Storia e tradizioni popolari

PROVERBI PER SETTE GIORNI(33)

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-SAVVA 'A PEZZA PPI QUANNU VENI 'U PURTUSU(Conserva la pezza alla bisogna; cioe' per quando sara' il momento di saldare un conto in sospeso);

 

-CU JOCA SULU NON PERDI MAI(Chi gioca solo non perde mai perche' non ha un competitore. Lui se la canta e lui se la suona);

 

-A LU PRUVATU, NON LU PRUVARI, CA CCHIU' LU PROVI E CCHIU' TINTU LU TROVI(Alla persona che hai messo in prova, se l'esito e' stato negativo, non la riprovare;  perche' piu' la provi peggio sara'. Se non vi hai i trovato nulla di buono,e' inutile perseverare);  

 

-NON TI FIRARI SI LA CORDA 'E GROSSA: QUANTU 'E' CCHIU' GROSSA, CCHIU' PRESTU SI SPEZZA(Non ti fidare della corda grossa, perche' tanto piu' grossa e' prima si spezza. Allude alla sicurezza che non e' mai troppa);

 

-A GALANTOMU, OGNI PAISI E' PATRIA(Per la Pesona seria e onesta, non  c'e' problema. Ovunque si trova bene perchè sempre bene accetto);

 

-CU S'AMMUCCIA ZOCCU FA, E' SIGNU CA MALI FA(Nascondere il  proprio operato, sta a significare che sta facendo del male o e' in procindo di farlo);

 

-'A FISSAZIONI E' PEGGIU DA' MALATIA STISSA(La fissazione e' peggiore della malattia stessa).

 

ALTARINO DI SAN GIUSEPPE

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San Giuseppi Binirittu
Ppi stu munnu ca è afflittu 
Preja tu nostru Signuri 
Ca ni scanzi de rulúri.
Stu flagellu ca spuntau
sta facennu tanti morti
e la genti si ntanàu
Pi scampari ‘a tristi sorti.
Patriarca tu lu sai
Iu non t’haj priatu mai 
Ma ti giuru e ti prumettu
Ca ‘a st’artaru ‘nciuri ‘u mettu.

