Storia e tradizioni popolari

PROVERBI PER SETTE GIORNI (34)

Share

-QUANTU E' BEDDU DIRI NO...RESTI AMICU E 'A ROBBA 'A TO'.(Quanto è bello dire un no; l'amico, il vero amico, apprezzerà la sincerità e ciò che ti ha chiesto non correrà il rischio di non esserti più restituito);

- 'A CASA CAPI QUANTU VOLI 'U PATRUNI(Un'abitazione anche se è piccola, risulterà sempre accogliente se il proprietario lo vuole);

- NUDDU FA NENTI PPI NENTI! (Nessuno fa niente senza nulla in cambio); 

- NUDDU TI DICI: "LAVITI 'A FACCI 'CA PARI CCHIU' BEDDU 'I MIA" ( Nessuno ti dirà mai: "fai che tu sia migliore di me". E' una questione di amor proprio);

- A TAULA CI VOLI FACCI 'I MONICU.( 'A Tavola non bisogna mai vergognarsi. Ognuno deve mangiare quello e quanto vuole); 

-QUANNU NON PO' VINCIRI, APPATTILA( Quando vedi che non puoi vincere perchè l'avversario è più forte, tenta il pareggio. Quella è già una vittoria);

-QUANNU LU TEMPU E' TO', APPRUFITTATINNI E DI L'AUTRI FUTTITINNI( Quando sei giovane o la fortuna ti sorride, approfittane; fai di testa tua fregandotene di quello che possano pensare gli altri di te).   

L'ANTICA FESTA BENEDETTINA DEL SANTO CHIODO

Share

 

 

La Festa del Santo Chiodo fu un evento religioso organizzato in pompa magna dai Benedettini catanesi. Dal 1601 e fino al 1866 le celebrazioni si svolsero il 14 settembre, giorno dedicato alla esaltazione della Santa Croce. Una manifestazione che la città visse con intenso fervore religioso. I solenni preparativi ogni anno iniziavano con largo anticipo e imponevano un cerimoniale molto rigido. Il Sacro Chiodo che secondo la tradizione fu lo stesso che trafisse la mano destra di Gesù Cristo, veniva condotto in solenne processione dal Monumentale Tempio di San Nicolò l’Arena fino al Centro storico. Lungo il tragitto, tra preghiere, musiche e spari di mortaretti, faceva tappa in Cattedrale e nei Monasteri vicini. Nel corso dei secoli generò consensi ma anche qualche screzio. Clamorosa si rivelò la disputa tra i benedettini e le monache della SS.Trinità. Queste ultime avrebbero preteso far sostare più a lungo la Santa Reliquia nel loro convento, ma i PP. Cassinesi furono di diverso avviso. Il dissidio durò alcuni decenni, causando intoppi perfino sulle modalità di svolgimento. Il variare degli itinerari coincise anche con alcune scelte urbanistiche operate nella zona dell’antico Corso. L’odierna via dei Gesuiti nacque appunto per agevolare il percorso della processione stessa. Dalle cronache redatte dagli abati dell’epoca a quelle “ pettegole” del Cristodoro, esiste sull’argomento una copiosa quanto minuziosa descrizione di questa festa. I ricchi Benedettini catanesi per ben tre secoli e mezzo furono protagonisti assoluti della storia di Catania. Non solo contribuirono alla rinascita della città dopo il tremendo terremoto del 1693, ma avendo creato grandiose opere di pubblica utilità e promosso approfondite ricerche culturali, artistiche e scientifiche, incisero fortemente sul suo tessuto sociale. Il Monumentale Tempio Benedettino di San Nicolò l’Arena prezioso contenitore d’arte, con il grande organo di Donato del Piano e la celebre meridiana di Peter- Sartorius costituisce oggi un esempio tangibile di antica opulenza. Il Tempio, benchè privo ormai dei tanti cimeli prima posseduti ma perduti nel corso di lunghi anni di incuria e cattivo utilizzo, è stato recentemente restituito alle funzioni liturgiche e culturali che le sono proprie. Ancora c’è tanto da fare, ma già questo è da considerare un passo avanti molto importante. E che dire dell’acquedotto che dalla Licatia attraversava da nord a sud l’agglomerato urbano? L’imponente opera idraulica benedettina, un tempo alimentava ben 14 mulini e assicurava il prezioso liquido all’intera città. Oggi i suoi ruderi sono sparsi lungo i tratti in cui si snodava. Le celebrazioni del Santo Chiodo erano proporzionati alla ricchezza dei PP. Cassinesi di stanza a Catania. Tanto era il fasto, la magnificenza e la partecipazione dei fedeli all’evento, da farlo considerare secondo solo alla festa di Sant’Agata. Il Sacro Chiodo fu donato ai Benedettini nel 1393 da Re Martino I durante il suo breve soggiorno nell’antico Cenobio Nicolosita. Da allora la reliquia costituisce prezioso oggetto di culto. La storia narra dei miracoli compiuti nel tempo; compreso quello della colata lavica del 1669. La sua pubblica esposizione avrebbe infatti evitato la totale distruzione del grande complesso monastico catanese che in quella circostanza riportò soltanto pochi danni. A seguito di questo provvidenziale evento, il 5 aprile dello stesso anno, il Santo Chiodo venne elevato a Compatrono di Catania assieme a Maria Santissima Immacolata, San Leone, Sant’Euplio e Sant’Apollonia. Il miracolo si ripetè nel 1693 in occasione del terremoto che distrusse Catania e le città della Val di Noto. Venne rinvenuto intatto sotto le macerie dov’era custodito. Un anonimo poeta nel 1726 scrisse: “(…). Ad onta di averno/di nostre sciagure/si fermi la rota/col chiodo fatal./ Nel 1990 dello scorso secolo, vi fu il tentativo di riportare in vita la festa. Il ritorno di alcuni monaci a San Nicolò l’Arena rese l’occasione propizia.. L’iniziativa partì dal giovane storico catanese Antonello Germanà Di Stefano. Il compianto nobile mecenate scomparso prematuramente, per tre anni consecutivi organizzò insieme a un gruppo di volontari la manifestazione religiosa che risultò molto simile a quella di un tempo. Facendola ritornare ai suoi antichi splendori, accese così i riflettori su quel Monumentale Tempio che i catanesi stavano imparando a conoscere. Durò fino a quando i monaci non decisero di trasferirsi definitivamente nel nuovo monastero di Nicolosi.

