INTERVISTA AL POETA E SCRITTORE RENATO PENNISI

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Nonostante sia ancora giovane, Renato Pennisi (nella foto)possiamo considerarlo uno dei veterani più intraprendenti e importanti del panorama letterario contemporaneo siciliano e non.

Sfugge al nostro giudizio qualsiasi tipo di definizione da affibbiargli, tanto è poliedrica la sua competenza in fatto di letteratura. Critico, poeta, scrittore, giornalista, avvocato: Egli è tutto questo. Non ci troviamo di fronte a un personaggio che ama sbandierare le proprie conoscenze, ma, al contrario, invece, le nasconde. Il suo rapporto quasi simbiotico con la letteratura, lo ha portato a frequentare ambiti culturali diversi tra loro, dei quali ha tratto sempre gli insegnamenti migliori.  Per tale motivo, oggi, possiamo considerarlo tra gli esponenti siciliani della letteratura che conta. Oltre 10 opere pubblicate, tra sillogi poetiche e romanzi; una infinità di articoli di critica letteraria redatti, altrettante prefazioni e liriche apparse nelle svariate antologie a carattere nazionale, senza contare le due riviste fin qui fondate: “Via Lattea” e “La Terrazza”.  A lui abbiamo riservato il primo appuntamento con “Un pomeriggio con l’autore” dei complessivi 5 previsti quest'anno; un’intervista a tutto campo, nel corso del quale è stato possibile ripercorrere a ritroso una storia letteraria che comincia negli anni Ottanta del trascorso secolo. “Uno dei primi poeti che ho conosciuto-esordisce Pennisi- è stato Antonino Bulla . Egli è stato il papà, o il nonno di tanti di noi, di tante generazioni di autori. Lo ricordo sempre con molto affetto, come ho fatto nel libro “La cumeta” quando racconto la storia della mia famiglia e degli incontri che più hanno segnato la mia vita”

  -A quando risale il tuo esordio poetico?

 “Al premio Montale del 1986. “E’ stato il mio battesimo di fuoco”. Dietro c’è una storia che non ho mai raccontato e che ritengo abbastanza interessante”.

 

 -Cioè?

 “ Tramite Armando Patti, poeta gentiluomo e coltissimo, conobbi Mario Grasso, operatore culturale tra i più rilevanti di Catania, una vera personalità. Siamo nel 1985. Grasso lesse le mie poesie e quelle di altri giovani autori. Con lui vi era pure Iolanda Insana, una poetessa alla quale il futuro avrebbe riservato grandi successi letterari ed enormi soddisfazioni( ha pubblicato con Garzanti  e Mondadori). Ella, dopo avere letto a sua volta le mie poesie, mi incoraggiò al punto da propormi la partecipazione al “Premio Montale” nato agli inizi degli anni Ottanta grazie a una idea della poetessa Maria Luisa Spaziani. Si trattava di un Premio internazionale prestigiosissimo che comprendeva una sezione dedicata agli inediti. Per gli autori cosiddetti giovani, imponeva un limite di 50 anni. Veniva assegnato a 7 giovani autori e si partecipava  con delle raccolte di 15 poesie.  Ma la cosa più significativa è che questa antologia che raccoglieva 15 testi per 7 autori, aveva un editore importantissimo come Vanni Scheiwiller che ha pubblicato i migliori poeti del passato, compreso Montale. Quando mi comunicarono di essere tra i vincitori…immaginate che gioia; corsi felicissimo a Viterbo a ritirare il premio.”

 -Oltre a Bulla, hai avuto altri “Numi tutelari”?

 “Si.  Armando Patti, Sebastiano Addamo e Fiore Torrisi, in particolare. Caratteri molto diversi tra loro ma tutti accomunati dalla signorilità e dalla saggezza. Oltre ai preziosi consigli dispensati, mi hanno dato la possibilità di frequentare gli ambienti letterari giusti”

 -Cosa ha rappresentato per te la rivista “Via Lattea”…quando ne parli, sul tuo volto sembra apparire un sottile velo di tristezza…

 “Quello della “Via Lattea” è stata una esperienza molto divertente. Io penso che se quello che noi facciamo, lo facciamo con spirito gioioso, riesce meglio. Verso la metà degli anni ’80, ho conosciuto  Salvatore Cataldo, un giovane studioso che curava dei seminari per conto di alcuni professori universitari catanesi. Insieme a lui e a Benedetto Macaronio ( scomparso pochi giorni fa nella più assoluta solitudine, n.d.a.), decidemmo di dar vita a una rivista: “Via Lattea”, appunto. Nasce nel 1985; avrà vita lunga. Si concluderà nel 1995, dopo che Benedetto Macaronio, incontrata la donna della sua vita, lascerà Catania sbattendo la porta per andare a vivere a Roma. Due numeri l’anno venivano pubblicati. Sia io che tutto il gruppo di ragazzi che vi collaboravano, tra i quali il poeta Fabrizio Cavallaro, utilizzando lo strumento di “Via Lattea”, ci siamo messi in contatto con autori importanti in quegli anni. Istaurammo rapporti con realtà letterarie di mezza Italia: Milano, Torino, Piemonte e Toscana. Non mancarono le firme di prestigio. Quando oggi scorgo tra bancarelle qualche numero superstite dei complessivi 17 a suo tempo pubblicati, l’acquisto. Lo faccio solo per una forma “protettiva”. Comunque, nel DNA della Rivista “La Terrazza” che attualmente dirigo, c’è un po’ della “Via Lattea.”

 -“La correzione del saggio” il tuo primo lavoro, risale al 1990. L’ultimo, “La notte” in ordine di tempo, lo hai pubblicato recentemente: Com’è cambiato, nel frattempo, Renato Pennisi?  

