Storia e tradizioni popolari

PROVERBI PER 7 GIORNI (34)

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-CU NON FA NENTI, NON SBAGGHIA MAI (Chi non fa niente, non sbaglia mai)

-NENTI FARI CA NENTI SI SAPI ( Tutto si viene a sapere nella vita; per cui, non fare niente e cosi' niente si sapra')

-CU VOLI BENI, NON SENTI FETU D'AGGHIU (Chi vuole bene riesce bene a sopportare anche chi fa puzza di aglio)

-CU TRAVAGGHIA SI FA LU IMMU, CU NON TRAVAGGHIA SI FA 'U GIUMMU ( Chi lavora si fa la gobba, chi non lavora resta perfettamente sano)

-GENIU FA BIDDIZZA ( La bellezza non conta nulla di fronte alla simpatia)

-SOCCU ORA SI SCHIFI'A, ARRIVA PRESTU L'URA CA SI DISI'A (Cio' che oggi si rifiuta per disprezzo, arrivera' il momento che si desiderera')

- 'U CANI MUZZICA SEMPRI 'U DISGRAZIATU ( I Guai capitano sempre a chi gia' e' sfortunato).

ANTICHE TRADIZIONI PASQUALI SICILIANI

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L’efficacia del messaggio pasquale non  consiste solo nella  descrizione in sé dell’Evento narrato dai Testi sacri, quanto nella simbologia misterica che ancora oggi, sotto l’aspetto antropologico, da’ vita  a riti che si perdono nella notte dei tempi. Ma questi riti sono tutti d’origine religiosa? sicuramente no,  perché molti di essi appartengono al mondo pagano. Un misto di sacro e profano possiamo definirli, che contempera  due esigenze: l’esaltazione della divinità e la rappresentazione scenografica basata, attraverso una ricca simbologia, sulla interpretazione del Testo sacro. Da qui la tradizione  che, col trascorreredei secoli, ha mutato però il suo volto. I riti pasquali sono tra i più suggestivi e i meglio raffigurati in tutto il mondo cattolico. Ricordano la Passione e la morte di Gesù Cristo, ma anche l’arrivo della bella stagione, la primavera, sim-bolo della rinascita che arriva dopo il “tenebroso inverno”.  Non è un caso, infatti, che dopo i baccanali carnevaleschi arrivi la “Quaresima” autentico punto di trade-union  tra queste due stagioni. “Carnalivari” deriva da  Carni-livari che segna, appunto, l’inizio del digiuno quaresimale. Dopo il Concilio di Trento, il cosiddetto “Teatro sacro” scompare dalle chiese per essere portato nelle strade o nelle piazze dove si diede libero sfogo a una religiosità fino ad allora controllata sempre nel contesto liturgico. Nacquero così, soprattutto nel seicento, tutti i “Martori”, le “Casazze” la “Via crucis” e le “Devozioni” che ancora oggi sopravvivono con particolare intensità in tanti centri della nostra Isola. Trapani, Caltanissetta e Enna sono le province dove la tradizione ha resistito intatta nel tempo. Vi si assiste a riti di grande suggestività. Dalla domenica delle Palme e per tutta la Settimana Santa,  le strade delle città e dei piccoli centri urbani diventano teatro di ben organizzate processioni che rievocano la Morte e Passione di Gesù Cristo.  “A Catania, qualche anno dopo il disastroso terremoto del1693”-racconta l’abate Sestini, bibliotecario dei Biscari- “dalla chiesa del convento dei cappuccini (oggi palazzo della borsa) a un’ora di notte si partì una imponente processione preceduta da alcuni che suonavano il timpano e il tamburo”. Molto però è cambiato nel tempo. Gli eventi collegati alla Pasqua, i quali in passato erano vissuti all’insegna della  piena austerità quaresimale, oggi sono diventate “ghiotte” occasioni di consumismo. Parole come “turismo”, “pubblicità”,  “spot” sono entrate prepotentemente nel lessico di tutte le feste religiose, in qualche caso anche in maniera poco ortodossa. Anche la Chiesa si è dovuta adeguare ai tempi. Dagli anni ’50 in poi si sono registrati piccole ma significative variazioni che non hanno risparmiato neanche le Liturgia. Tra queste, l’orario della Risurrezione del Cristo  che è stata spostata dalle ore 11.00 di sabato mattino, alle 23.30 di sera. Un cambiamento che i fedeli hanno avvertito in senso negativo in quanto si sarebbe realizzato  a scapito della genuina tradizione. “A’ sunata da lòria”, lo scampanio festoso delle campane, cioè, che annunciavano la Risurrezione, a  quell’ora del giorno veniva vissuto con grande solennità. I fedeli si fermavano ovunque a pregare: in chiesa,  o davanti  gli altarini addobbati  di fiori e frutta di stagione. Lo scambio di auguri avveniva anche  lungo le strade;  chi aveva da poco litigato, molto spesso si riappacificava. Nelle tavole imbandite di tutto punto, si consumavano frugali pasti a base di agnello. Prima del tradizionale “uovo di Pasqua” di cioccolato e sorpresa, particolarmente gradita era “ ‘a cuddura  ccu  ll’ovu” tipico dolce decorato da ‘n-ciminati e uova sode, che gli innamorati si scambiavano a forma di cuore. Ai bambini veniva recitata dai nonni o dai genitori, l’esortazione: “Crisci crisci ‘ca ‘u Signuri abbrivisci” ( cresci cresci che Gesù risorge). Durante la Settimana Santa, inoltre, era buona norma per i Fedeli, vivere nella più rigorosa austerità: si  consumava non  più di un pasto al giorno, e  veniva evitata ogni  tipo di ostentazione. Persino le specchiere, all’interno delle case, venivano coperte per evitare eccessi di vanità. Agli inizi dell’800 ad Acireale avvenne un fatto curioso, la  cittadinanza infatti stava per celebrare il giorno della Pasqua con una settimana di anticipo. Allorquando le autorità si resero conto tardivamente di ciò che stava accadendo, corsero subito ai ripari. Alle cinque del mattino il banditore cominciò a percorrere tutte le strade avvertendo:  “ Cu cucina, mi scucina ca ‘nun ‘è Pasqua sta matina; e ‘ccu avi a cuddura ‘ccu ll’ovu, ‘sa sarba beni ‘ppa duminica ca veni” ( Chi sta cucinando non cucini, perché non  è Pasqua questa mattina, e chi ha fatto il dolce con l’uovo, se lo conservi bene per la domenica che verrà).

