sec., per decreto, è anche la festa del papà. Non da contrapporre a quella della Mamma, ma da affiancare. San Giuseppe, “‘U Patriarca” incarna la figura di  padre putativo di Gesù.  Nella iconografia che conosciamo, viene ritratto col viso cinto da una folta barba bianca, simbolo di saggezza; mentre il bastone col giglio fiorito sopra cui si appoggia, simboleggia la purezza e prefigura l’imminente arrivo della bella stagione.  “San Giuseppi vicchiareddu, chi c’haviti ‘nto cesteddu!?/ Evva frisca e frischi ciuri/ nidi, aceddi e raggi ‘i suli/(…) così recita una antica filastrocca in lingua Siciliana. Il saio che indossa, testimonia  la sua profonda umiltà. Chiese, altarini, toponimi e  luoghi di culto  lo consacrano in molti Paesi. Tantissimi i Patrocini.  In Sicilia, il suo nome si scrive Giuseppe ma si pronunzia familiarmente “Pippo”; insieme  a quello del Salvatore, amabilmente chiamato “Turiddu”, è di gran lunga il nome più usato. La celebrazione del 19 marzo risale al XV sec. Nei primi del XVII sec. compare nel calendario romano universale. Poi nel 1977, come festività nazionale di precetto venne soppressa. La sua resta una delle manifestazioni religiose più tipiche e suggestive della nostra tradizione. Pur essendo profondamente cattolica, ha però molte ascendenze pagane. I riti popolari ancora oggi in uso in diversi Centri dell’Isola e nei loro capoluoghi, lo testimoniano. In molti paesi vengono allestiti “Altari di San Giuseppi” davanti ai quali si svolgevano, dal 10 marzo al 19, sentite Novene. Diverse da quelle natalizie perché raramente accompagnate  dal canto. “ ‘I Taulati di San Giuseppi”, è un altro rituale dall’alto valore simbolico  che richiede giorni di preparazione.  Sono strutture  in legno o in ferro, a gradini, coperti da lenzuola  bianche finemente ricamate dove adagiare forme di pane, piatti e canestri con pietanze tipiche da offrire ai poveri. Si fa per devozione e per consuetudine. Il pane rappresenta la nutrizione del corpo e dell’anima. L’usanza di dare forma ai pani, è antichissima. Pani antropomorfi esistevano già al tempo dei romani. Sono considerati votivi perché plasmati secondo precise sagome simboliche: Croci, Ostensori, colombe, palme, agnelli, ecc. La gastronomia è ricchissima di tradizionali pietanze da condividere con i poveri. A Palermo è nota la pasta con le sarde; a Catania, invece, c’è  ‘u Maccu: purè di fave dal tipico colore verdastro. Ormai sono in pochi a prepararlo. Gustato caldo, è una vera delizia. Ma, una volta raffreddato, puo’ essere fritto e tagliato a filetti. Nelle enormi tavolate di un tempo,  trovava posto “ ‘a pasta mmiscata”, ovvero rimasugli di pasta alimentare di diverso tipo, bollita nelle grandi “quarare”(pentoloni) insieme al cavolfiore. 