Di Santo Privitera

EPIDEMIE A CATANIA ED I MIRACOLI DI SANT'AGATA

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“Dalla Cina con furore”. Anziché il “Coronavirus” avremmo  preferito importare la riedizione di questa  pellicola datata anni ’70. Aprí la strada ai film di Karate, spettacolari e violenti allo stesso tempo. Si moltiplicarono le palestre delle  arti marziali, mentre quelle della lotta libera e del pugilato segnarono il passo. Ci volle poco per cambiare gusti. Abbandonati i pistoleri del Texas di John Wayne e Robert Mitchum, il ciclone Bruce Lee irruppe facendoci conoscere la potenza delle arti marziali cinesi e giapponesi in tutte le loro svariate  forme. Allora la  Cina per noi  ragazzi era un mondo sconosciuto; niente sapendo che un giorno sarebbe diventato un grande impero commerciale che ci avrebbe “invaso” con i suoi prodotti.  A scuola si studiava poco in geografia; in politica il termine “Maoista”  ( Da Mao Tsetung) incuteva paura. Forse perché veniva associato ai disordini causati dalla cosiddetta rivoluzione  sessantottina.  La liscía catanese però non si è lasciata mai intimorire. Si ironizzava sull’opera del grande timoniere cinese “ I pensieri di Mao”. Ma come, diceva qualcuno: “Non ‘na bastunu i pinseri c’avemu?...macari chiddi di Mau na ma caricari!?   I tempi cambiano. Sono cambiati nel frattempo i rapporti politico-economici in Europa e nel resto del mondo per effetto della globalizzazione.  Nei secoli la scienza medica  ha segnato passi importanti per l’umanità, senza tuttavia riuscire  ancora a renderla immune dalle epidemie. A Catania, quando si vuole allontanare qualcuno, vale ancora il detto “Ti fujissi comu ‘a pesti ‘i Missina”. La città dello stretto, per la sua posizione marittima strategica, sovente importava malattie virali di ogni genere. Nella maggioranza dei   casi  i  “focolai”si trasformavano in violente e devastanti epidemie che puntualmente si estendevano oltre il circondario.  Era già’ successo nel 1348, quando un gruppo di Pellegrini messinesi venuti a chiedere al vescovo il trasferimento temporaneo delle Reliquie Agatine a Messina, portarono nella citta’  Etnea la peste bubbonica. Terribile. “ Non mi parrari ca si missinisi!!!” la gente urlava per le strade. Furono tanti i morti a Catania: “ ‘A genti cascáunu comu ‘i pira fraciti”. La frase rende bene l’idea. Sempre a Messina, nel  1743 una nave proveniente da Genova “sbarcò” ancora la peste. Morirono in poco tempo migliaia di persone. Anche Palermo e Siracusa  ne furono colpiti. A Catania, si posò la mano della Madonna per effetto della intercessione di Sant’Agata. Ci furono dei morti, ma se consideriamo l’elevato numero di decessi verificatesi in altri centri dell’Isola, Catania poté considerarsi graziata. Il miracolo oggi è simboleggiato dalla statua posta sull’alta colonna romana sovrastante piazza dei Martiri( ‘U Chianu ‘a Statula).  Nella pregiata opera dello scultore palermitano Michele Orlando,  è raffigurata Sant’Agata nell’atto di schiacciare un’idra. Ma la V.M. Catanese, avrebbe preservato ancora la sua città anche in altra occasione pandemica: l’epidemia che colpi’ la Sicilia nel 1575. Dopo i primi decessi accertati, il popolo orante condusse in processione le Sante Reliquie. La mattina seguente, riferiscono gli “Acta Sanctorum”,  l’esizialita’ del morbo sì attenuò fino a scomparire. Non era soltanto un problema di trasmissibilità, ma anche di cattiva igiene ambientale. I primi ad essere  attaccati erano i quartieri fatiscenti. La stazione, gli Angeli custodi, ‘U pracchiu( Carmine). Oltre alle malattie endemiche proliferarono le epidemie di Vaiolo e del Colera. Il primo impatto con questa terribile malattia si ebbe nel 1837. Stavolta da Palermo si diffuse in tutta la Sicilia. L’evento  provocò una rivolta popolare che i rivoluzionari siciliani strumentalizzarono per fini politici. Ad essere additati come untori, furono nientedimeno che esponenti Borbonici. I moti che ne seguirono,  duramente repressi dal regime, si conclusero con la fucilazione di alcuni cospiratori. Ironia della sorte, col cessare delle operazioni belliche, cesso’ pure l’epidemia. In altre occasioni Catania fu vittima di eventi colerosi. Quella del 1887 si caratterizzò per l’alto tasso di contagiosità. Qui svettò la grande figura di G.B. Dusmet che assistette personalmente gli ammalati. Il suo alto senso di carità lo spinse perfino a vendere la preziosa croce pettorale per far fronte alle ingenti spese. Anche L’epidemia della Spagnola che si scatenò tra il 1918-19 fece tante vittime.  La spagnola era una influenza maligna. Le vittime venivano raccolte  per strada con i carretti e portate immediatamente alla sepoltura. Singolare ciò che capitó a un suonatore di violino ubriaco. Sidoru ‘u viulinu, venne rinvenuto esamine nei pressi di Porta Garibaldi( ‘u futtinu). Trasportato al cimitero, il mattino seguente avrebbero dovuto seppellirlo nella fossa comune del  cimitero. Pietose mani gli lasciarono però  lo strumento che egli teneva ben stretto. Ripresosi dalla sbronza, cominciò a suonare in piena notte.   I guardiani del cimitero fuggirono terrorizzati.

Nella Foto, La Statua di Sant'Agata a Piazza dei Martiri( Catania)

 Pubblicato su La Sicilia dell' 8 Marzo 2020

PROVERBI PER 7 GIORNI(La Donna)

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-TIRA CHIU' 'M PILU DI FIMMINA CA 'N CURDUNI DI BASTIMENTU(Tira piu' un pelo di donna che un cordone di bastimento);

-TRI CAPIDDI DI FIMMINA 'MPURUGGHIUNU 'N'OMU(Tre capelli di donna confondono un uomo);

-CU NASCI BEDDA NON E' MAI PUUREDDA(Chi nasce bella, non sara' mai poverella);

-'A FIMMINA FA E DISFA' 'NA CASA(La donna fa prosperare una casa, come puo' mandarla in rovina);

-NA FIMMINA NA PAPIRA E TAMMURU FANU SUCCERIRI 'NA RIVOLUZIONI( Una donna, una papera e un  tamburo, fanno succedere una rivoluzione);

-VAVALUSCI A SUCARI E FIMMINA A VASARI NON SI PO' MAI SAZIARI( Di lumache a succhiare e donne a baciare non ci si puo' mai saziare);

-FIMMINA CA TI RIDI T'HA GIA' DITTU DI Sì(Donna che ti ride, ti ha gia' detto di sì).

