Storia e tradizioni popolari

lLE STATUE ACEFALE DEI BORBONI A CATANIA

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Catania pare non avere mai avuto un buon rapporto con le statue degli uomini illustri. I mezzi busti presenti nell’omonimo viale della Villa Bellini, non sempre rendono “onore al merito”. Collocate all’interno di un luogo scarsamente custodito, sono sempre stati oggetto di atti vandalici e di incuria. Anche oggi purtroppo è così. Nasi rotti, scritte ingiuriose ed escrementi dei volatili li hanno resi irriconoscibili. Non è affatto edificante. Mentre nelle maggiori piazze di altre città spiccano monumentali figure del luogo, dalle nostre parti altre celebrità sono in “bella evidenza”: La statua al Re Umberto I ( ‘U Re a cavaddu) e quella a Giuseppe Garibaldi ( ‘a statula panzuta) in primis. In compenso abbiamo i monumenti dedicati a G.Benedetto Dusmet e Vincenzo Bellini. Ai personaggi di rilievo, furono preferiti colonne, obelischi, cippi commemorativi, putti, ninfe e soprattutto, fontane. Tante fontane; alcune delle quali lasciate per lungo tempo all’asciutto. La celeberrima fontana do’ “sculapasta” (detta anche della jella), collocata a piazza Stesicoro prima del monumento a Bellini, venne addirittura smontata pezzo per pezzo perché invisa a tutti. A ciascuna di esse è stato sempre attribuito dal popolo un pecco (Nomignolo). Più che toponimo di riferimento, esso è espressione di uno stato d’animo. L’ultimo, in ordine di tempo, è toccato alla moderna fontana del Tondo Gioeni. E’ conosciuta come “ ‘A funtana ‘de lavandini”o “dell’acquasantiera”. “Anche l’occhio vuole la sua parte”. Un discorso diverso meritano le statue acefale dei Borboni. Ci sono voluti secoli prima che i catanesi si rendessero conto del loro prezioso valore storico e artistico. Sono le pregiate opere di Antonio Calì(Catania 1788-Napoli 1866) detto il Canova Catanese perché del grande scultore neoclassico fu allievo e seguace. Quasi tutte le sue opere scolpite a Catania servirono per celebrare i sovrani Borbonici. Per tale motivo, dopo l’Unità d’Italia, l’artista fu oggetto di angherie di ogni tipo. Per realizzare il monumento oggi conosciuto come “l’acqua ’o linzolu”, gli venne preferito lo scultore Tito Angelini suo acerrimo rivale. Lasciò amareggiato la città per stabilirsi a Napoli. “ ‘I statuli senza testa” sono tra i monumenti più fotografati dai turisti. Un misto di curiosità e ammirazione. Quella di Francesco I(nella foto) si trova in V. Dusmet, mentre quelle di Ferdinando I e Ferdinando II all’interno di Villa Pacini. Sono alte tre metri. Quella di Francesco II non venne mai realizzata. Si disse perché nel frattempo la dinastia Borbonica volgeva al tramonto. Altre opere del Calì, a Catania è possibile ammirarle nella chiesa S.Agata la Vetere, nell’atrio del Municipio e al Castello Ursino. Quando nel 1964 le statue vennero ritrovate abbandonate nei depositi comunali del Monastero dei Benedettini, l’allora assessore comunale alla P.I. Alfio Giuffrida ne dispose la collocazione presso la zona della marina. Ai sovrani Borbonici doveva essere riconosciuto in qualche modo il merito di aver permesso, grazie alla elargizione di un cospicuo finanziamento, il completamento del porto di Catania. Facile immaginare le lotte e le resistenze che il solerte assessore dovette affrontare prima di imporre la propria volontà. Ricordiamo che due di questi monumenti vennero una prima volta decapitati a furor di popolo durante i moti del 1848-49. Erano allocati rispettivamente a piazza Università (Francesco I) e piazza Stesicoro( Ferdinando II). “Le teste”-ci informa lo storico e scrittore Saverio Fiducia-“furono rifatte e rimesse al loro posto da Carlo Calì cugino germano di Antonio”. Gli oppositori del regime, sovente sfogarono la loro rabbia su quelle statue. Particolare curioso: Durante il “restauro” , per non lasciare vuoti i piedistalli vennero allestiti due monumenti similari in gesso. Dovettero essere rimossi frettolosamente perché un violento nubifragio nel frattempo li “sciolse”. La terza, invece, quella di Ferdinando I, è stata realizzata solo nel 1853. Venne collocata nei pressi di S.Francesco. Durante i moti del 1860, le tre statue vennero nuovamente decapitate. Stavolta definitivamente. I busti fatti rotolare per via Etnea, resistettero. Le teste, colpite a martellate, non vennero mai più ritrovate. Credendo di rinvenirle abbandonate in qualche altro deposito comunale, le cercarono per lungo tempo. Un funzionario del comune ironizzò: “Quando la testa si perde, non è facile ritrovarla”. Alcuni anni fa, un gruppo di artisti provò a ricostruirle. Vennero attaccate “posticce” sul busto marmoreo. Un gesto dal sapore goliardico più che un serio tentativo di restituirgli un volto e…una testa. Decisamente più graditi sono stati i versi di un poeta catanese che si domandò: “Li Borboni ‘a la marina senza testa mischineddi/ cià scipparu e non si sapi/… fòru brutti ‘o puru beddi?!