 Pubblicato su La Sicilia del 17.03.'19

'A PISCARIA

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Si chiede a gran voce la riapertura al traffico del tratto finale di via Dusmet che conduce alla pescheria: ma che importa? A Catania tutte le vie del Centro storico portano ‘a piscaria. Con la macchina, con l’autobus, con la vespa o con la moto ape( ‘a lapa) come vuoi andarci ci vai. Il mercato storico per eccellenza, tra i più frequentati al mondo, risale agli inizi dell’800. Nacque in prossimità della Marina per motivi logistici, ma col trascorrere del tempo è diventato punto di riferimento per i catanesi e meta ambita per i turisti di tutto il mondo. Il nucleo principale si formò a ridosso della Fontana dei sette canali, poi via via è andato espandendosi fino “ ‘o ntrizzu” p( chiesa dell’indirizzo) per consentire tra le adiacenti viuzze la vendita di tutte le altre mercanzie. Piazza Alonzo di Benedetto? No; pochi la conoscono col suo vero toponimo dedicato al famoso architetto che contribuì alla riedificazione di Catania dopo il devastante terremoto del 1693. Unni jemu oggi? ‘A piscaria! Luogo di commercio ma anche di bivacco; non è mai stato punto di semplice transito perché chi ci va è solito intrattenersi. Unendo le fastosità del Barocco al colore delle Basole laviche e al calore dei suoi frequentatori, ‘a piscaria ‘e tutta da da godere. “ Si vai ogni ghiornu ‘a Piscaria, ni godi u sensu e a menti si svaria” scriveva il solito anonimo poeta in giro per la città . Come non dargli ragione quando vedi tutta la gente stazionare appoggiata alla ringhiera della banchina di sopra. Sono turisti, pensionati, disoccupati che in qualche modo devono passare la propria giornata. In ogni modo il bello è attraversare la piazza zig zagando tra le cassette dei pesci; le stesse che qui a Catania meglio conosciamo col termine di casciola. Anche quando ti sporchi i piedi di fanghiglia, ne vale la pena. Attenti però ai “bossaioli”( borseggiatori) che si mimetizzano tra la folla per scippare i portafogli agli ignari e sprovveduti avventori. Uno di essi fu Puddu Cisca, vero maestro nell’ “arte” del borseggio. Visse intorno agli anni ’30 dello scorso secolo, lasciando purtroppo un cospicuo ricambio di mariuoli come lui. I marinai che vi stazionano sono quasi sempre gli stessi; non li conosci mai con i loro nomi e cognomi ma con i pecchi: Spacchidda,, Terremotu, ‘Vavvarussa, ‘ ‘u Suggi sono i primi che incontri appena esci dall’arco che da’ sulla piazza. Il ricambio generazionale però avviene regolarmente; è possibile notarlo dai giovani che sostituiscono i più anziani. Andando a ritroso nel tempo, riecheggiano le antiche vanniate. Ognuno aveva la sua. Voci squillanti, baritonali, ma anche rauche. Quella dei bambini faceva tenerezza. “Ossa ciaura ca c’ammogghiu” oppure: “vivi vivi su: vaddatili ntra l’occhi e ntra li Jaggi!” erano le più comuni. Nella mitica cartapaglia di color marroncino si incartavano i pesci; il marinaio con solerte rapidità pesava il prodotto e poi via alla contrattazione. Quando c’erano i vaporta, per i più anziani era tutta un’altra cosa. Erano ragazzi poverissimi che per guadagnarsi da vivere portavano a domicilio degli acquirenti la “uzza” (borsa) con la spesa. Quasi gliela strappavano dalle mani per accaparrarsi il lavoro. Se li conoscevi, la consegnavi al primo che ti capitava davanti. Fare una scelta, a volte diventava doloroso. Andavano di fretta per guadagnare di più, perché anche tra di loro c’era agguerrita concorrenza. In inverno li vedevi con la solita canottiera, esposti all’acqua e al vento; correvano per non sentire addosso i rigori del meteo. Lavoravano sempre per qualche spicciolo e non avevano il tempo di annoiarsi. Nessuno ha mai più occupato il loro posto. È proprio i vaporta ispirarono il celebre poeta satirico Cicciu Buccheri Boley autore della lirica “ Non c’è cchiu’ munnu: “All’autru jornu nta la piscaria a vuoi forti dissi: Cavaleri! …si nni vutanu sull’Onuri miu ‘na cinquantina davanti e d’arreri. Ma chiddu ca mi fici stranizzari fu ca ‘ n vaporta si vuto’ macari!

 

Nella foto, " 'A Piscaria" in una illustrazione di Francesco Raciti

 

 

 

 

 

STORIA DI PECCHI A CATANIA: COMU TI SANU SENTIRI?

