Storia e tradizioni popolari

TUTTI I SANTI NEI PROVERBI SICILIANI

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Scherza coi fanti e lascia stare i Santi, questo e’ un proverbio in lingua italiana rivolto a chi nomina i “Santi” invano. Non e’ mai stato tradotto in dialetto Siciliano, forse perché dalle nostre parti l’usanza di nominare i Santi nei proverbi è ricorrente. Con l’avvento della contestatissima Festa di Halloween di derivazione celtica che secondo la chiesa cattolica inneggerebbe alle forze del male, l’usanza di festeggiare con maggiore solennità tutti i Santi ha assunto significato simbolico quasi espiatorio per i cristiani. E’ come passare dal tunnel alla luce. Per quanto si tenti di imporre il nuovo termine di Festa di Ognissanti, per i catanesi la festa rimane sempre Di tutti i Santi. Agli anziani che popolano i giardini storici della nostra città, non va giù questo nuovo termine: Mmai Maria…non mi cunvinci!” -afferma dubbioso uno di loro-‘A festa comu mi ‘nzignau me patri s’ha chiamari!.  Ai Santi ci si affida con voce sommessa per ricevere una grazia o per esaudire un desiderio. Senza Santi non si va ‘mpararisu, è sempre stato così. Quando ‘U Santu è di mmammuru e non sura però c’è poco da fare. Ci si rassegna solo davanti al Santo ca appi fari miraculi è tintu!. Non c’è un solo mese

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SANT'AGATA DI MEZZ'AGOSTO: LA MERAVIGLIOSA LEGGENDA DEL GELSOMINO D'ARABIA

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La vendita dei gelsomini d’arabia durante i festeggiamenti agatini di mezz’agosto? Una tradizione ormai scomparsa. Una delle tante che la festa di Sant’Agata, pur rimanendo sempre la terza festa più suggestiva e partecipata al mondo, ha dovuto subire nel tempo. Fino agli anni sessanta dello scorso secolo, si vedeva ancora qualche venditore ambulante circolare a piedi o a bordo di motoape, offrire in città gelsomini d’arabia ai fedeli. Molto gradite dalle signore, erano raccolti in semplici mazzetti legati da un elastico o in piccole “sponse” umide per ritardarne l’appassimento. Costavano 10 lire al massimo, ma il prezzo variava a seconda delle dimensioni. Nelle abitazioni delle famiglie più tradizionaliste, i gelsomini d’arabia si coltivavano nelle “graste”(vasi) o nei mignani per regalarli agli amici o ai vicini. Ben più costosi erano i monili raffiguranti il fiore del gelsomino sbocciato, coniati su commissione dagli orafi. Nobili e possidenti li avrebbero indossati durante le celebrazioni. Ma cos’hanno a che vedere i gelsomini d’arabia con Sant’Agata? L’usanza ci viene tramandata dal popolo e trae origine da una suggestiva leggenda legata al ritorno delle Sacre reliquie agatine da Costantinopoli a Catania ottantasei anni dopo il loro trafugamento. Goselmo e Gisliberto, i due soldati protagonisti dell’avventura,

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'A CHIAZZA 'I MOTTU

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Non c’era bisogno di prendere la macchina; a piedi o in carrozza, prima che col filobus, ci si arrivava lo stesso con comodità. E’ di piazza Mazzini che stiamo parlando:  la famosa “Chiazza ‘i mottu”. Era il cuore pulsante della tradizione fieristica legata ai defunti. Attraversata dall’attuale Via V. Emanuele, passando ppi l’Arcu ‘o Futtinu(porta Garibaldi), il cimitero è a un tiro di schioppo. Questa piazza ricca di storia, antico salotto catanese dalla suggestiva quinta scenografica, fino ai primi anni ‘60 dello scorso secolo ospitò la grande fiera di giocattoli destinata a fare felici i bambini. Una piccola città dei balocchi, posta all’interno di una città che aspirava a diventare Metropoli. Bambole di pezza, carrettini di legno, palle di stoffa, cavalli a dondolo, strumenti musicali in plastica e le “moderne” macchinette da corsa in acciaio, facevano bella mostra di sé. Senza contare i frutti di stagione esposti nelle botteghe de “Cosa ruciàra”: Dalle castagne caliate a quelle(durissime) napoletane; fino alle gustosissime “‘nzudde”(dal nome delle suore vincenziane che per primi li realizzarono). Non potevano mancare l’ ossa i’ mottu, la frutta martorana e ‘i “Ram’i’ napuli. “CCu tutti sti cosi esposti, ci vulissi ‘u pottafogghiu a mantici” sentenziavano i visitatori. Alla banniata dei venditori faceva da contrappunto