 

Nella foto, la Reliquia del Santo Chiodo.

Pubblicato su La Sicilia del 14 settembre 2020

SANT'AGATA DI MEZZ'AGOSTO A SAN NICOLO' L'ARENA

Share

Ha scritto tutto il Vescovo Maurizio, lo stesso che nel 1126 dispose il ritorno a Catania delle Reliquie agatine ottantasei anni dopo il loro trafugamento avvenuto nel 1040 ad opera del generale Bizantino Maniace. “L’epistola di Maurizio” così è conosciuta dagli storici, è molto dettagliata e rappresenta la cronaca scritta in latino del “lodevole furto” delle Reliquie agatine a opera dei soldati Goselmo e Gisliberto. Racconta dell’avventuroso viaggio che i due eroici soldati hanno dovuto sostenere da Costantinopoli a Catania attraverso una lunga e pericolosa peregrinazione marittima che prima di approdare nella città etnea aveva toccato Smirne, Corinto, Metone, Taranto e Messina. Uno storico evento di 894 anni fa che di fatto costituì l’embrione dei festeggiamenti in onore della Vergine e Martire Patrona della città. Un pezzo di questa storia, proveniente dalla chiesa di Sant’Agata la Vetere, approda oggi nel monumentale tempio benedettino di San Nicolò l’Arena. Si tratta dell’antica Cassa all’interno della quale nel 1126 vennero riposte le Sacre Reliquie Agatine di ritorno da Costantinopoli. Insieme a questo prezioso cimelio, il Simulacro facsimile del Busto reliquiario di Sant’Agata: quello che negli anni delle rivoluzioni del 1848-60 e durante gravi fermenti di ordine pubblico veniva fatto uscire in sostituzione per motivi precauzionali. Un accostamento che simboleggia storie diverse ma unite nel denominatore comune di una festa che c’è sempre anche nei momenti bui. Mai si era verificato un simile evento, anche perché i due cimeli da lungo tempo apparivano come “incastonati” nella parete nord dell’antica cattedrale cittadina. Troveranno temporaneamente posto( fino al 18 agosto) nella navata Centrale della chiesa benedettina restituita finalmente, oltre che alle funzioni religiose, anche alla cultura. San Nicolò e Sant’Agata, un rapporto che ritorna sempre nei momenti critici e di necessità. Il vescovo Maurizio, il secondo dell’Era Normanna, è rimasto in carica dal 1124 al 1143 anno della sua morte. Mentre si trovava nella sua residenza estiva al Castello di Aci, racconta di essere stato informato direttamente da Gisliberto dell’approdo delle sacre Reliquie a Messina. Udito il racconto dell’avventuroso trafugamento, preparò il solenne ritorno. Dispose che due frati benedettini Oldmanno e Luca accompagnassero Gisliberto nella città dello Stretto per la dovuta ricognizione e consegnò loro una Cassa in legno per il solenne trasporto. La processione ebbe momenti di grande partecipazione e giubilo lungo il suo percorso. Poi il 17 agosto del 1126, la fastosa consegna al senato catanese avvenuta a Ognina. La Cassa conservò le Relique agatine almeno fino a quando il Busto Reliquario prima e lo Scrigno dopo non la sostituissero.

