Storia e tradizioni popolari

CATANIA VECCHIA

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Vi sono luoghi della città che si conoscono a memoria senza necessariamente fare ricorso al toponimo stradale convenzionale. “Unni ni virèmu?....ni virèmu ‘a Porta jaci!!??” Non c’è bisogno di spiegazioni; i catanesi sanno dove si trova: a Piazza Stesicoro, cuore pulsante del Centro storico. “ ‘A porta Jaci” era una delle porte che nell’antica cinta muraria cinquecentesca si apriva a est. Fino all’avvento del tremendo terremoto del 1693, veniva attraversata per andare e venire dalla vasta zona del comprensorio acese. Dopo il 1906, anno in cui venne portato alla luce l’Anfiteatro Romano grazie agli scavi ordinati dall’allora Prosindaco Giuseppe De Felice, alla “ ‘Porta Jaci” venne aggiunto un altro toponimo popolare: “Catania vecchia”. I bambini a solo sentirne parlare trasalivano. Le mamme gli avevano raccontato che sotto quei cunicoli si era perduta una scolaresca con il loro maestro. Una di quelle leggende metropolitane che si raccontano per il solo gusto del mistero. Ancora oggi i catanesi più anziani la denominano così. Prima di allora, questo era uno dei siti pittoreschi della città. Al centro, una grande piazza rettangolare all’interno della quale spiccavano due artistiche fioriere distanziate l’una dall’altra. Era il luogo ideale per rilassanti passeggiate. I nobili, dopo avere assistito alla messa domenicale nella vicina chiesa di San Biagio( ‘a Carcaredda), si mettevano in “vetrina”. Sottobraccio le proprie signore, passo dopo passo salutavano e dispensavano sorrisi a destra e a manca. Negli attigui chioschi sorbivano una bibita prima di recarsi nelle loro rispettive lussuose dimore. Alla decisione di De Felice di avviare i lavori, inizialmente la gente non la prese bene. Peggio quando si resero conto che quest’angolo suggestivo della città stava cambiando volto. “ E chi è stu puttùsu ca ficiunu?!” Si chiese qualcuno. Altri obiettarono: “ Àva statu tant’anni sutta terra…’a picchì ‘no lassàunu unni era!!!” Nel ‘700 il Principe Ignazio di Biscari, mecenate e culturalmente illuminato com’era, aveva tentato di finanziare anche questi scavi; non se ne fece nulla. Ogni cambiamento è duro da accettare. Questo non era roba da poco. La gente mugugnava per diversi motivi. Uno dei quali era riconducibile al giro interno del Fercolo Agatino. Per due anni il percorso subì una sostanziale variazione. Anche l’offerta della cera non potè svolgersi solennemente come prima. In più, in questo lasso di tempo la Salita dei Cappuccini non si potè effettuare. “E ora di unni ‘a cchianamu Sant’Aita?” Apriti cielo! ” Ognuno diceva la sua. Si arrivò a una soluzione. Il Fercolo venne fatto girare per il viale Regina Margherita e poi per via degli Archi, odierna via Antonino Longo. Il provvisorio percorso si rivelò particolarmente difficoltoso. A seguito del fondo accidentato della strada, la preziosa macchina dell’Archifel con il sacro busto reliquiario fu costretto a lunghe soste. Gli sforzi per evitare gli enormi fossati che si aprivano sul terreno furono notevoli. Ultimati i lavori, nel 1906 vi fu la solenne inaugurazione. La conferma che De Felice aveva visto bene, arrivò con gli anni. Riportare alla luce i resti del monumento “sotterraneo” ebbe soprattutto valore altamente simbolico; era una eloquente testimonianza storica del solido rapporto che legava la città dell’Etna all’antica Roma. I ruderi riemersi dalle viscere della terra, sepolti da colate laviche, terremoti e rimaneggiati vari dovuti all’opera dell’uomo, non rendono l’idea della imponenza di questo glorioso edificio dalla forma Ellittica risalente al II Sec d.C. circa. “L’Amphitheatrum insigne” si estendeva in una vasta area a occidente della città. La sua circonferenza esterna misurava ben 309 metri. Costruito interamente in pietra lavica dell’Etna, ricoperta da marmi e abbellita da file di mattoni orizzontali, poteva ospitare oltre 15.000 persone. La parte sommitale si presentava addirittura ricoperta da un “velarium” per il riparare gli spettatori dal sole e dalla pioggia. Vi si svolgevano lotte tra gladiatori e simulazioni di battaglie sul terreno. Per ordine di importanza, pare sia stato considerato il terzo dopo Il Colosseo e l’Arena di Verona. Il suo splendore durò appena pochi secoli. Già nel 498 d.C cadde in disgrazia, tanto che venne richiesto al Re Teodorico l’autorizzazione di impiegare i materiali per la costruzione delle mura perimetrali della città. Le alte colonne, invece, servirono per la realizzazione di altri monumenti. Fu un continuo saccheggio. Quelle pietre servirono pure per la costruzione della “Ecclesia munita”, cioè l’antica chiesa-fortezza Normanna. Ancora oggi dal lato della via Dusmet è possibile ammirare i conci lavici delle Absidi miracolosamente scampate al terremoto del 1693.