 

Pubblicato su La Sicilia del 22.08.’21

 

SANT'EUPLIO

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Il 12 agosto del 304, cinquantatre anni dopo sant’Agata, cade a Catania un altro glorioso Martire: sant’Euplio. Vittima della feroce persecuzione ordinata dall’imperatore Diocleziano. Assieme ad Agata, egli fu oggetto di culto a Catania già in epoca costantiniana. Nel corso dei secoli gli vennero intitolate chiese e cattedrali in varie città italiane. La basilica cattedrale di Catania, nel giorno che ricorda il suo martirio, ha riproposto i soliti appuntamenti annuali: In mattinata, alle ore 9.00, il seicentesco reliquiario con il braccio di sant’Euplio verrà condotto nel sito della vecchia chiesa a lui dedicata in piazza Borsa per la benedizione della città; seguirà in cattedrale alle ore 10.00 la santa messa. Nel pomeriggio, alle 17.30 la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal cerimoniere arcivescovile can.Pasquale Munzone. Parteciperanno i diaconi dell’arcidiocesi. Anche nella omonima parrocchia di piazza Montessori, il 1717° del martirio verrà solennemente ricordato. Alle ore 8.00, durante le lodi mattutine, venerazione di una reliquia del Santo; alle ore 19.00 una s.messa verrà celebrata dal parroco don Fausto Grimaldi. Sarà anche l’occasione per ricordare Don Michele Cogliani, rettore del centro studi eupliani, scomparso pochi giorni fa a Trevico(AV). Proprio nella parrocchia, oggi santuario Madonna della Libera e Sant’Euplio del suggestivo borgo Irpino dove sono in corso i solenni festeggiamenti, riposano le spoglie del Santo Diacono catanese. Don Cogliani-ricordiamo- sull’asse Trevico-Catania, negli ultimi cinquant’anni ha contribuito assieme ai compianti storici e giornalisti catanesi Don Rosario Mazza, Benigno De Marco, Agostino Valente, Mario Fonte, Nino Urzi e Antonio Blandini, alla diffusione e al rilancio del culto Eupliano. Anche a Francavilla di Sicilia, nel Messinese, sant’Euplio (sant’Opulu) è festeggiato come Patrono del paese. Sulla biografia di sant’Euplio le fonti non sono concordi tra loro; a partire dal nome. “Euplio” è il nome popolare con cui è più conosciuto, mentre quello grecizzato di “Euplo” sarebbe in realtà quello autentico. La figura di questo Martire che la tradizione indica di età adolescenziale, nella storia del cristianesimo è fra le più significative. La sua professione di fede andò oltre. Fu attivo ed efficace soprattutto nella diffusione dei Vangeli. Incurante della persecuzione scatenata dall’imperatore Diocleziano, forse la più cruenta che la storia ricordi, continuò imperterrito nella sua opera di cristianità. ” Io sono cristiano”-andava ripetendo- “e voglio morire così”. “Un gesto provocatorio” lo definì la studiosa Maria Stelladoro” in una sua pubblicazione del 2006. Il 29 aprile del 304, sarebbe stato fatto imprigionare dall’allora “Corrector” romano Calvisiano. Sottoposto a cruente torture si rifiutò di abiurare, come gli era stato intimato, alla sua fede cristiana. Con l’occasione, gli sarebbe stata perfino massacrata a colpi di pietra la mano destra nella quale teneva le sacre scritture. Particolare,questo, che trovò riscontro nell’ultima ricognizione canonica sui resti del Santo, effettuata alla fine dello scorso secolo dal prof. Francesco Mallegni dell’università di Pisa. “A proposito”-puntualizza il docente toscano- “gli esami al carbonio 14 eseguiti sul corpo di Euplio”, collimano esattamente con quanto riportato dalle fonti primarie”. Il giovane diacono fu processato e giustiziato il 12 agosto del 304. Subì un duplice drammatico processo che lo vide lottare senza paura con il suo accusatore. Venne decapitato nel “foro” (pubblica piazza), odierna via pozzo Mulino.