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L’hanno già ribattezzata Il muro del pianto.  Sorta al posto del Cavalcavia del Tondo Gioeni, la fontana ancora in costruzione ha già il suo bel nomignolo. Nomignolo, pecco, ‘n giuria, chiamiamola come vogliamo, tanto la sostanza non cambia. Il cittadino catanese, unico al mondo per liscìa, le cose Comu ‘i viri ‘i scrivi.      E così che nell’antica toponomastica registriamo siti meglio conosciuti col loro Soprannominu‘L’avvulu rossu, ‘u chianu ‘a statula, ‘a Potta Jaci, ‘a Badiedda e così via. Esiste persino ‘a vanedda ‘i cacati, perfettamente accessibile, malgrado tutto,  anche a piedi. E che dire allora dei monumenti? Neanche loro sfuggono alla regola. Come per l’elefante simbolo di Catania, detto  ‘U Liotru, anche altri. Da “A Tapallira ‘do Buggu(la dea Pallade o Cerere) o Re a cavallu( Re Umberto Primo di Savoia) fino ad arrivare  ‘O panzutu( La statua di Garibaldi,di fronte la villa Bellini) ce n’è per tutti i gusti.  Succede con i luoghi, con i monumenti e non succede con gli uomini? Fa parte del senso pratico-umoristico dei catanesi affibbiare i nomignoli, ovvero I pecchi. Pecchi perché il destinatario il più delle volte era afflitto da una pecca fisica:  ‘U sciancatu; L’ ovvu; ‘U Jetticu; ‘U stortu, ‘U Babbaleccu.  Ma è solo questo? No, è tanto altro. Basta poco per diventare destinatario di un pecco; e una volta affibbiato, poi,  non solo resta a vita, ma passa alle generazioni successive di eredità ereditoria, come si diceva una volta. Impossibile schedarli tutti i pecchi, ci vorrebbe un’intera biblioteca e più. Il padre della demopsicologia, Giuseppe Pitre’(Palermo 1841-1916), tenendo conto delle caratteristiche dei popoli, dettò la sua sentenza: Mangia trunza ‘i jacitani; Lazzaruni i missinisi; Spati e cutedda i palermitani; Pedi arsi i catanisi. Mia nonna mi raccomandava:  Attento a non ripetere sempre le stesse cose; Cammina sempre con la schiena  dritta; Evita qualsiasi atteggiamento che ti faccia sembrare un po’ strano, sennò ti mettono il pecco. Eppure….   In presenza di pecchi infamanti, non si sa mai quale potrebbe essere la reazione del destinatario. Dalle nostre parti,invece, si usa l’infallibile metodo dell’indifferenza: Non dari sazio a nuddu. Una nota trattoria catanese che oggi ha cambiato gestione, deve gran parte delle fortune all’ostentazione della pesante  ‘Ngiuria di cui era possessore il titolare. La frequentarono politici, artisti e noti professionisti.  Dalla storpiatura del cognome al mestiere praticato; dalla forma fisica, alla città ( o al Paese) di nascita, chi il pecco ce l’ha è destinato a tenerselo. Maschio o femmina, non c’era alcuna differenza. Quelli che oggi chiamano pecchi sessisti, allora erano di moda soprattutto nel popolino. Al tempo delle Case chiuse, sulla scia ‘da zza Mattia(nota maitresse), tre erano le donne più…gettonate: Maria a Sputaciancu, Anna accupu e ‘A Bulugnisa. Dal più sciocco al più geniale, il pecco è sempre  elemento distintivo. Gli artisti bollati col nomignolo ve ne furono tanti: l’incisore Antonio Zacco, noto come  ‘U scimmiuni baffutu, ne andava fiero del suo. I politici? Tanti; molti dei quali dai nomignoli  impronunciabili.  Alì Babà e i sessanta ladroni andò di moda in senso più generale dagli anni ’60 in poi. Quello benevolo fu riservato all’on. Giuseppe De Felice, meglio conosciuto come Nostru Patri. Ciò perché l’era defeliciana coincise col massimo sviluppo della città di Catania.  I demopsicologi che si sono occupati di questa materia, hanno sempre ritenuto che tale fenomeno origini dalla comparsa dell’uomo sulla terra. Usare il nomignolo a volte  diventa una necessità. In presenza di due individui della stessa cerchia parentale e dal nome simile, infatti, si cerca un Codice identificativo diverso.  A Chioggia, nel veneziano, per esigenze demografiche il nomignolo è stato ufficialmente adottato a corredo anagrafico delle famiglie del luogo. Per ogni strato sociale c’è una tipologia di attribuzione. Nelle piccole comunità, quasi tutti i componenti vengono individuati attraverso il pecco. Alla domanda: Unni sta tiziu? Segue quasi sempre: “Comu ‘u sanu sentiri!!?? Nelle famiglie malavitose è diffusissimo. Si tratta di un retaggio atavico che segna l’appartenenza a una famiglia piuttosto che a un’altra; a un clan piuttosto che a un altro. Nella tipologia mafiosa è come possedere un nome di battaglia. Con l’andar del tempo rileviamo una modernizzazione di questo fenomeno.  La sua tipologia muta col mutare delle condizioni sociali. Oggi è più facile trovare un Turi ‘u camionista piuttosto che un Turi ‘U carrittieri, proprio perché quest’ultimo mestiere è pressoché scomparso. Quando i telefonini non esistevano, era impensabile incontrare un Melo l’iPhone o un Araziu on line. Meraviglie del progresso. A Catania continuano  a resistere i miti come a Peri Peri, il lenone ucciso a pistolettate negli anni ’60 dello scorso secolo, al quale le donnine eressero un altarino nel vecchio San Berillo a perenne memoria; e soprattutto “Pippo Pernacchia”, l’artista del “flatus sonorum”,  un vero mito, per il quale è stato proposto un monumento alla Catanesita’.