 

Nella Foto, l'Anfiteatro romano secondo una ricostruzione fotografica.

Pubblicato su La Sicilia del 24.01.'21

 

IL TERREMOTO CHE NEL 1693 DISTRUSSE CATANIA

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Se l’anno 2020 e’ stato scacciato a suon di botti e vaffa, cosa sarà successo a Catania durante il trapasso tra i secoli ‘600 e 700!? Canti, balli, scongiuri, botti e brindisi? Forse niente di tutto questo. Dov’era la forza per festeggiare!!?? A quel tempo la Sicilia orientale era tutto un cantiere. Il 1600 è stato un secolo nefasto per tutta l’isola; soprattutto per la zona etnea. Tra un’epidemia e l’altra; tra guerre intestine e continue carestie, la distruttiva colata lavica del 1669 arrivò fulminea. Dalle bocche apertesi ai Montirossi, una fluida massa magmatica si rovesciò lungo la fiancata ovest; travolse villaggi e Centri abitati( Belpasso e Misterbianco tra questi) e si rovesciò sullo Jonio dopo avere accerchiato il Castello Ursino e cancellato un pezzo consistente del Monastero dei Benedettini. Per Catania i danni quella volta furono tutto sommato contenuti. Anzi, paradossalmente la città si allargò. Il “bello” doveva però ancora venire. Ventiquattro anni dopo si verificò il devastante terremoto della Val di Noto che distrusse una vasta area della zona orientale dell’Isola. Città come Noto, Lentini, Mineo, Ragusa vennero spazzate via dal potente sisma che demolì pure il capoluogo etneo. I morti si contarono a migliaia. Il maremoto che subito dopo si abbattè su Catania, completò l’opera di devastazione. Non rimasero in piedi che poche case e qualche monumento. L’apocalisse si scatenò l’11 Gennaio del 1693 alle ore 21.00, esattamente 328 anni fa. Nei giorni precedenti si erano verificate lievi scosse che non servirono ad allarmare più di tanto la popolazione. Solo il nobile Don Arcaloro Scammacca si trasferì nelle sue terre fuori città. Secondo le testimonianze, una veggente presentatasi al suo cospetto lo avrebbe avvertito: “Don Arcaloru, don Arcaloru, dumani ‘a vintinura a Catania s’abballa senza sonu”. Una delle 5 lapidi fatte murare in città pochi anni dopo, ricorda e ammonisce: “ Se non sai, leggi, piangi, ricordati-A’ 9 gennaio 1693- uno tremendo tremuoto scuoteva tutta Catania. Agli 11 dello stesso mese la distrusse- tolse la vita a 16 mila cittadini-mise in fuga i vivi, eccitò a furto i forestieri-Questa lapide avvisi che al primo movimento della terra-che Dio non voglia-tutti riparino a’ campi e mettano custodi alla città-A.D. 1696”. Nulla fu più come prima. “ Di colpu si spaccò sutta li pedi/ ‘a terra scossa di lu tirrimotu| agghiuttennu ‘nta’ li fauci murtali/ tutta la genti di la cattitrali(…) scrisse secoli dopo uno dei tantissimi poeti che nel corso del tempo conferirono all’evento dignità letteraria. Più sconvolgente ancora però la testimonianza di Tommaso Costanzo. Lo storiografo di Catania testimone diretto e cronista riportò in eloquenti versi ciò che accadde quella sera: “ ‘A Vint’uri e tri quarti, ahi chi ruina!”/ Ahi chi orrendu successu! Ahi chi raccuntu!/ Scrivi la pinna mia mesta e mischina./(…). Si vittiru chiancennu ccu rispettu/ l’infilici e scuntenti catanisi/ sutta murammu sepulti…(..)”. Ma come l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri, così Catania risorse dalle proprie polveri. La ricostruzione si rivelò assai complicata ma fu tempestiva. In un primo momento, in preda al comprensibile sconforto, il Senato spalleggiato da una parte del popolo, suggerì di riedificare la città in altro luogo. Vi fu però la ferrea opposizione della chiesa. Il canonico della cattedrale Giuseppe Cilestri, per convincere i più facinorosi a desistere dal loro proposito, condusse in processione tra le macerie una reliquia di Sant’Agata. Poco tempo dopo il vicerè Uzeda inviò il duca di Camastra a redigere un primo progetto urbanistico per realizzare il quale bisognava abbattere ciò che era rimasto ancora in piedi. La leggenda racconta che sia stato lo stesso Camastra in persona a tracciare le prime strade in groppa al proprio destriero. Tutti contenti!!?? Ma quale! “Cu distruiu Catania? ” in molti si chiesero. La risposta fu lapidaria: “Parti Diu e parti Camastra…” Le polemiche ben alimentate da sospetti e invidie non si placarono. A sollevarle furono gli stessi nobili che chiesero ed ottennero in accordo con le autorità ecclesiastiche di essere consultati. “Cu sparti ‘avi ‘a megghiu parti”, si dice; così ottennero di riedificare i loro palazzi nei siti prescelti. Tra questi, le cinquecentesche mura di Carlo V che non solo garantivano una posizione aerea dominante, ma soprattutto una buona sicurezza. La natura “ballerina” del suolo etneo consigliò un piano urbanistico vero: più “arioso” e meglio organizzato. Al contempo ci si preoccupò di ordinare i dintorni della cattedrale per consentire al giro esterno agatino maggiori e più ordinati spazi.

