Nel giorno di Defunti
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- Category: Letteratura
- Written by Santo Privitera
Cosa c’è dopo la morte? E’ una domanda che assilla l’uomo sin dagli albori della sua comparsa sulla terra. Non è una semplice curiosità ma una vera e propria esigenza quasi esistenziale. Teologi, filosofi, scrittori, poeti e perfino scienziati ci studiano da una vita. Niente, nessuno è mai riuscito a venirne a capo. Solo ipotesi e fantasticherie. Di ipotesi se ne possono fare tante. L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso? I materialisti più intransigenti, quelli che non credono a niente se non vedono e non toccano, affermano che si tratti di “pura fantasia letteraria”. E si continua sempre a ricercare. A Catania, invece, si taglia corto. Sarà per esorcizzare la paura o per chissà quale altro motivo, ma quando si azzarda a intraprendere questi argomenti, si tende a banalizzare: “ ‘A pensa ‘a saluti…tantu o prima o doppu, ‘u vinèmu ‘a sapiri!”. Ovvio che sarà così. Nel gioco del Lotto, 31 e 47 sono “smorfiati” come “morto che parla”. Ecco l’esempio di come il “ morto” può diventare occasione di business. Tutto si complica quando ci si confronta seriamente su questi temi. La morte è il mistero più fitto che possa esistere. E qui entrano necessariamente “in ballo” motivi etici, religiosi, storici, sociologici e tanto altro. Credere a un possibile Aldilà è assolutamente lecito. Il filosofo e teologo danese Soren Kierkegaard affermava: “credere non costa nulla”. Il culto popolare dei morti qua in Sicilia, per quanto la società sia profondamente cambiata, continua a essere ancora sacro. Ha profonde radici. Fino alla metà dello scorso secolo, era vissuto anche in maniera plateale. I rituali erano maniacalmente rispettati. Il defunto doveva indossare il migliore vestito del suo guardaroba, non doveva avere la cravatta(perché sennò sarebbe rimasto incatenato) e la finestra doveva rimanere aperta affinché l’anima potesse spaziare in libertà. E sono solo alcuni. I vivi dovevano rispettare molte altre consuetudini. Se il 2 di novembre non si va al cimitero a onorare i defunti, si fa peccato. I morti, soprattutto per i cattolici, continuano ad essere immaginati vivi. “Essi ci guardano da lassù”. Quando si giura sui propri defunti, è certo che si dice la verità. Se si parla di loro è perché “volunu essiri muntuati”. Nessuno mai si sogna di offenderli come fanno per abitudine i romani quando usano la locuzione “…Li mortacci tua! ”. Come una bestemmia. Ai tempi d’oggi, con la morte quasi si convive. A testimonianza di quanto sottile sia diventato il filo che divide la vita dalla morte, vi sono l’insorgere di nuove malattie. Virus letali dei quali si fa fatica a individuare l’antidoto. Non ci si fida più neanche dei vaccini. Quelli contro il covid, alcune correnti di pensiero li addita come responsabili di morti improvvise spesso tra i giovani. “Cu tuttu chiddu ca sta succirennu ‘nto munnu”-sono i commenti più comuni-“ non si sapi cchiù di chi motti s’ha moriri…”Le guerre entrano nelle case attraverso le notizie che arrivano dai media. E non sono solo quelle che si combattono sui vari fronti di guerra sparsi in tutto il mondo. Un continuo “Bombardamento mediatico” ventiquattro ore su ventiquattro. L’alternativa sarebbe spegnere la tv. Gli smartphone? Da usare solo per telefonare. Magari per comunicare con la famiglia: “Calicci ‘a pasta ca staju vinennu! Il ”. Ma questo sembra ormai impossibile. Man mano che la tecnologia avanza, scompaiono le vecchie tradizioni: Ne verranno di nuove. Ma intanto chi si accinge a superare “gli anta” rimpiange i tempi in cui da bambini si aspettava con trepidazione l’arrivo “de’ motti”. Nelle famiglie agiate, i regali erano assicurati. Pistole, trombette, “azzibbandi”( Batteria musicale per bambini), bambole per le bambine e molto altro. Nelle famiglie povere ci si accontentava anche dei “bulli”, ovvero delle pezzuole che servivano a riparare carpe bucate e vestiti stracciati. Com’era bello sentirsi dire “Vadda chi ti lassaru i motti!..”
