Storia e tradizioni popolari

LA FESTA DI SANT'AGATA E I RITI SCOMPARSI

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In tanti secoli di storia Agatina ne sono successe di cotte e di crude. Nel bene o nel male la festa ha risentito della evoluzione dei tempi più di quanto non si creda. Colate laviche, terremoti, insurrezioni, avvenimenti infausti, hanno imposto bruschi cambiamenti a volte anche traumatici. Vale la convinzione che la festa ogni anno, per quanto mantenga ancora molto dell’antico cerimoniale cinquecentesco di Alvaro Paterno’, presenti sempre qualche elemento dì diversità. E forse è proprio questo, oltre la grande devozione che i catanesi hanno per la Santa Patrona, uno dei punti di forza che la mantiene sempre viva. Molte delle antiche tradizioni ancora resistono; altre invece, come l’antica corsa del Berberi o i Palii della marina non ci sono più. “C’aunu ‘a jiessiri beddi ddi tempi! ” Eh sì, perché i tempi belli sono sempre quelli di una volta. La dimostrazione sta nel fatto che alcuni riti creduti scomparsi per sempre, seppur in forma teatrale più che nella sostanza, a volte ritornano. È il caso delle ‘ntuppatedde. “Ntuppateddi!?...dda’ ‘a Piscaria i vinnunu a chilati !” Il solito buontempone risponde così quando qualcuno chiede notizie più dettagliate sull’argomento. Lo fa con l’ironia di sempre, perché conosce bene i problemi all’ordine pubblico creati da tale usanza. Il termine nasce proprio da “Tuppa”: membrana, cioè, che chiude il guscio delle lumache. Essendo la festa di Sant’Agata spesso coincidente col carnevale, da qui l’ origine. Aveva come assolute protagoniste le donne. Non certo le donne del popolo, ma quelle più emancipate appartenenti ai ceti nobiliari. Disinvolte, nubili o maritate, nel bel mezzo della festa giravano incappucciate tra la gente anche in processione. Il commento dei popolani dovette essere lapidario. Magari qualche marito geloso si lasciava sfuggire fra i denti il fatidico: “Su jiera me muggheri, cci rumpeva i Jammi! Ma per carità: tutto finiva lì! Al centro del cappuccio, una sola apertura tale da consentirne la visuale. Dopo il 1693 questo abbigliamento, colpito da censura, venne sostituto da un mantello nero con un lungo cappuccio. Ne parlò Giovanni Verga nella sua famosa novella “La coda del diavolo”. Le ‘ntuppatedde per strada “adescavano” gli uomini prescelti, facendosi loro offrire un dolce o un modesto regalino. Le più “sfacciate” si sceglievano quello facoltoso, e allora non era più un regalino qualsiasi ma un monile d’oro o qualcosa di simile. Col passare del tempo tale usanza si fece più invadente, tant’è che ci scappò l’incidente istituzionale. Ne fece le spese il corpo accademico universitario. Durante la processione della cera, il 3 febbraio, i ragazzi che nel corteo rappresentavano la Regia Università, distratti da quelle “misteriose figliole mascherate” presero a schiamazzare con loro. Il risultato fu che il Vicerè in persona, con decreto del 1729 dichiarò facoltativa la partecipazione dell’Ateneo alla processione, tramutandone l’adesione con l’offerta di tre onze da consegnare al depositario della Cattedrale per l’acquisto della cera. Fine della corsa. Una esclusione molto diplomatica che duro’ per lungo tempo. Ma ancora per oltre un secolo, incurante dei pregiudizi e dei danni combinati, sarebbe durata questa tradizione. Il severo Cardinale Dusmet, dopo lunga battaglia con le autorità municipali, nel 1868 ne ottenne la soppressione. Fine della questione. Durante la festa di Sant’Agata, la città diventa un palcoscenico all’aperto. Una volta i giornalisti usavano prendere di mira l’abbigliamento di coloro i quali provenivano dai paesi vicini per venerare Sant’Agata. Nel frattempo ne approfittavano per assistere alle suggestive fasi del cerimoniale. Questioni di gusti. “Fatti ‘a nomina e va’ curcati ” si dice. “Uomini e donne calati de’ paisi, vestendosi di festa si credono arrivare in via etnea come in una sfilata di moda” così il commento apparso su uno dei tanti settimanali satirici che nei primi del Novecento affollavano le edicole della città. E questo è niente se consideriamo che, trattandosi di massaie e contadini dediti soltanto alla vita dei campi, agli occhi dei cittadini più emancipati non dovettero apparire del tutto sobri nel vestire. Più recentemente ricordiamo, tra i tentativi di innestare nuovi riti nei festeggiamenti , il clamoroso fiasco del “Famoso” cero di pomodoro. Per chi non conoscesse il fatto( ma è improbabile), non è di ortaggi che stiamo parlando ma di Arnaldo Pomodoro, un celebre artista romagnolo che in nome della “bellezza”, nel 1999 venne chiamato a costruire un enorme cero da accendere la mattina del tre febbraio di quell’anno. Al momento dell’accensione pero’ qualcosa non funzionò e il marchingegno prendendo fuoco squaglio’ tutto in una volta. Tra il partito del si e quello del no’ scoppio’ una grande polemica. Questi ultimi finirono per gridare al miracolo; l’ennesimo compiuto da Sant’Agata.

