VERSO SANT'AGATA:LA FESTA DI SANT'AGATA E IL CARNEVALE

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“Non c’è carnevale senza luna di febbraio”, questo proverbio per i catanesi suonava come un annuncio: la Festa di Sant’Agata e il carnevale quell’anno avrebbero coinciso. “St’annu ‘u cannalivari casca ppi Sant’Aita”-era il commento  allarmato dei cittadini; “ ‘U cannalivari?! e chi m’interessa!! Di dui a dui megghiu Sant’Aituzza miraculusa!”, così rispondeva la stragrande maggioranza dei cittadini. Per altri invece valeva il detto: “E’ Cannaluari, ogni schezzu vali, cu s’affenni è maiali…”. La mescolanza tra il sacro e il profano una volta non faceva altro che alimentare la rivalità tra clericali e anticlericali. “(…)Dda cira si l’accetta lu ciraru/lu ciraru la vinni a li divoti/la cira gira e vota…e lu dinaru/resta ‘nputiri di li sacirdoti!!” furono i versi sarcastici di un ignoto poeta popolare dell’epoca. Ogni occasione era buona per litigare, e i clericali,dal canto loro, non porsero mai l’atra guancia. Negli anni ‘30 dello scorso secolo, il “Giornale dell’Isola” lanciò a Catania il referendum destinato a fare molto discutere. La proposta era chiarissima: Lasciare la festa a febbraio o spostarla tutta ad Agosto? Due piccioni con una fava. I cattolici più oltranzisti,ovviamente, gridarono allo scandalo. Così non fu per i laici che, viste le molteplici motivazioni, si dimostrarono possibilisti. A iscriversi al partito dei si, all’inizio furono in tanti. Dopo una breve quanto intensa “campagna elettorale”, alla fine la proposta venne però bocciata a furor di popolo. Non fu un tentativo di delegittimare la Vergine e Martire Agata, quanto invece una “provocazione” lanciata per sollevare

il problema sullo “schifo” che si veniva a creare in città quando i due eventi coincidevano. Su questo punto tutti furono concordi. Un bel problema che metteva a dura prova oltre che i cittadini, le autorità preposte all’ordine pubblico. Sulla via della processione, gruppi di persone mascherate si muovevano in massa infastidendo con i loro schiamazzi i devoti in preghiera. Nei secoli precedenti c’era stato il problema delle “ ‘Ntuppatedde”, quelle donne cioè che andavano in giro incappucciate attirando garbatamente gli uomini prescelti per farsi offrire un dolce o piccoli oggetti d’oro. Era un’usanza, incomprensibile per quei tempi, ma pur sempre una usanza che andava rispettata; contestatissima dal clero e dai cattolici più oltranzisti ma che durò fino alla seconda metà dell’ottocento. L’intervento perentorio del Santo Cardinale G.B.Dusmet fu decisiva. Per carnevale le ‘Ntuppatedde, com’era prevedibile, venivano puntualmente molestate. Gruppi di uomini in maschera, senza essere “scelti” si proponevano, finendo con l’accendere furibonde risse che la gendarmeria sedava a fatica. Intorno al ‘700 ne face le spese persino l’Ateneo Catanese. Un atto goliardico compiuto durante l’offertorio della cera da alcuni studenti, costrinse il Vicerè a dichiarare solo “facoltativa” la partecipazione della rappresentanza universitaria alla processione, tramutandone l’adesione con l’offerta di tre onze da consegnare direttamente al depositario della Cattedrale per l’acquisto della cera.  

 

*Pubblicato su "La Sicilia" dell'1-02-'16

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