IL MISTERO DELLA MORTE DI NINO MARTOGLIO

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 Il 15 settembre del 1921 moriva Nino Martoglio, poeta, giornalista, commediografo e regista. Era nato a Belpasso nel 1870. Moriva in circostanze strane, per certi versi misteriose; cadendo nella tromba dell’ascensore di un padiglione dell’ospedale Vittorio Emanuele. Era andato a trovare il figlio ricoverato al reparto pediatrico del nosocomio catanese. A un secolo di distanza, non essendo stato effettuato sul corpo alcun esame autoptico, i dubbi restano. Fu una caduta accidentale, oppure si trattò di un assassinio camuffato da incidente? Il corpo, ritrovato due giorni dopo, presentava ferite compatibili con il trauma seguito alla caduta. E’ quanto sarebbe stato accertato dopo una frettolosa quanto sommaria ispezione cadaverica. Tutte le proposte di riesumazione fin qui effettuate, anche quelle recenti, sono tutte cadute nel dimenticatoio. E’ come se si avesse paura di scoprire chissà che cosa. Un enigma destinato a rimanere tale, anche se i presupposti per sospettare un omicidio ci sono tutti. A partire dalle ferite riscontrate sulla testa. A detta di autorevoli medici legali che ebbero modo di esaminare il materiale conservato e repertato a suo tempo, le lesioni potrebbero essere state causate da corpi contundenti. Si trattò dunque di un agguato organizzato ai suoi danni all’interno di quell’ospedale? Sul luogo del sinistro, c’erano le necessarie segnalazioni di “pericolo”, tant’è che nessun provvedimento fu preso dagli inquirenti nei confronti del responsabile dei lavori. Martoglio fu un giornalista che oggi potremmo definire d’assalto. Un cronista colto e intrapendente. Occhi vispi, baffoni alla “tirabaci”, barba folta e pizzetto appuntito; la sua era la figura del perfetto “moschettiere”. Prima di salpare verso le rotte letterarie che lo avrebbero condotto molto lontano, da capitano di lungo corso aveva realmente solcato gli oceani. Nella terraferma, ben altre avventure però lo attendevano. Visse in pieno il periodo Defeliciano. Nel suo giornale “Il d’Artagnan” (1889-1904) nato come “ serio-umoristico-illustrato”, se da un lato l’attività letterarie e culturale fu predominante, dall’altra riservò ampio spazio alla cronaca socio-politica e di costume. Da anti-clericale non risparmiò critiche e invettive contro la chiesa. La satira prese di mira anche personaggi politici importanti. La mafia( o maffia), a quei tempi, soprattutto nella Sicilia orientale, era considerata un semplice fenomeno associazionistico finalizzato agli atti delinquenziali. Il gruppo di sonetti intitolati “ ‘o scuru ‘o scuru” che aprono il suo capolavoro poetico “Centona”( confusione), vanno intesi in questa direzione. Martoglio adoperava la penna senza alcuna paura. Era un temerario. Da abile spadaccino affrontò diversi duelli, costringendo alla resa anche gli avversari più temibili. Nei vari campi in cui si cimentò, dalla poesia al teatro; dal giornalismo alla regìa cinematografica, ebbe molti ammiratori ma anche tanti nemici. Dopo la chiusura del “ d’Artagnan, la sua definitiva partenza per Roma(dove riposano le sue spoglie) ebbe tutta l’aria di un forzato e precipitoso abbandono della sua città. All’origine della decisione, forse non solo motivi di lavoro. La sua produzione è vastissima. Catania era stata la culla letteraria e ispiratrice di tutti i suoi capolavori popolari. Quando poteva, ci tornava. A lui si deve in gran parte la nascita del teatro siciliano. Sulle orme del poeta dialettale Giuseppe Borrello, meglio conosciuto come “Puddu Burreddu”( Catania 1820-1894), trovò nel quartiere della “Civita” l’humus ideale, il cuore pulsante di una città profondamente “teatrale”. Martoglio ne studiò il carattere, il linguaggio, le abitudini degli abitanti. I suoi personaggi incarnano quella sagace ironia che sconfina nel grottesco. Le donne ebbero un ruolo fondamentale; madri e mogli fedeli, ma fortemente battagliere. Riuscì a resuscitare gli angoli più suggestivi e pittoreschi di questo quartiere, donandogli un’anima; trasformando il dramma della miseria in un colorito modo di vivere la quotidianità. Molto della Civita di allora, è rimasto. In occasione della visita a Catania del poeta romanesco Cesare Pascarella, autore de “La scoperta de l’America”, Martoglio lo accolse con un sonetto intitolato “Tu ed io”: “Tu scupristi l’America/ supira li vileri,/ iù scuprii la Civita/ e ci arrivai apperi”.

Nella foto, Nino Martoglio

Pubblicato su La Sicilia del 12.09.'21

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