INTERVISTA A SALVATORE CAMILLERI

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Rifiuta categoricamente il titolo di “Prof.” , preferendo, invece, quello di poeta. Salvatore Camilleri, l’ultra novantenne poeta sicilianista, critico e filologo dalla memoria prodigiosa, apostrofa bonariamente quanti rivolgendosi a lui usano anteporre il titolo accademico. Nessuna falsa modestia: Camilleri non è tipo. Solo un modo per sottolineare che nella sua lunga vita di intellettuale, il titolo non ha mai avuto alcuna importanza. “Semmai, al contrario-afferma- mi è stato di grande nocumento in quanto ha suscitato gelosie e procurato inimicizie”.  Che dire?  E’ giusto così. Il titolo di  “Prof”, aggiungiamo noi, può essere d’ostacolo e può costituire persino  un paletto alla libertà di pensiero individuale per un uomo di cultura come Camilleri che della libertà ne ha fatto sempre una questione di vita o di morte. Perciò, da quel momento in poi, ognuno si è guardato bene dal chiamarlo così.

 

 L’incontro culturale dedicato a Salvatore Camilleri tra gli scaffali polverosi della libreria Antiquaria “Prampolini”, ha reso bene l’idea della suggestività dei luoghi. Musica e poesia hanno fatto da splendida cornice. Sono intervenuti nell’ordine, L’editore Angelo Boemi nel ruolo di moderatore; lo scrittore e critico Nicola Spampinato; il giornalista-scrittore Santo Privitera nella duplice veste di intervistatore e musicista e il Bibliofilo Guido Celi che ha illustrato l’indice generale della gloriosa rivista “Arte e Folklore di Sicilia” fondata dal compianto Alfredo Danese. Nel corso della serata,  l’attore e regista Gianni Sineri, accompagnato dall’ensamble catanese de “‘I Colapisci” (Salvo Pirrotta, al violino; Santo Privitera al mandolino e Carmelo Filogamo alla chitarra) ha recitato alcune poesia tratte dal repertorio letterario siciliano.

 L’importanza della figura di Salvatore Camilleri sta tutta nell’impulso che egli ha saputo dare al rinnovamento della poesia Siciliana a partire dal secondo Dopoguerra. Non c’è dibattito sulla lingua siciliana che fino ad oggi non l’abbia visto protagonista. Un vero innovatore che essendosi posto il problema dell’unità linguistica siciliana, ha fissato nuove regole grammaticali e modernizzato quelle antiche ormai obsolete e incrostanti. Non è un caso se dalla sua penna, oltre a una notevole mole di traduzione dai classici greci, antologie, sillogi e manuali, siano uscite anche tre illuminanti volumi di Grammatica siciliana.

Difficile, al momento, fissare i contorni della sua ultra sessantennale  attività: in poco tempo, proprio non si può. Tuttavia, giusto per un primo sintetico bilancio e per soddisfare qualche curiosità,  alcune domande gliele abbiamo voluto rivolgere.

 - Quando è iniziata la sua passione per la poesia?

 “Sono stato un giovane studente universitario del ’21, ed ho sempre ottemperato ai miei doveri di italiano. Ho combattuto, sono stato vinto. Sono tornato a casa, umiliato: “Dispiziatu”, per dirla in siciliano. Quando ho cominciato a scrivere, ho capito che la lingua italiana mi aveva ingannato. Le parole mi sono sembrate vuote, prive del giusto significato e così, avendo già letto poeti siciliani del calibro del Meli, Di Giovanni e Martoglio, ho cominciato a fare dei paragoni. Poi, dopo aver letto le poesie di Vincenzo De Simone, un  poeta di Villarosa, paese dell’entroterra siciliano, mi sono fatto un concetto della poesia siciliana piuttosto alto. Quando nel 1944 mi capitò di partecipare a un concorso sulla poesia siciliana, vinsi il 1° premio con un sonetto. Confesso che non avevo mai scritto, prima d’allora, in dialetto; anche perché, in epoca fascista, il dialetto era proibito in quanto, in virtù della volontà di tenere unito il popolo dello Stivale, la lingua parlata doveva essere una: l’Italiano.

Si diceva che il dialetto siciliano fosse di bassa cultura, solo per il popolo: io non la pensavo così. La storia ci insegna che il nostro dialetto è nato un secolo prima della lingua italiana. “

-Nel dopoguerra si è verificato un fatto importante: Il rinnovamento della poesia Siciliana: ci racconti in breve questa esperienza.

 “ Veda, io ho cercato di portare il dialetto siciliano, almeno sotto l’aspetto formale, allo stesso livello di quello italiano. La poesia siciliana doveva avere un proprio modo, un proprio linguaggio specifico. Vede, il primo problema per chi scrive versi, è quello del linguaggio: un linguaggio proprio, perlomeno diverso da quello di un altro. Il poeta è colui che crea qualcosa.

In realtà gli innovatori siamo stati in tanti. Io e Mario Gori rappresentavamo Catania; a Palermo c’erano invece Pietro Tamburello e Paolo Messina.  Noi catanesi ci riunivamo di mattina in una Sala toletta di proprietà di Mario Biondi; di sera,invece, nel salotto del prof.Cesareo. Da settant’anni parliamo di poesia. Per parecchi decenni dei quali, al centro culturale “Arte e Folklore di Sicilia” del compianto Cav. Alfredo Danese.”

 -Lei ha lottato tutta la vita per affermare una Koinè nel dialetto siciliano: il tentativo è riuscito?

  “Koinè” deriva da “Coito” che significa “Unione”. Quando si scrive in italiano, la grammatica è una e una soltanto: così deve essere anche per il dialetto. Non esiste una verità assoluta; quando noi diciamo che una cosa è vera, la diciamo in virtù di una convenzione.Anche la lingua deve avere una convenzione cui fare riferimento. Continuiamo a sforzarci per il pieno raggiungimento di essa.”

 -Che differenza c’è tra la poesia popolare e la poesia d’arte?

 “Nessuna. Quella popolare è poesia altissima. Ce lo insegna Benedetto Croce  che rimane tra i critici più grandi. Io sono cresciuto con la filosofia di questi due grandi intellettuali: Croce e Gentile.”

 

                                                                                                        

 

 

 

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