 

Catania 08.01.’21

Pubblicato su La Sicilia del 10.01.'21

USANZE E RITI DEL CAPODANNO

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“Anno nuovo, vita nuova”. E’ quello che ci attendiamo dell’anno che sta per arrivare. Ci sono timide speranze che ci si possa avviare verso una graduale normalità, questo sì. Mutazioni permettendo, dipenderà molto dagli esiti vaccinali: sarà possibile sconfiggere con rapidità il virus oppure no? “Cchiù scuru ‘i menzannotti non po’ fari” affermano i più pessimisti; è uno stoico modo per consolarsi che dalle nostre parti trova sempre conferme. Ma c’è pure chi di necessità ne fa virtù. Ecco allora entrare in scena la cabala. Ognuno si consola a modo proprio. C’è chi prega, chi fa gli scongiuri e chi invece preferisce, al bar o dal tabaccaio, giocarsi i numeri al lotto. Abbandonati i tradizionali sogni, si va sul concreto. Il primato del “Lotto” spetta a Napoli, ma “Fatti ‘a nomina e vo’ cùrcati” si dice. E Catania, in fatto di giocate non scherza di certo.Non sappiamo se qualcuno abbia già azzeccato la combinazione giusta, ma i numeri sul “coronavirus” si continuano ancora a giocare. Al virus e’ stato attribuito ovviamente il numero 19. Per formare il terno secco su tutte le ruote, o meglio su una sola che potrebbe elargire una cospicua sommetta al fortunato, ne occorreranno altri due. Qui le variabili possono essere tante…allora “Strugghemucci ‘i nummira”. Sempre in tema di tradizioni, il Capodanno ha i suoi riti. I botti, quelli che sono legali perché non pericolosi, servono a scacciare tutte le negatività. Illuminano il cielo di colori variopinti che conferiscono all’evento un forte impatto di suggestività. Anche l’occhio vuole la sua parte. Ma è a tavola che “si gioca” il possibile destino dell’anno che sta per scoccare. Il “Cenone” ha la sua importanza; il menù e tutto ciò che fa da contorno deve essere scelto con cura. Secondo il grande Demopsicologo palermitano Giuseppe Pitrè: “Cu mangia a Capudannu maccarruni, tuttu l’annu sa fa arruzzuluni!” Non sappiamo cosa sia potuto accadere durante lo scorso San Silvestro, ma qualcosa forse non avrà funzionato. Nei vecchi sussidiari di scuola però una filastrocca ci insegnava: “Io sono il padre di dodici figli/ e tutti quanti sono mortali;/ vesto di rose, di fronde e di gigli/ non ce n’è uno all’altro uguale(…). E’ vero. Ma è altrettanto vero che ognuno lo vorrebbe plasmato a seconda dei propri desideri. In virtù di ciò, la superstizione tende sempre a superare anche la più palese razionalità. A dominare la notte di Capodanno è sempre il colore rosso. Rossa la tovaglia da tavolo, rosse le candele, rossa perfino la biancheria intima. Qualcuno adesso storcerà il muso, ma la tradizione pare provenga dalla Cina. Nel simbolismo orientale, infatti, il rosso è il colore della fortuna, della prosperità e della buona sorte. Niente male. I pensieri dovranno essere tutti positivi. Attenzione a quello che si fa, perché l’anno a venire potrebbe essere caratterizzato proprio dagli atti compiuti poco prima della mezzanotte. Vietato ai più piccoli il gioco delle carte, potrebbero acquisire questo brutto vizio. Mai piangere, per carità! Meglio il sorriso. Da qui l’allegria della comitiva che trova il suo momento più alto nello stappo dello spumante( o dello Champagne). Il “botto” più è forte e più fortunato sarà l’anno entrante. La fortuna è quasi sempre sinonimo di ricchezza economica; ecco perciò entrare in campo, anzi a tavola, il cotechino con contorno di lenticchie. Già dai tempi degli antichi romani era tradizione mangiare questo legume che ben appiattito simboleggiava la moneta d’oro. Mangiarle quanto più cotte possibile comporta…un aumento di volume. Dunque, chi più ne ha, più ne metta! Questa antica usanza contrasta con quella attuale che per meglio ingraziarsi la sorte, c’è chi preferisce intascarne delle belle “manciate” crude. La variante alle lenticchie sono i chicchi d’uva, ma è una usanza praticata più in Spagna che in Italia. Paese che vai, usanze che trovi. L’anno che verrà è sempre un rebus. Col morale sotto i tacchi conviene affidarsi alla omonima canzone di Lucio Dalla. Un testo utopistico capace però di infondere grande speranza. E allora in alto i calici per un “Cin-cin” liberatorio con tanto di sonoro “tin-tin”. Usanza anch’essa attribuita alla…Cina. Deriverebbe da due parole: Ch’ing Ch’ing, che nel suo significato più moderno vuol dire “Bacio”. E allora: “Prosit” che sia, cioè, “di giovamento”. Speriamo. Auguri.