 

Nella Foto, il momento dell’arrivo a San Nicolò l’Arena

Pubblicato su La Sicilia del 18.08.2020

PROVERBI PER 7 GIORNI (34)

Share

 

-CU NON FA NENTI, NON SBAGGHIA MAI (Chi non fa niente, non sbaglia mai)

-NENTI FARI CA NENTI SI SAPI ( Tutto si viene a sapere nella vita; per cui, non fare niente e cosi' niente si sapra')

-CU VOLI BENI, NON SENTI FETU D'AGGHIU (Chi vuole bene riesce bene a sopportare anche chi fa puzza di aglio)

-CU TRAVAGGHIA SI FA LU IMMU, CU NON TRAVAGGHIA SI FA 'U GIUMMU ( Chi lavora si fa la gobba, chi non lavora resta perfettamente sano)

-GENIU FA BIDDIZZA ( La bellezza non conta nulla di fronte alla simpatia)

-SOCCU ORA SI SCHIFI'A, ARRIVA PRESTU L'URA CA SI DISI'A (Cio' che oggi si rifiuta per disprezzo, arrivera' il momento che si desiderera')

- 'U CANI MUZZICA SEMPRI 'U DISGRAZIATU ( I Guai capitano sempre a chi gia' e' sfortunato).

ANTICHE TRADIZIONI PASQUALI SICILIANI

Share

 