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LE VOCI DI STRADA: 'A VANNIATA E' MENZA VINNITA

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‘A vanniata è menza vinnita recita un proverbio tutto catanese. E’ vero! Chi non andava a lavorare per i campi alla “Piana”, era costretto a girare per le strade cercando di vendere la propria mercanzia. Pochi i decimali alla voce: disoccupazione. C’era in ballo la sopravvivenza della famiglia e ognuno si dava da fare alla meno peggio: Su non travagghiu ‘a pignata non vugghi (Se non lavoro la pentola non bolle) si diceva. La voce dei venditori ambulanti era quella degli antichi mestieri. Una volta non si buttava proprio nulla. Si viveva di poche cose e queste dovevano durare più a lungo possibile. Dal cunzaturi di piatti all’umbrillaru; dall’ammulaturi 'o siggiaru passando per i venditori di alimentari, l’elenco è lunghissimo. Il mestiere si tramandava di padre in figlio; quando non c’era, si inventava. Vaddati chi su logni sti cucuzzi: …e cchi su scabbulazzi!!! vanniava a squarciagola, e senza microfono, un venditore ambulante di frutta che sul finire degli anni ’50 dello scorso secolo stazionava alla Civita. Gli valse, appunto, il soprannome di Sciabbulazza e ne andò fiero per tutta la vita. Com’era un tempo la vita dell’ambulantato nei quartieri popolari? Cominciava di mattina alla buon’ora con il venditore di caffè, per finire, la sera, con il caliaro. I ciciri atturrati (abbrustoliti), 'a simenza (semi di zucca abbrustoliti) e ‘i calacausi (noccioline americane) erano una vera delizia. Allora non bisognava aspettare le feste patronali per gustarle. Molti la preferivano alla frutta tradizionale. E in autunno, al tempo delle noccioline e delle noci che per i catanesi è ancora ‘u scacciu, ‘a calia ci stava come il cacio sui maccheroni. Il tutto, ovviamente, innaffiato da un buon vinello: meglio se rosolio o ‘nzolia e muscateddu delle Terre forti. Queste voci di strada scandivano le stagioni. Nei mesi estivi, la prima a farsi sentire era quella do’ Ceusaru. Il venditore di gelsi neri era facilmente riconoscibile dalla cesta (panaru) colorata da un liquido rosso violaceo: Ceusa sucusi e niuri! Duci com’u zuccuru sù!. Quasi in contemporanea, il gelataio con la sua voce stridula: Geeelaaatiii….Geelaaati…! Al contrario di oggi, non usava assordanti dischi di neomelodici napoletani ma una robusta campanella o, al massimo, il fischietto per annunciarsi. In inverno si reclamizzava di tutto anche sotto la pioggia battente. Girava il carrettino con le verdure appena raccolte nei campi della piana o negli orti di cibali; c’era il venditore di spezie con le ceste colme di alivuzzi cunzati, pumaroru sicchi e chiappara rigorosamente affogata ‘nto sali rossu. Né mancava la tradizionale "Cugnetta” d’angiovi salati. ‘A Sausa cunzata (dosso del tonno) era vera delizia per palati più esigenti dei catanesi. “Luppiniii! Luppinii…”…’n cattocciu menzu soddu! La vanniata

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LUOGHI DEL CULTO AGATINO: IL TEMPIETTO BIZANTINO SCOMPARSO

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Era il 17 agosto del 1126 quando a ridosso delle rive del porto Ulisse avvenne la solenne consegna delle Reliquie agatine da parte del Vescovo Maurizio al Senato catanese. Le sacre spoglie della Vergine e Martire catanese, grazie ai due valorosi soldati Goselmo e Gisliberto, tornavano da Costantinopoli dopo essere state trafugate dal generale Bizantino Maniace 86 anni prima. L’evento piu’ atteso dai i catanesi non poteva rimanere senza una testimonianza tangibile, tant’è che nel punto in cui avvenne l’incontro, lo stesso anno venne eretto un tempietto votivo in stile Bizantino. Di esso purtroppo non vi è più traccia. Le calamità naturali e soprattutto la mano dell’uomo, lo hanno cancellato per sempre. Di questo monumento denominato Sant’Agata di Lognina prima e Sant’Agata le sciare in epoca successiva, si conosce ben poco; tuttavia la sua esistenza è certa com’è certo il luogo in cui venne edificato. Lo stesso Vescovo Maurizio nella sua preziosa epistola che ha consegnato per intero alla storia la cronaca dell’evento religioso, lo attesta. L’ubicazione esatta è al Rotolo,

 

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