 

                                                                         

 

PROVERBI E SCONGIURI AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

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Speriamo che  arrivi presto questo picco, in modo tale che l’epidemia così imbocchi la sua fase calante. Mah! Facciamo i dovuti scongiuri. Nelle famiglie tappate a casa per effetto del decreto ministeriale, non si discute d’altro. Si sta incollati davanti al televisore in attesa di attingere notizie da questo o da quell’altro telegiornale; da questo o da quell’altro programma giornalistico dove politica e scienza si mischiano alla cronaca senza che uno ci capisca granché. Purtroppo i numeri sono spietati: ancora un “Bollettino di guerra”.Gli scienziati invitati fanno la loro parte, ma non sempre sono d’accordo tra di loro. Si va in giro con la mascherina per elemosinare un po’ di sicurezza. Certo è che questa pandemia è piovuta tra capo e collo in Europa. La già fragile economia del nostro Paese, in particolare, rischia seriamente il tracollo. “Ci mancava, chistu sulu sulu”, ci si lamenta a Catania. “Già ca  i cosi jeunu mali; ci vuleva stáutra pezza ‘nto mantu! ”. I più anziani, contro cui questo coronavirus sembra essere particolarmente aggressivo, aggiungono un altro proverbio:  “ Supra ‘ a váddira n-craunchiu”; che tradotto sta a significare: “sopra l’ernia pure un foruncolo”. Appóstu semu!   Il fatidico “ ‘o peggiu non c’è fini”, lo lasciamo  ai pessimisti per natura. Per quelli che invece amano vedere sempre il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto, vale una espressione napoletana  pronunciata da Edoardo De Filippo nella sua commedia “Napoli milionaria”:  “A da passa’ ‘a nuttata”. Una espressione che in questo particolare momento è di moda. Ma pur essendo nel mondo della globalizzazione e con la scienza che sembra dominare incontrastata questo nostro secolo, c’è  pure chi ricorre proprio agli scongiuri e invoca le divinità. Le pandemie di ogni tipo, purtroppo, appartengono a tutte le epoche. Sin dai primordi, pestilenze, colera, vaiolo, influenze maligne e tanto altro, ci sono sempre stati. Hanno falciato popoli, atterrato civiltà, sovvertito poteri, mettendo fine a consolidate abitudini nella società. Alla fine, nulla è poi stato come prima. Chi pensava che la scienza medica in questo campo potesse del tutto debellare il “nemico invisibile”, come vediamo, si sbagliava. I passi avanti sono dovuti a una presa di coscienza globale che ha condotto la civiltà verso il progresso; anche se, poi, nuove e più aggressive minacce virali ai tempi nostri si affacciano all’orizzonte.