Pubblicato su La Sicilia del 29 Gennaio 2020

I RITI DEL CAPODANNO

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 “N’annu non è comu nautru annu”. Menomale, altrimenti ci saremmo annoiati. Ma la vita  è bella perché è varia. Mentre il barometro a Natale  viene dato quasi sempre in picchiata, quest’anno invece  un po’ ovunque si è registrato bel tempo. Pare sia così anche per capodanno. Slitte, renne, pupazzi di neve e quant’altro,  quest’anno li possiamo ammirare solo in cartolina. Dalle nostre parti, ad eccezione delle quote più alte dell’Etna, il vero freddo arriva quasi in prossimità della primavera. Ma che Natale è se manca la neve? Con i mutamenti climatici molti stereotipi sono destinati a cadere. Non è escluso che in un prossimo futuro dovremmo accettare di vedere un Babbo Natale diverso dal solito: magari un po’ più magro e con la barba più corta e curata del solito. Attendiamo, in merito,  istruzioni dalla Commissione europea. In  quanto alla slitta, quella può rimanere così’ com’è visto che le renne non sono inquinanti. Siamo già a capodanno. “L’annu vecchiu si nni va/arriva ‘u nou; /jennu facennu passi di giganti/tiramu  rittu e ghemu sempri avanti(…) dice il poeta coi suoi versi propiziatori. “Anno nuovo, vita nuova”: sarà proprio così!? Una volta si usava buttare per strada  dal balcone la roba vecchia di casa.  Pratica alquanto incivile. Ai tempi d’oggi, salvo rare eccezioni, non è più di moda. Adesso la scommessa è sconfiggere la barbara usanza di sparare per aria con pistole e fucili. In tutto il mondo,  per  iniziare l’anno coi migliori auspici,  si ricorre alla cabala. Innanzitutto bisogna stare bene attenti alle azioni che si compiono. Nell’arco di dodici mesi, infatti, quelle azioni potrebbero tornare. “Chi canta a capodanno”-si dice-, “canta tutto l’anno”. In omaggio a questa convinzione, allo scoccare della mezzanotte  ci sono coppie che ne approfittano per appartarsi in intimità. Tanti i riti propiziatori che si tramandano di generazione in generazione. Sono riti la cui simbologia ha poco a che vedere con la religione. Anzi molti sono di derivazione pagana. L’anno che verrà  sarà bisestile, bisognerebbe sfatare il detto secondo il quale “Anno bisesto, anno funesto”. Speriamo bene. “Non è vero ma ci credo”. Anche le persone più scettiche, sotto sotto ricorrono a queste pratiche. “Mi llincu i sacchetti de causi chini di linticchia, accusi mi trasunu soddi”. Il grappolo d’uva e i chicchi del melograno sono alternativi al legume. Ogni Chicco varrebbe un euro; Quanta ricchezza!  A dominare, la sera del capodanno, è sempre il colore rosso. Rosse le mutande, Rossi i peperoncini che intrecciati a corona costituirebbero  un forte deterrente scaramantico contro qualsiasi “mavaria”. Ma il rosso, non dimentichiamolo, è pure il colore della seduzione. I botti simboleggiano l’uccisione del vecchio anno a favore del nuovo. Tramontati i “bummi ‘i cincu liri”, i faillanti “ assicutafimmini  e gli assordanti “raudi”, col tempo si è arrivati a usare persino petardi molto potenti vietati dalla legge.  