 

Pubblicato su La Sicilia del 27.12.'20

I GABBI CATANESI

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“Se hai trascorso una infanzia bellissima, clicca qui!” E giù una valanga di “Like”. Scorrono una dietro l’altra in ordinata sequenza le foto in bianco/nero, accompagnate da una musichetta scelta ad hoc. Ormai è un classico. Dai mitici anni ’50, passando per gli spensierati anni ’60, le immagini si trascinano fino agli austeri anni ‘80 dello scorso secolo. La platea è molto vasta. Una carrellata di costumi, antiche usanze e oggetti ritenuti “morti e sepolti” e che invece i social stanno riesumando grazie al moto spontaneo di quanti credono ancora nei valori del passato. Emoj e faccine sorridenti compaiono nello spazio riservato ai commenti. Si moltiplicano i siti “Vintage” che propongono foto, filmati e quant’altro possa essere utile a esaltare lo stile di vita in tutti gli strati sociali di un tempo. E non sono solo gente attempata i promotori. Una operazione culturale che non va in contro tendenza ai nostri tempi ma che, al contrario, valorizzando la storia spinge le nuove generazioni a riappropriarsi delle antiche radici. Non solo; va a colmare quel vuoto pneumatico che nella seconda parte del secolo scorso si verificò qui in Sicilia. Per un lungo periodo di tempo, complici le istituzioni scolastiche, venne infatti impedito ai ragazzi l’uso del dialetto perfino in famiglia. Il poeta bagherese Ignazio Buttitta non le mandò a dire: (…) “ Un populu,/ diventa poviru e servu,/ quannu ci arrobbanu a lingua/ addutata di pari:/ è persu pi sempri.(…). “Anniddiu-sentenzia oggi l’uomo della strada- su tunnàssunu ‘a ‘ntichi….! È proprio vero. Gli antichi non torneranno, ma una solida impronta nel dna dei cittadini certo l’hanno lasciata. Catania, questo si sa, e’ un immenso palcoscenico; basta frequentare i quartieri popolari e soprattutto la pescheria per averne la conferma. Il carattere sornione, scansonato dei catanesi è tutto lì. Esiste una vastissima letteratura in materia. Da Giuseppe Borrello a Nino Martoglio; da Agatino Perrotta(Cervantes) a Giuseppe Nicolosi Scandurra e Ciccio Meli, tanto per fare dei nomi, chi non ha satireggiato sui costumi catanesi? Catania è una città che ispira, come dimostrano i tanti poeti dialettali contemporanei che ancora la decantano. Un tempo, bastava un semplice fatto di cronaca, un avvenimento perché la voce del poeta si facesse sentire attraverso sillogi ma anche quotidiani e riviste, molte delle quali ebbero breve durata. Agli inizi del ‘900, prendendo di mira i “falsi” nobili, scriveva in una saccente quartina il poeta satirico Ciccio Buccheri Boley: “All’autru jornu ‘nta la piscaria ‘a vuci forti dissi “Cavaleri”; si nni vutàru sull’onuri miu ‘na cinquantina davanti e d’arreri. Ma