LA DIVINA COMMEDIA TRADOTTA IN SICILIANO

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A settecento anni dalla sua scomparsa, in tutta la Sicilia si è celebrato Dante Alighieri. Anche a Catania non sono mancate le iniziative organizzate dall’università, dal comune oltre che da associazioni culturali e teatrali. Eventi che hanno evidenziato ancora di più quanto Dante abbia amato “La bella Trinacria, che caliga/ tra Pachino e Peloro sopra l’golfo/ che riceve da Euro maggior briga”( Paradiso, canto VIII). Non è certo che egli abbia mai visitato l’isola, ma il suo rapporto con la Sicilia è stato particolare; considerava la “scuola siciliana federiciana” alle origini della nostra lingua e letteratura. Lo attestano insigni storici, filosofi e letterati siciliani che hanno molto lavorato sulle figure e le opere più importanti del Sommo Poeta. Nel 1864, lo studioso catanese Mario Musumeci esaminò per la prima volta il problema della conoscenza dantesca in la Sicilia, mentre l’anno successivo, con la pubblicazione del saggio “Dante e la Sicilia”, fu l’acese Leonardo Leonardo Vigo( 1799-1879), Demopsicologo e famoso raccoglitore di canti popolari siciliani, a inaugurare una stagione particolarmente fitta di pubblicazioni su questi temi. Un aspetto particolare del culto dantesco in Sicilia è costituito dalle traduzioni dialettali della “Divina Commedia”. Poeti dotti ma anche illetterati hanno concorso in questa pratica. Quello delle traduzioni è sempre stato per i poeti dialettali un vero e proprio esercizio linguistico di scrittura che ha consegnato alla letteratura veri capolavori, molti dei quali rimasti manoscritti. Un vero tesoro culturale sparso tra biblioteche pubbliche e private, destinato purtroppo a essere fruito solo dagli interessati. A tal proposito, nei giorni scorsi è stato rinvenuto nella biblioteca privata del compianto Sicilianista prof.Salvatore Camilleri, scomparso lo scorso marzo quasi centenario, un manoscritto relativo alla traduzione integrale dell’ Eneide di Virgilio. Oltre ai tanti tentativi rimasti incompiuti e alle varie traduzioni parziali fra cui quella del Salomone Marino del 1873 e di Giovanbattista Grassi del 1934, vanta almeno otto traduzioni complete questo grande poema allegorico-didascalico. La prima sarebbe stata realizzata nel sec. XVII in dialetto messinese dal matematico e poeta dell’ordine di San Francesco di Paola, fra Paolo Principato. Quella dell’ex soldato garibaldino Tommaso Cannizzaro, pubblicata a Messina nel 1904, è stata definita dalla critica la più completa. Traduzioni che successivamente avrebbero visto la luce con una certa frequenza. Sono quelle dell’Alcamese Vincenzo Mirabella Corrado, datata 1915, rimasta inedita a seguito della morte dell’autore; del misilmerese Filippo Guastella( fratello del filosofo Cosmo Guastella)uscita nel 1923; di Giovanni Girgenti, di Bagheria, pubblicata nel 1954. Inedita resta pure la traduzione del messinese Alberto La Maestra. Al 1966 risale invece quella del padre domenicano Domenico Canalella da Mussomeli, pubblicata a tiratura limitata in quanto stampata in ciclostile. Quella in dialetto tipicamente catanese, appartiene a Santo Bellia. “In vidiri ,Virgiliu, lu me scantu/ quannu iù arreri li visti turnari,/ lu sò frastornu lu misi di cantu/ pri non mi fari di cchiù scantari./ Si misi ad ascutari mutu e attentu,/ ca pri la fitta negghia vidìa ‘a stentu (…)(Inferno, canto IX) Il poeta belpassese ma catanese di adozione, dopo avere parzialmente pubblicato l’opera nel periodico “Arte e Folklore di Sicilia” del poeta e commediografo Alfredo Danese, l’avrebbe poi data definitivamente alle stampe nel 1978. Le ultime traduzioni sono quelle della poetessa messinese Rosa Gazzarra Siciliano(1986) e di Franco Rosario Corsaro. Ma la traduzione della Divina Commedia come questi studiosi ce l’hanno consegnata, nel dialetto siciliano ha avuto pure risvolti parodici. Ne è prova “La Divina Commedia di Don Procopio Ballaccheri” di Nino Martoglio, pubblicata a puntate sul “D’Artagnan” tra il 1899 e 1900. La traduzione in siciliano maccheronico dei primi 22 canti dell’inferno (l’ultimo incompleto) è fortemente rimaneggiata. Di ambientazione catanese, narra del viaggio di D.Procopio Ballaccheri, ovvero dello stesso Martoglio, compiuto nella sua realtà “infernale” quotidiana. Punto di riferimento, l’inseparabile civitota Cicca Stonchiti nelle vesti di Beatrice, e del poeta Giacomo Patti ( detto ‘u merru) in quelle di Virgilio. Dopo avere attraversato l’Acheronte-Amenano, D. Procopio Ballaccheri incontra personaggi come il pro-sindaco e deputato Giuseppe De Felice, il Cardinale Francia Nava, il poeta Mario Rapisardi e molti altri del suo tempo.

Nella foto, Dante Alighieri nella allegoria della sua Divina Commedia

Pubblicato su La Sicilia del 19.09.'21

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