La funzione apotropaica del fuoco, serve a rigenerare e purificare dalle cattività, ecco perché ancora vi è l’usanza di accendere i falò nelle piazze. Così il vischio. Una tradizione di derivazione celtica che per scacciare gli spiriti cattivi suggerisce di appendere dei rametti di questa pianta sulla porta della propria abitazione. Si racconta che nel solstizio d’inverno i sacerdoti druidici lo tagliavano con un falcetto d’oro facendolo cadere nelle proprie veste bianche. Ma il Visco, come testimonia una nota leggenda, è pure la pianta degli innamorati. Dei riti fanno parte le strenne, ovvero lo scambio di regali tra parenti e amici. Una usanza, questa, tramandataci a sua volta dagli antichi Romani. Per passare una bella serata occorre riempire il desco di tutto ciò che la tradizione impone. Allora ecco comparire, oltre alle lenticchie cotte(sempre loro) consumate nel bicchiere di colore rosso fuoco, le anguille lesse con olio, prezzemolo e aglio; cavolfiore “affucatu”; Carne di maiale. Il Carciofo a tavola non deve mancare. Le crispelle  con acciughe o con la ricotta sono sempre gradite. Se poi ci metti alcune fette di baccalà’ fritto, la cena assume una piega decisamente sfiziosa.Ma il vero principe della tavola di capodanno è  lui: il Tacchino al forno. Dopo il brindisi augurale si pensa già all’indomani. C’è da smaltire un po’ di peso accumulato durante tutte le feste. Una penitenza. A Catania, dal 2 di gennaio  iniziano i consueti  preparativi per la Festa di Sant’Agata. Nel luglio del 2020, ci sarà anche da ricordare i cento anni della scomparsa di Giuseppe De Felice. Il “Tribuno catanese”  o “nostru patri ” come meglio conosciuto dal popolo, deputato e più volte pro sindaco, in oltre quarant’anni di attività politica rese grande la città di Catania.

 

Pubblicato su La Sicilia del 29.12.'19

 

PROVERBI PER SETTE GIORNI(32)

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-A PANI SCHITTU LU VERU CUMPANAGGIU E' LU PITITTU(Quando si ha fame, anche il pane senza companatico appaga l'appetito);

-MEGGHIU 'U VECCHIU CUNUSCIUTU CA 'U NOVU A CANUSCIRI( Meglio cio' che si conosce rispetto alle novita' che ancora si sconoscono);

-TANTU AMURI, TANTU SDIGNU(Tanto amore, tanto odio. Il filo che divide i due opposti sentimenti e' sottilissimo);

-'U CUNNUTU '0 SO PAISI E LU SCECCU A TUTTI I BANNI(l'uomo vittima di adulterio puo' rimanere nel suo paese mentre la persona stolta benche' indesiderata puo' andare ovunque);

-FIMMINA SENZA AMURI 'E CIURI SENZA UDURI(La donna che non ama è come un fiore che non fa odore);

-CRISCIUNU L'ANNI E CRISCIUNU 'I MALANNI(Piu'crescono gli anni, piu' aumentano i malanni);

-'A LUPU VECCHIU NON SI 'NZIGNA 'A STRATA( A una persona scaltra non occorre  suggerire alcunchè ).

