Rischio sismico, siamo pronti?

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terremoti

 

"Durerà ancora a lungo il periodo sismico conseguente alle scosse registrate in questi giorni". A dirlo, in queste settimane, è il sismologo Alessandro D’Amato dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Dopo i danni irreparabili registrati in Emilia, la paura resta e contagia tutta l’Italia. Sono anni che i geologi continuano a dirlo "ci interpellano solo a tragedie avvenute" e se "i terremoti non possono essere previsti", è anche vero che la prevenzione rimane l’arma vincente per ridurre i danni. Prevenzione che in Italia, soprattutto al Sud, è carente, complice la presenza di vulcani attivi e terreni ad elevato rischio idrogeologico, come nella parte orientale della Sicilia. Ma sotto l’occhio del mirino dei geologi al sud non c’è solo la nostra regione ma anche la Calabria, la Toscana e la Campania.

 

 

Dalla Protezione civile arriva anche l’appello di un uso appropriato del territorio da parte dell’uomo: cementificazione, ma anche terrazzamenti e coltivazioni possono peggiorare le conseguenze di calamità naturali.

 

Come suggerito dal presidente Anpas Sicilia, una delle associazioni impegnate nelle zone terremotate italiane, Lorenzo Colaleo, "si deve fare una politica di prevenzione e monitoraggio costante delle situazioni più a rischio. Una buona politica di intervento preventivo per la messa in sicurezza dei nostri territori il cui costo, pur essendo elevato, risulterebbe inferiore a quello necessario per un intervento di emergenza".

Dati allarmanti arrivavano già sei mesi fa’ da parte del Consiglio Nazionale dei Geologi. Una nota del presidente Gian Vito Graziano diffondeva i dati italiani: i comuni potenzialmente interessati da rischio sismico elevato sono ben 725, mentre 2.344 sono a rischio medio. Il 60% degli 11,6 milioni di edifici italiani a prevalente uso residenziale è stato realizzato prima del 1971, così come gli edifici scolastici ed altri edifici strategici, mentre l’introduzione della legge antisismica per le costruzioni in Italia risale al 1974.

"Questo patrimonio immobiliare – conclude Graziano - così come quello culturale ed archeologico deve essere salvaguardato. E con essi va salvaguardata la vita di chi vi abita e vi lavora. La parola d’ordine è sempre prevenzione".

Solo in Sicilia il 70% dei Comuni è già a rischio idrogeologico. La Sicilia, inoltre, secondo il XII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, ha 642 scuole a rischio crollo in caso di terremoto. I geologi parlano di 22874 km di superficie ad elevato rischio sismico, a cui si accompagna un elevato rischio di frane, smottamenti e alluvioni. All’inizio del 2004 la normativa della Regione Sicilia ha suddiviso il territorio in quattro zone sismiche. Rientrano in zona 1, quella più pericolosa, la parte della Sicilia Orientale e le zone ricadenti lungo la catena Nebrodi-Madonie. Altre zone dove la pericolosità è alta sono l’area dello Stretto di Messina, la zona del Belice e le aree a vulcanismo attivo dell’Etna e delle isole Eolie.

E le previsioni di Emanuele Doria, presidente dell’Ordine dei Geologi di Sicilia, non sono rosee: "di terremoti forti ce ne saranno sicuramente – dichiara – anche se non sappiamo quando, Palermo pagherebbe un conto elevato in termini di danni e vite umane".

Ad allarmare anche la posizione del Prof. Alessandro Martelli, presidente del centro ricerche Enea di Bologna, secondo il quale il sisma dell’Emilia era già stato previsto e la Commissione Nazionale Grandi Rischi ne era a conoscenza.

Adesso l’allarme è rivolto al Sud dove, secondo le dichiarazioni di Martelli, potrebbe verificarsi un terremoto molto più devastante dell’Emilia. Ma se questo fosse vero, siamo pronti?

 

Silvia Calanna

 

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