Catania 01.11.2025
PARCO GIOENI: UNA STORIA “COMPLICATA”
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- Category: Moda Costume e Società
- Written by Santo Privitera
Alla sua riapertura, il “Parco Gioeni” è stato subito preso d’assalto. Tanti i cittadini catanesi e quelli dall’Hinterland che si sono affrettati a visitarlo per conoscere il suo nuovo look. Ubicato nella parte nord della città, ha un’estensione di nove ettari; uno e mezzo in più di Villa Bellini. Concepito come un “Parco da vivere”, essenziale e utile allo stesso tempo. Ha avuto una storia molto travagliata. Dagli abitanti del quartiere Barriera Canalicchio dove ricade, era conosciuto come “ ‘A Sciara ‘i vavvarussa”. In realtà si trattava della “Tenuta Spitaleri”. La caratteristica fisica del custode, era quella di possedere una barba rossa folta e lunga che lo faceva somigliare al “terribile” Mangiafuoco di collodiana memoria. Da qui il toponimo popolare. La folta vegetazione e i numerosi anfratti lavici che si aprono sul terreno, costituirono in passato un comodo rifugio. Un “Parco giochi” dove i ragazzi vivevano le prime avventure. Durante i moti anti-borbonici, prima di ripiegare verso Sant’Agata li Battiati, i rivoltosi da lì avrebbero ingaggiato diversi scontri a fuoco con i nemici. In quell’altura che sovrasta la città, il proprietario avrebbe voluto realizzare la propria abitazione. Qualcosa però andò storto e non se ne fece nulla. Acquistato dal Comune di Catania, la prima volta che si parlò della costruzione di un “Parco cittadino” in quella zona fu nel 1931. Le sue pregiate lave “a corda” che affiorano dalla estesa vegetazione spontanea di macchia mediterranea, rendono ancora oggi quest’area unica nel suo genere. In più, la presenza dei resti dell’acquedotto benedettino e di un antico mulino, costituirono un “valore storico” da aggiungere al suo panorama naturalistico. Il progetto vinse pure un concorso nazionale. Non poteva essere diversamente. Il suo creatore, l’architetto Michelangelo Mancini, lo incluse nel piano regolatore redatto quell’anno. A seguito dello scoppio della seconda guerra mondiale, venne però approvato solo nel 1942. Ripreso più volte nel dopoguerra, la sua realizzazione tardò a venire. Nel 1954 il sindaco Magrì impedì una scellerata proposta politica di lottizzazione. Era finalizzata alla costruzione di villette. Nel 1971, dopo molteplici pressioni provenienti dalla società civile, finalmente qualcosa si mosse. Vennero realizzati: muri di cinta e la monumentale scalinata in asse con V.Etnea. Niente di più. Rimase abbandonato fino a quando Regione siciliana avviò l’iter burocratico per il relativo finanziamento. A fronte dei miliardari progetti proposti, l’amministrazione dell’epoca realizzò invece il parco con meno di 5 miliardi di vecchie lire. Una prima ala venne inaugurata nel febbraio del 1997; la seconda nell’ottobre dello stesso anno. La rinnovata sensibilità verso il verde pubblico, dagli inizi del nuovo millennio avrebbe consentito la sistemazione di aree altrimenti destinate alla cementificazione selvaggia. Così fu per il “Parco Falcone” al viale Sanzio e nei vari quartieri cittadini.
A Catania, come in tutta Italia, si stanno celebrando le giornate FAI( Fondo Ambiente Italiano) d’autunno. La nutrita delegazione catanese con tutti i suoi valorosi volontari è al lavoro per far conoscere agli studenti delle scuole ma anche ai curiosi visitatori i luoghi più rappresentativi della città. “Sussurri del tempo percorsi tra memoria , bellezza e nobiltà” è il titolo dell’edizione di quest’anno. Un percorso storico studiato appositamente per valorizzare luoghi e monumenti, molti dei quali sconosciuti o poco accessibili al pubblico. Catania è grande nella sua magnificenza storica, grazie a queste iniziative si apre per mostrare le enormi ricchezze possedute. “ Mih! Sti cosi avemu ‘a Catania?…” è un espressione che abbiamo sentito pronunciare in diverse occasioni. Antichi palazzi, monumenti, siti archeologici, chiese, monasteri, biblioteche, sentieri naturalistici mai percorsi. Luoghi sconosciuti e criptici compresi.
Nella foto, l’ingresso principale del “Parco Gioeni”. Pubblicato su “La Sicilia” del 19.10.’2025
VERA AMBRA
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- Category: Articoli Segnalati
- Written by Santo Privitera
La scomparsa della scrittrice e poetessa Vera Ambra(nella foto), ha destato tanta commozione in Città. Se n’è andata proprio nel momento più intenso della sua attività culturale. Un male incurabile l’ha stroncata all’età di 75 anni. Recentemente aveva avviato per il Comune di Catania un progetto letterario il cui scopo era quello di portare la letteratura “a domicilio” tra le pareti domestiche. Lo ha fatto coinvolgendo attori, musicisti, danzatori e poeti provenienti da tutte le parti della Sicilia. Nativa di Acireale, in età adolescenziale si trasferisce a Catania. Dal 1980 nella città Etnea ha intrapreso una attività culturale capace di spaziare dalla pittura alla letteratura, alla musica. “Akkuaria”, nata da una sua intuizione, è stata la prima associazione a spaziare con successo nel mondo del web. Una iniziativa che in breve tempo ha fatto “tendenza”, proiettando la cultura letteraria catanese oltre lo Stretto. Autrice di sillogi poetiche e di numerose altre pubblicazioni, il suo ultimo libro “Catanisi ‘da testa ‘e peri”, ha messo a nudo con lucida ironia pregi e difetti del popolo catanese. Da alcuni anni si era cimentata anche nell’editoria. Tanti i testi pubblicati con il coinvolgimento di numerosi giovani scrittori. Se ne va una “Paladina” della catanesità, un’artista poliedrica; una “stacanovista” della cultura, che non si è mai sottratta al piacere di vivere intensamente la sua città. I funerali sono stati celebrati ieri nella chiesa S.Francesco di Paola, alla Civita.