chiddu ca mi fici stranizzari fu ‘ca ‘n vaporta si vutò macàri!!!” (Non c’è cchiù munnu). Da allora a oggi la musica non è cambiata tanto. “Munnu ‘a statu e munnu è” diceva mio nonno. Alcuni giorni fa, un ragazzo che chiedeva il numero telefonico alla giovane fruttivendola, si sente rispondere da questa con caustica ironia: “Dui, tri, quattru anticu: Ti po’ stuijari ‘u mussu …ca non tu ricu!!!” E quel signore che non avendo capito bene una determinata frase chiede al suo interlocutore di ripeterla: “Comu!!?” Risposta: “Comu?...vicino Milanu è!!!” Ritornano queste espressioni che una volta solo i ragazzini usavano e che nel gergo linguistico sono meglio conosciuti come “Gabbi”. “I Gabbi erano brevi esclamazioni dal contenuto scherzoso che si tramandavano da padre in figlio. Erano quasi tutte a rima baciata. Celebre quello della “Sciaria” ovvero del bisticcio …”Nniu ‘nnau, ‘u sceccu arraggiau e ppi la potta jaci non fazzu cchiù paci”. Seguiva il classico segno della croce mimato sul volto.”Pronto…chi parla!!?? ….e dall’altro capo del filo….”Ciccio con la palla!!! Mai chiedere a uno sconosciuto l’orario; il rischio è quello di farsi rispondere con sincero sfottò: “L’ura di ieri astùra: ppi essiri sceccu ti manca la cura”. Chissà quanti ancora potremmo citarne. Tutte queste espressioni, attraverso i “social” tornano a rivivere; citandole, scrivendole nelle chat è come ritornare un po' bambini. Quando quella “vocina interna” sottile e molesta senza mezzi termini ti ricorda: “Chistu è signu ‘ca sta’ addivintannu vecchiu!; la risposta è sempre sulla punta della lingua: “…eh chi ci putemu fari;….menu mali anzi:…a ‘ca finu ‘a quannu dura è fortuna!”

 

Nella Foto, dipinto del Maestro d'Arte Alfredo Cavallaro.

 

Articolo Pubblicato su La Sicilia del 22.11.’20

PROVERBI PER SETTE GIORNI(39)

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-CU CHIANTA VIGNA E SCIPPA VIGNA MAI VINNIGNA(Chi fa e disfà, non raccoglie frutti);

-GENIU FA BIDDIZZA(Non occorre essere belli esteticamente, l'importante è che si renda simpatico/a);

-A FISSAZIONI E' PEGGIU DA' MALATIA( La fissazione è peggio della malattia stessa);

-OCCHI C'AVITI FATTU CHIANCIRI, CHIANCITI(Chi ha fatto piangere qualcuno facendogli del male, arriverà il momento che piangerà a sua volta);

-DIO CI NI SCANZA DU' MALU VICINU E DU' PRINCIPIANTI 'I VIULINU( Dio ce ne scansi e liberi del cattivo/a vicino/a e di chi comincia a suonare il violino. Entrambi sono fastidiosi);

-CU PAVA PRIMA, MANGIA PISCI FITUSU(Chi paga tutto anticipatamente è facile che venga in qualche modo buggerato);

-BAVASCERI PIGGHIULU, JUCATURI LASSULU( Chi si deve sposare, scelga chiunque tranne un giocatore di carte o un ludopatico in generale). 

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