 

I CANTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA

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Domenica a 17 Novembre al Centro culturale V.Paterno' Tedeschi si e' instaurato un clima di Patriottismo; quel clima che in Italia dovrebbe essere maggiormente diffuso anziché soffocato come fanno alcuni partiti italiani scarsamente italiani. L'occasione ci e' stata data dalla brillante conferenza ''I CANTI CHE HANNO FATTO L'ITALIA DAL RISORGIMENTO ALLA II GUERRA MONDIALE'' tenuta dal nostro Nunzio Barbagallo, attento e puntiglioso collezionista di preziosi documenti storici. Protagonisti: poeti, musicisti e cantanti che hanno messo la propria arte al servizio dei gloriosi trascorsi militari del nostro Paese. E' stato ribadito più' volte che il Tricolore e' vivo e ancora grondante del sangue dei Martiri. Onore ai Militari, onore a tutti coloro che nelle varie epoche hanno lottato per la Libertà'. L'unico colore dovrebbe dunque essere quello della Bandiera e non il singolo. Questo e' il messaggio che la storia ci consegna. Andrebbe ripreso a dovere. Barbagallo nella sua esaltante conferenza, ha selezionato alcuni dei canti più' significativi. Dall'Inno di Garibaldi'' a ''Fratelli d'Italia'' nostro 'Inno Nazionaledi Mameli; da ''Tripoli Bel Suol d'Amore'' a ''Giovinezza'', passando per le celeberrime ''Leggenda del Piave'' e ''La Bandiera Di Tre Colori'' il Patriottismo aI nostri poeti e compositori non manco' di certo. Tra per canzoni proposte da Barbagallo, troviamo ''L'Inno di Roma'', di Giacomo Puccini; ''Le Campane di San Giusto'' e la ''Canzone dei Volontari''. Nel corso dell'incontro, un doveroso omaggio ai Bersaglieri. E' stato fatto ascoltare l'Inno ''Flik Flok '' eseguito proprio dalla Fanfara del mitico Corpo miliitare dal cappello piumato. Cosi’ anche i suggestivi cori degli Alpini. Da esperto lirico qual'e' il relatore, non poteva mancare l'elenco delle grandi voci del passato. Tenori e cantanti di musica leggera che molti di questi brani hanno eseguito. Beniamino Gigli, Carlo Buti, Tito Schipa Mario Del Monaco. Francesco Albanese e perfino Vittorio De Sica, tanto per citarne alcuni. Nel novero pure voci oggi poco conosciute ma ugualmente meritevoli di essere riproposte: Crivel, Apollo Granforte, Gea della Garisenda. Alberto Mauri. Virgilio Piubeni. Insomma un'altra domenica culturale di rilievo che ha richiamato, malgrado il tempo atmosferico poco propizio, un numeroso pubblico di interessati spettatori

 
 

PROVERBI PER 7 GIORNI(31)

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-CU VOLI BENI NON SENTI FETU D'AGGHIU(Chi vuole veramente bene un'altra persona non si cura neanche della sua scarsa pulizia);

-'U SAZIU NON CRIDI 'O RIJUNU(Chi ha sempre avuto tutto nella vita, non crede all'altrui poverta');

-MUNNU CU MMUNNU NON SI 'JUNCI MAI(Solo i mondi non si possono incontrare mai, ma le persone sì. Mai dire mai.);

-NUDDU PO' DIRI: "JU DI ST'ACQUA NON NI VIVU".(Nessuno puo' dire : "A me ciò non potra' capitarmi mai);

-SEMU TUTTI SUTTA STU CELU(Siamo tutti sotto lo stesso cielo, quindi suscettibili del  bene e del male che può capitarci);

-CU PICCA JAVI CARU TENI(Chi possiede poca roba la custodisce gelosamente);

-CU S'AMMUCCIA ZOCCU FA, E' SIGNU CA MALI FA(Chi nasconde le proprie azioni, il più delle volte ha in serbo qualche cattiveria). 

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