 

09.08.2021

Nella foto, un'antica iconografia del Santo

Pubblicato su La Sicilia  del 12.08.2021

 

 

GIOCHI FANCIULLESCHI DI UNA VOLTA

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Come spiegare alle nuove generazioni i giochi fanciulleschi di una volta? Impossibile. Da dove incominciare? Sono migliaia e tutti con la loro fascinosa storia. Hanno fatto parte di un mondo infantile che non lasciò a nessuno il tempo di annoiarsi. Formativi perché genuini. ” A palla avvelenata”; “miffa”, “nascondino”( ammuccia ammuccia); “sciancateddu”, “a pammata”, “ i ciappeddi”, “‘a petra pigghiula”, “ ‘i pruspira”, fanno parte ormai di quel “museo” della memoria che alberga in ciascuno di noi. “Caricabotti viri ca vegnuuuu!!!”; “ Se riconosci uno di questi giochi, hai vissuto un’infanzia felice”. Questo detto circola sui social di oggi. ‘A casa, nelle scuole, negli oratori o nelle strade, ci si divertiva senza pensare ad altro. Erano giochi semplici e non generavano alcuna dipendenza. Stimolavano la creatività attraverso la fantasia. Per praticarli, dovevi prima “progettarli. Trovare la materia prima, non era un problema. Spesso il gioco dovevi inventartelo, e allora lo sentivi intimamente tuo. Se piaceva, diventava….”virale”( questo termine allora veniva usato solo nel reparto di infettivologia dei nosocomi). Nelle scuole, erano i maestri ad inventarli. Il maestro, unico dispensatore di didattica saggezza, al termine della lezione ricorreva ai giochi. Lo faceva per distrarre gli alunni ancora provati dalle fatiche mentali sostenute durante le lezioni. A Catania, negli anni ’60 dello scorso secolo, andava di moda il gioco dei “sacchi pieni” e “sacchi vuoti”. Un gioco dai movimenti ginnici che univa l’utile al dilettevole. Si praticava restando ciascuno al proprio posto. Bisognava rimanere all’impiedi o abbassarsi sulle ginocchia assecondando un preciso comando. Chi sbagliava, veniva segnato alla lavagna. I soldatini di plastica era come se possedessero un’anima. Con loro si giocava; I bambini gli prestavano la voce. Sui tavoli della cucina o nella stanza da pranzo, venivano allestiti i campi di battaglia. Era tutto un simulare di botti e cannonate. Dentro la scatola del “Vel”, detersivo in polvere per uso casalingo, c’era sempre un soldatino, una nave da guerra o un carro armato in miniatura. I bambini incitavano le loro mamme a comprarlo. Speravano nella sorpresa. La felicità era tutta delle bambine quando, “abbuddata” la mano nella scatola col detersivo, “pescavano” una bambolina. Contrariamente a quel che accade oggi, i giochi di un tempo non costavano quasi nulla; si utilizzavano infatti oggetti comuni facilmente reperibili. La formula ricorrente era: “Comu jegghè, basta ca jucamu!” Da soli o in compagnia.. Così pietre, legni, tappi di bottiglie, noccioline, elastici, stoffe ed altro, venivano riciclati. Per il “carriolo a pallini” occorreva una tavolaccia, due pezzi di legno e tre cuscinetti a sfera. Per ottenere questi ultimi, bisognava andare da un meccanico il quale non sempre li regalava. I ragazzi più intraprendenti, andavano a “caccia” muniti di Fionda. Per la sua costruzione veniva utilizzato un ramo forcuto pazientemente modellato sul fuoco. Due elastici ricavati dalle camere d’aria delle biciclette venivano legati alle sue estremità. Al centro, un pezzetto di pelle ritagliato da vecchie scarpe fungeva da “piattaforma di lancio”. L’arco e le relative frecce invece venivano costruiti adoperando le stecche di un ombrello dismesso. Alle estremità si legava lo spago e l’arma era già bella e pronta. Come faretra, la manica di una vecchia giacca cucita alla sua estremità. La “ciarbottana?”…non è una brutta parola. E’ quello che noi tutti conoscevamo come “ ‘u cattocciu”. Un tubo di plastica che soffiato con forza, sparava. Poteva essere caricato con i minicucca( bacca di bagolaro) o con cartocci di carta. Quando all’estremità di questi ultimi veniva applicata una “spimmula”( spillo), il gioco diventava pericoloso. Le due mollette applicate, non era per reggerlo meglio ma per farlo i sembrare…un mitra. Il carbone o la pietra calcare venivano utilizzati per tracciare segnali sul selciato; segnali utili per creare un percorso da seguire. ‘U “sciancateddu” era tra questi. Prediletto dalle ragazze; i ragazzi se ne appropriavano per mostrare la propria abilità nel salterello. Mantenere la separazione tra i due sessi però era importante per l’occhio sociale. Una cosa erano i giochi maschili, altro quelli femminili. Guai a sovrapporli. Preoccupava un bambino scoperto a giocare con le bambole. Stupiva se una bambina giocava a fare il Cow Boy con la pistola: “Scavaddataaa!” le avrebbero gridato. “Mazinga” e gli altri robot “volanti” di marca giapponese, segnarono una svolta. Niente più filastrocche o cose del genere; solo musiche martellanti e luci psichedeliche. Piombarono in tv con la stessa potenza con la quale si lottavano tra loro in un mondo intergalattico sconosciuto. Questi mostri intercambiabili si affermarono congedando definitivamente i vecchi soldatini. Niente più cannoni né fucili. Nei giochi fanciulleschi di quel periodo, le supposte diventarono “missili” da lanciare contro il "nemico".