Allora le epidemie  scoppiavano per contagio; favorite pure  dalle pessime condizioni igieniche dei quartieri più poveri. Il popolo quasi sempre le considerava un castigo divino. Il più delle volte venivano individuati  untori o presunti tali; e allora la rabbia della gente colpiva perfino gli innocenti. La storia della “Colonna infame” narrata dal Manzoni nell’omonima opera, è l’esempio più illuminante a questo proposito. Le  epidemie, nei primordi venivano contrastate, oltre che con i rimedi suggeriti dai grandi medici come Ippocrate e Galeno, con metodi empirici oppure con scongiuri e rituali. Con l’avvento del Cristianesimo, invece, tramite la intercessione dei Santi. Tra questi, i più  invocati erano San Sebastiano, San Rocco e Santa Rita; quest’ultima considerata la Santa  dei casi impossibili. Di fronte a pandemie devastanti che sembravano non avere mai fine, si ricorreva direttamente alla Madonna. “‘O Santissima Matri divina,/ca di li cieli siti la Riggina /c’è stu mali ca camina/ ‘ncatinatulu  ca vostra catina./(…) ‘U vuostru mantu ni cunsola/ niatri rintra e stu mali fora! “ /. Questo scongiuro si perde nella notte dei tempi. Sui social, quando  a Catania il numero dei contagiati arrivò’ a a superare quello delle altre province dell’Isola, qualcuno ha pure invocato l’uscita in processione del Velo di Sant’Agata. Quelli, si dice, erano però altri tempi. Ma questo non impedisce comunque la recita di preghiere e orazioni. Come quella ascoltata davanti un altarino di San Giuseppe: “San Giuseppi binirittu/ ppi stu munnu ca è afflittu/ prejia tu nostru Signuri/ ca ni scansi de rulúri./ Stu flagellu ca spuntau/ sta facennu tanti morti/ e la genti  si ‘n-tanáu/ ppi scampári a’ tristi sorti./(…) Ma tu giuru e tu prumettu/ ca ‘a st’Artaru n-ciuri ‘u metti./*  Il vero deterrente all’epidemia sta nella scienza e nella ragione. Per evitare al massimo i rischi del contagio, è certamente quello di starsene serenamente a casa. Non vi è alcun dubbio.

*Versi contemporanei di Santo Privitera

Pubblicato su La Sicilia del 29.03.2020

 

 

PROVERBI PER SETTE GIORNI(33)

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-SAVVA 'A PEZZA PPI QUANNU VENI 'U PURTUSU(Conserva la pezza alla bisogna; cioe' per quando sara' il momento di saldare un conto in sospeso);

 

-CU JOCA SULU NON PERDI MAI(Chi gioca solo non perde mai perche' non ha un competitore. Lui se la canta e lui se la suona);

 

-A LU PRUVATU, NON LU PRUVARI, CA CCHIU' LU PROVI E CCHIU' TINTU LU TROVI(Alla persona che hai messo in prova, se l'esito e' stato negativo, non la riprovare;  perche' piu' la provi peggio sara'. Se non vi hai i trovato nulla di buono,e' inutile perseverare);  

 

-NON TI FIRARI SI LA CORDA 'E GROSSA: QUANTU 'E' CCHIU' GROSSA, CCHIU' PRESTU SI SPEZZA(Non ti fidare della corda grossa, perche' tanto piu' grossa e' prima si spezza. Allude alla sicurezza che non e' mai troppa);

 

-A GALANTOMU, OGNI PAISI E' PATRIA(Per la Pesona seria e onesta, non  c'e' problema. Ovunque si trova bene perchè sempre bene accetto);

 

-CU S'AMMUCCIA ZOCCU FA, E' SIGNU CA MALI FA(Nascondere il  proprio operato, sta a significare che sta facendo del male o e' in procindo di farlo);

 

-'A FISSAZIONI E' PEGGIU DA' MALATIA STISSA(La fissazione e' peggiore della malattia stessa).

 

ALTARINO DI SAN GIUSEPPE

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San Giuseppi Binirittu
Ppi stu munnu ca è afflittu 
Preja tu nostru Signuri 
Ca ni scanzi de rulúri.
Stu flagellu ca spuntau
sta facennu tanti morti
e la genti si ntanàu
Pi scampari ‘a tristi sorti.
Patriarca tu lu sai
Iu non t’haj priatu mai 
Ma ti giuru e ti prumettu
Ca ‘a st’artaru ‘nciuri ‘u mettu.

Di Santo Privitera

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