Racconto breve: Ombre

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Buio. Silenzio. Da quanto tempo mi trovo qui? Non riesco a ricordare. Uno strano timore mi impedisce di parlare, di chiamare, perfino di allungare una mano per tastare le pareti di questo luogo sconosciuto. Ieri. Era ieri? Stavo rientrando a casa. Ho tirato fuori le chiavi e aperto la porta. Il gatto è venuto a strusciarsi contro le mie gambe con uno strano miagolio, i peli della coda dritti. Poi più niente. Provo a sussurrare, solo per sentire la mia voce. Chiedo: c’è qualcuno?
Improvvisamente, la luce. E poi di nuovo buio. Ancora luce e buio in un gioco intermittente che stressa le mie pupille nel tentativo di scorgere chi sta controllando l’interruttore.
Solo adesso mi accorgo di essere legato a una sedia, con le spalle verso l’uscio di quello che sembra essere il sottotetto di un palazzo. Giro lo sguardo ma scorgo solo l’ombra di un uomo, almeno credo.


Il gioco di luci intanto continua e il clic dell’interruttore sembra sfibrare i miei nervi. Cerco di mantenere la lucidità, ma le scariche di adrenalina pizzicano ogni parte del mio corpo, rigido e fragile come una lastra di vetro.
L’odore di chiuso mi dà la nausea e, nonostante il proposito di mantenere la calma, comincio a muovermi sulla sedia in un inutile tentativo di allentare le corde.
Di nuovo buio. Trattengo il respiro mentre ascolto i suoi passi dietro di me. Il suo alito è sulla mia testa, poi la sua voce mi sfiora una guancia.
– Assassino – dice con una calma che mi scuote il cuore.
Poi si allontana e riprende il gioco di luce intermittente. Chiudo gli occhi nel tentativo di sottrarmi a quella tortura. Insiste, continua. Un’ombra sta infliggendomi una punizione. Strizzo gli occhi fino a sentire dolore e lotto per rimuovere quel ricordo che sale e mi brucia l’animo.
Luce. Apro lento gli occhi mentre sento in bocca un non so che di aspro, scoprendo che anche la paura ha un sapore.
Il suono improvviso di un carillon mi fa scattare sulla sedia e rischio di cadere a terra. L’ombra si dilata e si accorcia sul pavimento: sta camminando avanti e indietro per la stanza con fare nervoso.
Di nuovo buio e luce, stavolta tengo gli occhi aperti e mi arrendo a quel ricordo che prepotente urta gli altri per venire fuori. Inghiotto a fatica e tremo ormai dappertutto. Un nodo mi serra la gola, ma finalmente eccolo, arriva: è tardo pomeriggio, è già buio e fa freddo, mi stringo dentro il giubbotto prima di salire in auto. L’alcol ingerito poco prima non sembra avermi riscaldato, forse perché il mio è il freddo dell’anima, dell’insoddisfazione di una vita senza meta. Metto in moto e accelero, spingo la tavoletta superando il limite di velocità imposto dal codice della strada, sai quanto me ne frega del codice della strada. La pioggia batte sul tergicristallo. I fari delle auto imprimono sul vetro appannato giochi di luci a intermittenza. Passo dritto a un semaforo rosso. Lancio un urlo: finalmente un brivido nella mia vita.
Se ne supero tre tutto d’ora in poi andrà bene.
L’ho pensato, l’ho pensato davvero: una sfida, un folle gioco con la vita. Supero il secondo semaforo rosso, evito un camion facendo una manovra azzardata che mi costringe  a sterzare più volte. Ce la faccio e sento friggere i nervi per l’eccitazione. Mi manca l’ultimo e sono sicuro che tutto dopo andrà bene.  Avvisto il semaforo, una macchina davanti a me rallenta. Accelero mentre scatta il rosso, supero la macchina a sinistra, urto qualcosa e tengo le mani ben salde sul volante per non perderne il controllo. Stavolta non lancio l’urlo, guardo invece dallo specchietto retrovisore: un ombrello rotola trasportato dal vento e una signora preme le ginocchia a terra non curante dell’asfalto bagnato.
Le avrò beccato il cane, penso. Scelgo allora di andare via, sogghigno per avercela fatta, allo stesso tempo qualcosa  mi scotta dentro.
Il ricordo svanisce mentre osservo l’ombra dell’uomo fermo davanti alla porta. Accanto a lui adesso c’è anche quella di una donna. Il cuore batte forte al suono del carillon che adesso diventa assordante. Vedo le ombre farsi più vicine, le sento, respiro il loro odore, tremo.

Apro gli occhi e mi alzo di scatto dal letto, sono tutto sudato. Da due giorni sto chiuso in camera mia. Non riesco a ingerire nulla e quando mi addormento quelle ombre mi perseguitano. Mi rifiuto di guardare il telegiornale. La bocca è impastata da quell’odioso sapore aspro al quale si è aggiunto l’acido del rimorso. Qui sono al sicuro da tutto e da tutti, ma non da me stesso. Non dovevo scappare. Seduto sul letto oscillo il mezzobusto avanti e indietro non so più da quanto tempo, in attesa di prendere forse l’unica decisione giusta della mia vita. Poi afferro le chiavi dell’auto con una convinzione che mi sorprende e decido di farlo. Inutile illudermi, lei, la mia coscienza lo sa che non era affatto un cane.

 

 

 

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