 

Nella foto, il girotondo dei bambini

Pubblicato su La Sicilia del 12.07.'21

STORIE DI CATANIA: "QUANDO L'ELEFANTE DI PIETRA STAVA PER ESSERE SPOSTATO"

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(…) ‘A l’Elefanti bestia,/ ca non si smovi mai,/ ci lassu pri mimoria,/ tutti li peni e guai!/Con questi versi, il poeta popolare Cicciu Buccheri Boley chiudeva uno dei suoi tanti componimenti dedicati all’Elefante di pietra lavica simbolo di Catania. La poesia “Lu novu tistamentu” risale al 1927; ne sarebbero seguite tante altre su questo tema. Lui, Boley, con ‘U Liotru “ci parrava”quotidianamente; probabilmente ancora oggi molti catanesi lo fanno in silenzio. Sono gli anziani che ricordano la propria giovinezza nella città che nel frattempo è cambiata molto; i disoccupati che fanno la spola tra la piazza e la ringhiera antistante la pescheria; i turisti che lo guardano con curiosità mentre si chiedono cos’abbia di particolare questo animale per rendere così fieri di lui i cittadini che rappresenta. “Marca Liotru” è ormai una definizione che tutto il mondo conosce. Etichetta indelebile indice di pura catanesità. Eppure il povero pachiderma, nell’arco della sua esistenza ne ha viste di cotte e di crude. A partire dalla leggenda di Eliodoro. Il mago dal quale deriverebbe per corruzione linguistica il nome di “Liotru”, lo avrebbe cavalcato in volo sottoponendolo alle fatiche più immani. Eppoi il terremoto. Lo ritrovarono con le zampe mozzate sotto le macerie. Durante la festa della matricola, i giovani universitari, attentando al suo pudore, si divertivano a pulirgli le parti basse. Dal suo stilobate (basamento) domina dall’alto, ma è proprio questo il motivo che lo rende bersaglio di tutte le proteste che periodicamente si svolgono in città. Meno male che è di pietra. Qualche anno fa, gli affissero il cartello “Si Vende”. Ci mancava pure questa. Una pubblicità apparsa su di un quotidiano, lo ritrasse nelle sembianze di un maiale. Ma si può essere così cinici!? “Su ‘u liotru putissi spustarisi di unni è misu”-afferma un attempato signore- “ ‘a corpa di fungia ‘ni facissi curriri a tutti!!!”. Andando a ritroso nel tempo, scopriamo altro. La raggiunta Unità d’Italia, per lui era cominciata male. Eppure, per sconfiggere gli odiati Borboni, i Patrioti avevano fatto affidamento alle sue conclamate virtù talismaniche. Le aspettative non andarono deluse; …ma quale fu il trattamento che gli venne riservato? Era il 1862 quando una violenta campagna di stampa venne sferrata contro di lui. Scrive il “Giornale di Catania” nel maggio di quell’anno: “Tutto sembra andare per il meglio, il piano del Duomo è in corso di abbellimento…e allora? Che si aspetta a togliere quel mostruoso elefante? Che si aspetta a piazzarlo fuori Porta Garibaldi, in modo che il Duomo, sgombro da ogni cosa, resti un vero salone da ballo? “… Ma come, spostare a piazza Palestro l’Elefante simbolo di Catania?… il primo monumento nato a suggello della rinascita catanese dopo il terribile terremoto del 1693? Quello che il popolo sotto sotto definiva una “follia”, venne presa invece in seria considerazione dall’Amministrazione cittadina a quel tempo governata dal sindaco Cav. Giacomo Gravina. L’architetto Vaccarini che nel 1737 lo aveva fatto erigere al centro della piazza, si sarebbe certo rivoltato nella tomba. In un primo momento le autorità sembravano averla vinta. Fecero tutto in fretta. Pochi giorni dopo avere deliberato la rimozione, cominciarono i lavori. Issato il ponte, l’Elefante venne saldamente imbracato per essere tirato giù. Lo strano silenzio che fino a quel momento aveva aleggiato attorno alla vicenda, venne squarciato dal Capitano delle guardie D.Bonaventura Gravina. Raccontano le cronache che l’intervento fu tempestivo. Il militare, sguainata la sciabola, fermò d’imperio l’operazione. “Ohhhhh…..fremmi!: unni jiti cco’ sceccu?!” sembrò gridare. Da lì a poco si radunò una folla minacciosa che cominciò a inveire contro il palazzo municipale. Con il passare dei minuti si faceva sempre più rumorosa e pressante. Un gruppo di cittadini chiese a gran voce di essere ricevuta dal sindaco. Questi non si fece pregare due volte. Constatata la grave situazione che si era venuta a creare, fu costretto a ritornare sui suoi passi. Con la stessa velocità con cui avevano approvato l’infausta delibera, i consiglieri procedettero al suo immediato annullamento. L’elefante fu salvo. Meno di vent’anni dopo però, si tornò alla carica. Questa volta la “minaccia” partì dal giovanissimo Federico De Roberto. Il futuro autore del romanzo “I Vicerè”,napoletano di nascita ma naturalizzato catanese, in una ironica corrispondenza datata 1881 scritta per il quotidiano italiano “Il Fanfulla”, propose di erigere la statua di Bellini al posto dell’Elefante. Manco a parlarne. Una iniziativa considerata provocatoria che non fu presa neanche in considerazione. Anni dopo, lo stesso scrittore ebbe a lodare questo monumento definendolo autentica espressione di tre civiltà: La Punica, rappresentata dall’elefante; l’Egizia, rappresentata dall’obelisco; il globo e la Palma, simbolo della cristianità.

 

Pubblicato su La Sicilia del 26.07.'21 

 

 