L’efficacia del messaggio pasquale non  consiste solo nella  descrizione in sé dell’Evento narrato dai Testi sacri, quanto nella simbologia misterica che ancora oggi, sotto l’aspetto antropologico, da’ vita  a riti che si perdono nella notte dei tempi. Ma questi riti sono tutti d’origine religiosa? sicuramente no,  perché molti di essi appartengono al mondo pagano. Un misto di sacro e profano possiamo definirli, che contempera  due esigenze: l’esaltazione della divinità e la rappresentazione scenografica basata, attraverso una ricca simbologia, sulla interpretazione del Testo sacro. Da qui la tradizione  che, col trascorreredei secoli, ha mutato però il suo volto. I riti pasquali sono tra i più suggestivi e i meglio raffigurati in tutto il mondo cattolico. Ricordano la Passione e la morte di Gesù Cristo, ma anche l’arrivo della bella stagione, la primavera, sim-bolo della rinascita che arriva dopo il “tenebroso inverno”.  Non è un caso, infatti, che dopo i baccanali carnevaleschi arrivi la “Quaresima” autentico punto di trade-union  tra queste due stagioni. “Carnalivari” deriva da  Carni-livari che segna, appunto, l’inizio del digiuno quaresimale. Dopo il Concilio di Trento, il cosiddetto “Teatro sacro” scompare dalle chiese per essere portato nelle strade o nelle piazze dove si diede libero sfogo a una religiosità fino ad allora controllata sempre nel contesto liturgico. Nacquero così, soprattutto nel seicento, tutti i “Martori”, le “Casazze” la “Via crucis” e le “Devozioni” che ancora oggi sopravvivono con particolare intensità in tanti centri della nostra Isola. Trapani, Caltanissetta e Enna sono le province dove la tradizione ha resistito intatta nel tempo. Vi si assiste a riti di grande suggestività. Dalla domenica delle Palme e per tutta la Settimana Santa,  le strade delle città e dei piccoli centri urbani diventano teatro di ben organizzate processioni che rievocano la Morte e Passione di Gesù Cristo.  “A Catania, qualche anno dopo il disastroso terremoto del1693”-racconta l’abate Sestini, bibliotecario dei Biscari- “dalla chiesa del convento dei cappuccini (oggi palazzo della borsa) a un’ora di notte si partì una imponente processione preceduta da alcuni che suonavano il timpano e il tamburo”. Molto però è cambiato nel tempo. Gli eventi collegati alla Pasqua, i quali in passato erano vissuti all’insegna della  piena austerità quaresimale, oggi sono diventate “ghiotte” occasioni di consumismo. Parole come “turismo”, “pubblicità”,  “spot” sono entrate prepotentemente nel lessico di tutte le feste religiose, in qualche caso anche in maniera poco ortodossa. Anche la Chiesa si è dovuta adeguare ai tempi. Dagli anni ’50 in poi si sono registrati piccole ma significative variazioni che non hanno risparmiato neanche le Liturgia. Tra queste, l’orario della Risurrezione del Cristo  che è stata spostata dalle ore 11.00 di sabato mattino, alle 23.30 di sera. Un cambiamento che i fedeli hanno avvertito in senso negativo in quanto si sarebbe realizzato  a scapito della genuina tradizione. “A’ sunata da lòria”, lo scampanio festoso delle campane, cioè, che annunciavano la Risurrezione, a  quell’ora del giorno veniva vissuto con grande solennità. I fedeli si fermavano ovunque a pregare: in chiesa,  o davanti  gli altarini addobbati  di fiori e frutta di stagione. Lo scambio di auguri avveniva anche  lungo le strade;  chi aveva da poco litigato, molto spesso si riappacificava. Nelle tavole imbandite di tutto punto, si consumavano frugali pasti a base di agnello. Prima del tradizionale “uovo di Pasqua” di cioccolato e sorpresa, particolarmente gradita era “ ‘a cuddura  ccu  ll’ovu” tipico dolce decorato da ‘n-ciminati e uova sode, che gli innamorati si scambiavano a forma di cuore. Ai bambini veniva recitata dai nonni o dai genitori, l’esortazione: “Crisci crisci ‘ca ‘u Signuri abbrivisci” ( cresci cresci che Gesù risorge). Durante la Settimana Santa, inoltre, era buona norma per i Fedeli, vivere nella più rigorosa austerità: si  consumava non  più di un pasto al giorno, e  veniva evitata ogni  tipo di ostentazione. Persino le specchiere, all’interno delle case, venivano coperte per evitare eccessi di vanità. Agli inizi dell’800 ad Acireale avvenne un fatto curioso, la  cittadinanza infatti stava per celebrare il giorno della Pasqua con una settimana di anticipo. Allorquando le autorità si resero conto tardivamente di ciò che stava accadendo, corsero subito ai ripari. Alle cinque del mattino il banditore cominciò a percorrere tutte le strade avvertendo:  “ Cu cucina, mi scucina ca ‘nun ‘è Pasqua sta matina; e ‘ccu avi a cuddura ‘ccu ll’ovu, ‘sa sarba beni ‘ppa duminica ca veni” ( Chi sta cucinando non cucini, perché non  è Pasqua questa mattina, e chi ha fatto il dolce con l’uovo, se lo conservi bene per la domenica che verrà).

 

                                                                         

 

Additional information