LA FESTA DI SANT'AGATA E I RITI SCOMPARSI

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In tanti secoli di storia Agatina ne sono successe di cotte e di crude. Nel bene o nel male la festa ha risentito della evoluzione dei tempi più di quanto non si creda. Colate laviche, terremoti, insurrezioni, avvenimenti infausti, hanno imposto bruschi cambiamenti a volte anche traumatici. Vale la convinzione che la festa ogni anno, per quanto mantenga ancora molto dell’antico cerimoniale cinquecentesco di Alvaro Paterno’, presenti sempre qualche elemento dì diversità. E forse è proprio questo, oltre la grande devozione che i catanesi hanno per la Santa Patrona, uno dei punti di forza che la mantiene sempre viva. Molte delle antiche tradizioni ancora resistono; altre invece, come l’antica corsa del Berberi o i Palii della marina non ci sono più. “C’aunu ‘a jiessiri beddi ddi tempi! ” Eh sì, perché i tempi belli sono sempre quelli di una volta. La dimostrazione sta nel fatto che alcuni riti creduti scomparsi per sempre, seppur in forma teatrale più che nella sostanza, a volte ritornano. È il caso delle ‘ntuppatedde. “Ntuppateddi!?...dda’ ‘a Piscaria i vinnunu a chilati !” Il solito buontempone risponde così quando qualcuno chiede notizie più dettagliate sull’argomento. Lo fa con l’ironia di sempre, perché conosce bene i problemi all’ordine pubblico creati da tale usanza. Il termine nasce proprio da “Tuppa”: membrana, cioè, che chiude il guscio delle lumache. Essendo la festa di Sant’Agata spesso coincidente col carnevale, da qui l’ origine. Aveva come assolute protagoniste le donne. Non certo le donne del popolo, ma quelle più emancipate appartenenti ai ceti nobiliari. Disinvolte, nubili o maritate, nel bel mezzo della festa giravano incappucciate tra la gente anche in processione. Il commento dei popolani dovette essere lapidario. Magari qualche marito geloso si lasciava sfuggire fra i denti il fatidico: “Su jiera me muggheri, cci rumpeva i Jammi! Ma per carità: tutto finiva lì! Al centro del cappuccio, una sola apertura tale da consentirne la visuale. Dopo il 1693 questo abbigliamento, colpito da censura, venne sostituto da un mantello nero con un lungo cappuccio. Ne parlò Giovanni Verga nella sua famosa novella “La coda del diavolo”. Le ‘ntuppatedde per strada “adescavano” gli uomini prescelti, facendosi loro offrire un dolce o un modesto regalino. Le più “sfacciate” si sceglievano quello facoltoso, e allora non era più un regalino qualsiasi ma un monile d’oro o qualcosa di simile. Col passare del tempo tale usanza si fece più invadente, tant’è che ci scappò l’incidente istituzionale. Ne fece le spese il corpo accademico universitario. Durante la processione della cera, il 3 febbraio, i ragazzi che nel corteo rappresentavano la Regia Università, distratti da quelle “misteriose figliole mascherate” presero a schiamazzare con loro. Il risultato fu che il Vicerè in persona, con decreto del 1729 dichiarò facoltativa la partecipazione dell’Ateneo alla processione, tramutandone l’adesione con l’offerta di tre onze da consegnare al depositario della Cattedrale per l’acquisto della cera. Fine della corsa. Una esclusione molto diplomatica che duro’ per lungo tempo. Ma ancora per oltre un secolo, incurante dei pregiudizi e dei danni combinati, sarebbe durata questa tradizione. Il severo Cardinale Dusmet, dopo lunga battaglia con le autorità municipali, nel 1868 ne ottenne la soppressione. Fine della questione. Durante la festa di Sant’Agata, la città diventa un palcoscenico all’aperto. Una volta i giornalisti usavano prendere di mira l’abbigliamento di coloro i quali provenivano dai paesi vicini per venerare Sant’Agata. Nel frattempo ne approfittavano per assistere alle suggestive fasi del cerimoniale. Questioni di gusti. “Fatti ‘a nomina e va’ curcati ” si dice. “Uomini e donne calati de’ paisi, vestendosi di festa si credono arrivare in via etnea come in una sfilata di moda” così il commento apparso su uno dei tanti settimanali satirici che nei primi del Novecento affollavano le edicole della città. E questo è niente se consideriamo che, trattandosi di massaie e contadini dediti soltanto alla vita dei campi, agli occhi dei cittadini più emancipati non dovettero apparire del tutto sobri nel vestire. Più recentemente ricordiamo, tra i tentativi di innestare nuovi riti nei festeggiamenti , il clamoroso fiasco del “Famoso” cero di pomodoro. Per chi non conoscesse il fatto( ma è improbabile), non è di ortaggi che stiamo parlando ma di Arnaldo Pomodoro, un celebre artista romagnolo che in nome della “bellezza”, nel 1999 venne chiamato a costruire un enorme cero da accendere la mattina del tre febbraio di quell’anno. Al momento dell’accensione pero’ qualcosa non funzionò e il marchingegno prendendo fuoco squaglio’ tutto in una volta. Tra il partito del si e quello del no’ scoppio’ una grande polemica. Questi ultimi finirono per gridare al miracolo; l’ennesimo compiuto da Sant’Agata.

Pubblicato su La Sicilia del 29 Gennaio 2020

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