CATANIA: RITI DI SAN GIOVANNI

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La filosofia spicciola del popolo, nasce dall’esperienza più che dagli studi. L’empirismo è la sua Bibbia. Quanta verità! I progressi della scienza; secoli e secoli di emancipazione sociale non sono riusciti mai a smentire tutte quelle sentenze popolari che si sostanziano nei detti e proverbi. Volendo considerare le tante dominazioni che si sono avvicendate nel corso dei millenni, quelli siciliani assumono una valenza culturale ancora più ricca di significati. Gli studiosi di casa nostra: da Leonardo Vigo a Giuseppe Pitrè da Salvatore Salomone Marino a Serafino Amabile Guastella, per citarne solo alcuni, fecero davvero un buon lavoro. Utili e importanti le loro ricerche. Espressioni del tipo: “Mai diri di st’acqua non ni vivu”( mai dire mai) oppure “Semu tutti sutta stu celu”( viviamo tutti in questo mondo) sono principi sempre attuali; mai confutati. Chi lo doveva dire che nel Terzo Millennio si doveva ancora morire di pandemia? Debellati il colera, la peste e altre malattie che nei secoli scorsi erano risultati esiziali, ecco arrivare il terribile “Covid”. Verrà anch’esso sconfitto, ma è probabile che col tempo altri gravi virus entreranno in circolazione. Ed anche qui ci viene in soccorso il detto “Così nichi, problemi nichi; cosi rànni problemi rànni”. Come dire che con l’avanzare del progresso, benefici e problemi saranno proporzionali alla crescita. La scienza cammina a piccoli passi ma è inesorabile. Nel frattempo c’è chi ricorre alle alchimie e alle pratiche cabalistiche che spesso si rivelano infallibili. Ma allora è vero o non è vero che in taluni periodi dell’anno, la gente ricorre ai riti piuttosto che alla scienza? La risposta è quasi sempre la stessa: “Sa chi mi ponnu diri;…non sarà veru ma ci criju!”. Ci vuole fede anche per queste cose. Ci stiamo avvicinando alla notte di San Giovanni e, come sappiamo, questo è un evento dove la religione si incrocia con strane credenze magiche e riti propiziatori dal sapore pagano. Essa coincide con il solstizio d’estate che astronomicamente cade in realtà il 21 giugno. La giornata più lunga dell’anno, ma anche quella che dà l’avvio alla fase discendente. “Doppu San giuvanni, ‘i jùrnati accuzzunu”. Qui c’è, però, una spiegazione scientifica. In epoca precristiana, il giorno del solstizio era considerato sacro al pari del capodanno e perciò si usava trarre presagi. “Paese che vai, usanze che trovi”; pur nella diversificazione dei riti, il significato è lo stesso. La notte di San Giovanni, anche se molto è cambiato ai giorni nostri, conserva il fascino misterico di sempre. Anticamente era conosciuta