   -Ho pubblicato 3 libri di poesie; sono libri molto diversi tra loro, nati a distanza di molti anni l’uno all’altro.  Quando esce questo libro io ho 32 anni.  Dopo, un silenzio durato quasi dieci anni. Nel frattempo, continuo a studiare e scrivere; mi consolido nella professione, lavoro, mi sposo e nascono due figli. Un passo indietro-se vogliamo-rispetto agli impegni letterari, uno in avanti riguardo la mia vita materiale. “La correzione del saggio” contiene già il germe degli altri due lavori che successivamente usciranno.”

 -Renato Pennisi, poeta, scrittore, critico, giornalista; ti senti più poeta, più scrittore o cos’altro?

 “Domanda feroce, non c’è che dire. Io penso che quando c’è la passione per la scrittura, nasce sempre la voglia di nuovi esperimenti. Una cosa che non ti ho mai rivelato: ho scritto di teatro. Ho due lavori, non so se verranno fuori, se ci ritornerò; sì, perché molto spesso mi piace tornare sulle cose già scritte: per rivederle, per sistemarle. Io nasco come poeta. Però sin da ragazzo, negli anni de Liceo,  mi ero avventurato a scrivere alcuni racconti. Direi che una cosa non esclude l’altra. Scrivo quello che a me piace e che a volte mi diverte, come nei tre romanzi che ho già pubblicato. Se mi metti davanti a un plotone d’esecuzione, ti direi che quello che mi piace di più, per cui mi sento più portato, è sicuramente la narrativa.”

 -A te piace scrivere anche in dialetto…

 “Quando comincio a scrivere non mi pongo mai cosa pubblicare in quel momento: scrivo, perché scrivere, per me, è una necessità. Mi sono reso conto che tra la poesia in dialetto e quella in italiano c’è una differenza di fondo. Le poesie scritte in italiano, sono quasi sempre scritte tutte in terza persona. Le poesie in dialetto, invece, sono in prima persona. In effetti, con le poesie in dialetto mi vene più facile raccontarmi, raccontare di me e della mia famiglia; parlare dei miei figli, della mia città. Con le poesie italiane, si va a parlare di cose più generali che riguardano tutti.”

 -Per te il poeta è un saggio oppure un visionario?

 “Il poeta non è né l’uno né l’altro. Il poeta è uno che si pone domande e poi le gira agli altri. E’ uno scomodo; è come un giullare di Corte, autorizzato dal Principe a parlare e cantare con la massima verità. La poesia o la letteratura compiacente a me non interessa affatto. Interessa di più la poesia intesa come pungolo: Il poeta deve dare un “pizzicotto” al potente. Allora sì che il poeta ha una propria dignità, una sua ragion d’essere. La poesia che parla del mare, del cielo e delle stelle, a me interessa poco.”

 -Da quando il poeta Salvo Basso è scomparso, ti sei dedicato alla sua biografia, alle sue opere: cosa ti ha impressionato di più della sua figura?

 “Salvo Basso fu uno dei poeti della “Via Lattea”. Con lui e con tutti gli altri ci incontravamo al “Caffè Zerilli” di Viale Libertà, a Catania. Passavamo serate a parlare di letteratura e di società. Parlavamo, ci azzuffavamo anche; ma ci si rispettava sempre. Non ci sentivamo quelli della canzone “Eravamo quattro amici al bar”… che volevano cambiare il mondo, ma giovani desiderosi di non stare con le mani in mano, questo sì.  Poi questi nostri incontri diventarono fin troppo pubblici. Una sera ci siamo trovati davanti i cameramen di una emittente locale e, cosa assai più “sconvolgente”, in un articolo dal titolo “I ragazzi e bar Zerilli”, il Corriere della Sera scrisse di questa nostra esperienza. L’avvenimento ci intimorì a tal punto che decidemmo di incontrarci a turno, ciascuno nelle rispettive abitazioni. Salvo Basso veniva da Scordia. Con lui nacque subito una grande amicizia. Era un ragazzo molto dinamico e concreto, perfettamente in linea e rispondente con il nostro modello di Poeta. Quando a Scordia gli venne conferito l’incarico di assessore alla pubblica Istruzione, egli si mosse con fattiva intelligenza. Ben presto questo piccolo Centro del calatino dove non c’era allora neanche un albergo, divenne un centro di cultura. Cominciò a essere frequentato da Scrittori, poeti, musicisti e Filosofi provenienti da ogni parte d’Italia. La politica non riuscì mai a dividerci quando si trattò di perorare la causa della cultura. E dire che molti di noi apparteneva a ideologie talvolta opposte.Ora che Salvo Basso non c’è più, il mio desiderio è quello di testimoniare ai giovani come si può essere poeti senza avere la testa per aria ma coi piedi ben piantati per terra. Su questo poeta, sono già state discusse due tesi di Laurea all’ Università di Catania.”

 -Perché quando si tratta di recitare in pubblico le tue poesie, ti tiri indietro?

 “A me, più che recitare, mi piace ascoltare”. Quando ascolto ed apprendo qualcosa di nuovo, sono soddisfatto. Giova per tutti l’episodio che vide alcuni anni fa i miei due figli protagonisti. Accadde che mi portai Caterina e Giacomo in un Convegno poetico che si svolgeva ad Acireale. Prima di recitare, dovetti attendere molte persone. Tutti volevano recitare, l’evento si trasformò, così, in una bolgia. Quando scesi dal palco, i miei due figli mi dissero: “Papà, tu queste cose non le devi fare più”. Compresi che avevano ragione. Avevo imparato la lezione da due bambini di scuola media.”

 

 

 

 

 

 

 

 

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