 

Nella foto: la copertina del libro  sui "Pecchi" catanesi, pubblicato alcuni anni fa da Santo Privitera per i tipi di "Algra"

                                                                                             

 

 

"VINCENZO TEDESCHI E IL SUO TEMPO"

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Al Centro culturale “V.Paterno’-Tedeschi” è stato di scena il dott. Orazio Costorella. Il tema dell’Incontro è stato Interessantissimo: “Vincenzo Tedeschi e il suo tempo”. Lettore ma, soprattutto cultore e raffinato studioso di Letteratura e Tradizioni popolari, Oratore coinvolgente, Costorella ha dunque parlato di Vincenzo Tedeschi nella sede del Sodalizio che porta il suo nome. A tal proposito, nell’intervento introduttivo, è stato il presidente dott. Santo Privitera a spiegare i motivi che convinsero il compianto co-fondatore Antonello Germana’Distefano ad intitolare il Centro al filosofo catanese nato nel 1786 e morto nel 1859. Motivi connessi alla riscoperta di personaggi caduti ingiustamente nell’ oblio. Vincenzo Tedeschi fu un filosofo illuminista. Al proprio cognome aggiunse anche quello della madre, Felicia Paternò. La sua vita fu condizionata dalla cecità che lo colse in età adolescenziale. “Un uomo”-afferma tra l’altro l’oratore-“ che la sventura non riuscì a piegare”.Consegui’ la cattedra di metafisica all’università della sua città. Autore di tre importanti libri, si distinse per le sue doti di intellettuale eclettico, liberale e progressista. Nel 1849, durante i moti anti-borbonici, fu al Centro di un grave fatto di sangue: i soldati borbonici del generale Filangieri chiamati a stroncare l’insurrezione, assaltò la sua casa uccidendo il cognato, la moglie e due dei suoi quattro figli. Egli riuscì a salvarsi miracolosamente. Morirà dieci anni dopo in preda al rimorso per non aver potuto impedire l’eccidio. Cambiando argomento, al termine dell’incontro, Costorella ha recitato brani tratti dalla tenzone letteraria tra I poeti Pietro Fullone e il Cieco di Spaccaforno, narrati dal demopsicologo ibleo Serafino Amabile Guastella.

Nella Foto di Salvina Tomarchio, da Sin. Il presidente del Centro culturale "V.Paternò-Tedeschi" dott.Santo Privitera e l'oratore dott. Orazio Costorella. Al Centro, il dipinto che raffigura il filosofo catanese Vincenzo Tedeschi sotto lo stemma del Sodalizio che porta il suo nome.

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