come la “notte delle streghe”. Una credenza arcaica, in questa fase solstiziale dell’anno, racconta che le streghe usavano darsi convegno nella notte tra il 23 e 24 giugno attorno ad un antichissimo albero di noci. Da qui deriverebbero i presunti effetti terapeutici attribuiti a questo frutto. Ma c’è di più. Durante questa “notte magica”, per guarire i bimbi tormentati da “I trizzi ‘i rònna”,alle donne anziane era affidato il compito di recitare significativi passi del Vangelo di San Giovanni. Non si trattava di guarire una malattia, ma di invocare lo scioglimento “naturale” dei capelli che spiriti burloni, secondo una antica convinzione, si divertivano ad annodare nella testa dei bambini. Guai a toccarli o, peggio, tagliarli. Tra le usanze più comuni, vi sono ancora oggi i falò accesi in prossimità dei campi. Fiamme e fumo allontanerebbero per tutto l’anno ogni negatività, propiziando abbondanza del raccolto. La rugiada della notte, direttamente attinta dalle piante, possiederebbe poteri terapeutici per le pelle. Le donne effettuavano abbondanti di abluzioni in tutto il corpo. Così le erbe raccolte durante la notte; le erbe cosiddette di San Giovanni. L’Iperico, l’Artemisia, la Verbena, Ruta, Mentuccia e Rosmarino sono tra queste. San Giovanni, secondo un’altra tradizione popolare, usava favorire i fidanzamenti. Le ragazze nubili traevano “informazioni” sul futuro marito, dalla forma assunta dal piombo fuso versato in una bacinella o in un fiore bruciacchiato lasciato sul davanzale. Era di buon auspicio se quest’ultimo fosse rimasto ancora vegeto alle prime luci del giorno. A Catania è nota l’usanza di allacciare “ ‘u Sangiuvanni”, ovvero il comparato; il patto d’affetto, cioè, tra soggetti legati da amicizia stretta. Un tempo veniva suggellato dallo scambio di vasi di basilico( i rasti ) adornati da un nastrino rosso. La formula è: “Cumpari semu, cumpari arristamu; quannu veni la morti ni spartemu”. A volte “ I cumpari arrisùttunu megghiu de’ parenti”, anche se non sempre è così. Al pari del più famoso Padre nostro di San Giuliano, quello di San Giovanni è ugualmente efficace. “San Giuvanni decullatu,/ tri brizzi e tri ‘nnigati/ tutti novi v’àti uniri,/ e tantu lu prijati e lu strinciti/ ch’a mia di sti peni mi Livati./ Porta battiri/ campana sunari/ friscu friscari,/ cani baiari./ Tandu mi partu di Vui, Signuri/ quandu sentu battituri./ Seguitano preghiere. Si recita la notte, in luoghi solitari per così conoscere, ascoltando i rumori d’ambiente, qualcosa che si desidera.

 

Nella foto, il Simulacro seicentesco di San Giovanni.

Pubblicato su La Sicilia del 20.06.2021

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