TEMPI D'OGGI: "Padri e figli, generazioni a confronto"

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Il conflitto continuo tra genitori e figli, tra generazioni diverse e mondi a confronto, risulta essere un problema cruciale e sempre attuale all’interno della nostra società. Il cambiamento fisico, emozionale, caratteriale, l’affermazione graduale della personalità , in atto nei giovani, crea nei confronti degli adulti un misto di stupore, curiosità e diffidenza. La figura antica del pater familias romano: severo, autoritario e per certi versi “crudele” è al giorno d’oggi obsoleta e superata. Nell’antichità tra padri e figli, vi era una vera e propria regola di “evitazione reciproca”, consistente in una serie di divieti tra i quali quello di “bagnarsi insieme”, di usare parole sconvenienti e di affrontare tematiche a sfondo sessuale. Tali atteggiamenti ergevano una sorta di muro generazionale invalicabile. Franz Kafka in “Lettera al Padre” affronta questo delicato conflitto, utilizzando la sua esperienza personale come momento catartico, liberatorio di un percorso adolescenziale difficile e traumatico.

Egli conduce una approfondita analisi di tale rapporto, sulla base di ricordi appartenenti all’infanzia, attenzionando successivamente le notevoli conseguenze che tali episodi hanno inciso sul suo stato emotivo. Lo scrittore spiega come e quanto suo padre avesse condizionato la sua vita, influenzando le sue scelte, dirottando le sue decisioni. Come interpretare le parole di Kafka? Forse come uno sfogo, una ribellione emotiva o un tentativo di porre fine al suo senso di colpa. Senso di inferiorità fisica e spirituale, incessante confronto, emergono continuamente dal racconto. Il figlio si sente un estraneo, un diverso, un non appartenente alla famiglia. “Fui ridotto all’obbedienza … il senso di nullità spesso mi assale, dalla tua poltrona tu governavi il mondo. La tua opinione era giusta, ogni altra era assurda, stravagante, pazza,anormale. Tutti i miei ragionamenti subivano la tua greve pressione… sopportare questo peso era quasi impossibile”. Kafka non
apprezza e non condivide i metodi usati dal freddo e severo genitore. “Tu un bambino lo sai trattare solo secondo il tuo carattere, con forza, rumore e scoppi d’ira…. Avrei avuto bisogno di qualche incoraggiamento, di un po’ di gentilezza”. Egli, piccolo e fragile, guarda il padre dal basso verso l’alto,
considerandolo un gigante in confronto a lui. Non vi era alcuna possibilità di dialogo tra i due. Anche i rimproveri non erano affatto costruttivi: “Usavi
ingiurie , minacce… Ti sbrano come un pesce dicevi”. I due erano davvero incompatibili. Il genitore così duro, severo, coraggioso, imponente. Il figlio
così introverso, debole, delicato, esile. Al giorno d’oggi quanto la famiglia condiziona la vita, l’”essere” e il carattere di un ragazzo? Esiste ancora la
devozione, l’educazione e la sottomissione al genitore? La risposta è no. Per le strade oggi passeggiano ragazzi già vecchi, adolescenti solo per età
anagrafica, persone che hanno già visto e provato tutto! La maggior parte di loro ha perso i valori, l’educazione, la pudicizia, la purezza dell’essere
giovani, l’innocenza, la curiosità. Sguardi troppo furbi, estroversi, maliziosi. Ragazze esuberanti travestite da donne vissute e ragazzi ormai sottomessi al totale potere femminile. In questo naufragio di generazioni si cerca una rotta verso un’isola ideale, un approdo. Senza abolire il progresso che è sinonimo di evoluzione e ricerca bisogna però necessariamente ripristinare i valori antichi. Il genitore deve comportarsi da genitore e il figlio da figlio.



 

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