PAOLO MESSINA IL RINNOVATORE DELLA POESIA SICILIANA, IN UN SAGGIO DI MARCO SCALABRINO

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 PAOLO MESSINA
& IL RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA

di Marco Scalabrino


“Avia vint’anni quannu mi nnamurai d’a puisia. Fici a guerra vulannu e avennu liggiutu (‘n tidiscu) u Faust di Goethe e i Reisebilder di Heine, picchì m’i mpristò Heinz, un amicu pilota d’a Luftwaffe. È curiusu c’ô primu antifascista ca ncuntrai fu un picciottu tidiscu e mi dicia: Ohne Freiheit, keine Dichtkunst: senza libirtà, nenti puisia. Comu m’arricampai (dicèmmiru 1943) c’eranu l’Amiricani e la libertà. E fami. A genti, pi manciari, si vinnia “tavuli e trispita”, fiuramuni i libra. Accussì mi capitò ‘n manu pi cumminazioni Mallarmé (‘n francisi sta vota) e chi fu: tuttu nsemi mi fici scenti di dda frasi di Heinz: d’a libertà d’essiri pueti, patruna di sdirrupari un munnu c’un ni piaci e nvintarinni unu a nostru piaciri. Mi mancava però a lingua. U talianu era scumunicatu, grèviu o ritoricu, sunava fausu. Anzina a quannu un mi ficiru canusciri (autunnu d’u 44) na maniata di pueti ca ricitavanu versi ‘n sicilianu. Accussì fu c’a ntisi, ma comu si fussi a prima vota, sta lingua siciliana. Pricisa, nova, pi mia, comu s’avissi nasciutu ora ora.” Così Paolo Messina in PUISIA SICILIANA E CRITICA del 1988.

A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la Società degli Scrittori e Artisti di Sicilia, che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama e in primavera, all’aperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita. “Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 - scrive Paolo Messina nel saggio LA NUOVA SCUOLA POETICA SICILIANA, del 1985 - la guerra continuava. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio. Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò appunto Gruppo Alessio Di Giovanni”. Ed enuncia i tre capisaldi programmatici del Gruppo: 1. L’elaborazione e l’adozione di una koiné siciliana; 2. La libertà metrica e sintattica a vantaggio della forza espressiva ma in una rigorosa compagine concettuale e musicale (di valori fonici, timbrici e ritmici); 3. L’unità di pensiero, linguaggio e realtà (che avrebbe dovuto garantirci una visione prospettica siciliana della vita e dell’arte).

“Il dialetto - dichiara su LA NUOVA SCUOLA POETICA SICILIANA - era per noi un modo concreto di rompere con la tradizione letteraria nazionale, per accorciare le distanze dalla verità. Naturalmente eravamo consapevoli dei rischi dell’opzione dialettale, che se da un lato ci portava alla suggestione della pronunzia, dall’altro restringeva alla Sicilia il cerchio della diffusione e della attenzione critica, ma in compenso ponevamo l’accento sull’ispirazione popolare del nostro fare poesia, che doveva farci cantare con il popolo che per noi era quello siciliano. Ed ecco la nozione dell’impegno (che non ammette - preciserà in altra occasione - alcuna dipendenza politica, ma punta direttamente sull’uomo e sulla lotta dell’uomo per uscire da una condizione disumana), impegno inteso come partecipazione, anche coi nostri atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta, cosciente ormai di potere progredire solo nella pace e nella concordia fra i popoli”. “Il dialetto - riprende sul pezzo in memoria di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero ZERO di quello che fu l’effimero ritorno ad opera di Salvatore Di Marco del PO’ T’Ù CUNTU - non era più portatore di una “cultura subalterna”, ma si era innalzato alla ricerca di “contenuti” (e di forme) su più vasti orizzonti di pensiero.” “I maestri preferimmo andarceli a cercare altrove e ricordo che si parlava molto della poesia francese, da Baudelaire a Valéry, e delle avanguardie europee. Circolava di mano in mano un vecchissimo volumetto delle FLEURS DU MAL, che credo fosse di Pietro Tamburello, il più informato allora, fra noi, sulla poesia straniera”.
Nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI  SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania. Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, essa raccoglie, in meticoloso ordine alfabetico, una esigua quanto significativa selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Ma già prima, nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, aveva visto la luce a Palermo l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il Gruppo Alessio Di Giovanni: U. Ammannato, I. Buttitta, M. Conti, Salvatore Equizzi, A. Grienti, P. Messina, C. Molino, N. Orsini e P. Tamburello. Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale, sono state antesignane del RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA. “Oggi la poesia dialettale - scrive tra l’altro Giovanni Vaccarella nella prefazione a POESIA DIALETTALE DI SICILIA - è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza. Lontana dal canto spiegato e dalla rimeria patetica, guadagna in scavazione interiore quel che perde in effusione. Le parole mancano di esteriore dolcezza e non sono ricercate né preziose: niente miele e tutta pietra. Il lettore di questa poesia è pregato di credere che nei veri poeti l’oscurità non è speculazione, ma risultato di un processo di pene espressive, che porta con sé il segreto peso dello sforzo contro il facile, contro l’ovvio. Perché la poesia non è fatta soltanto di spontaneità e di immediatezza, ma di disciplina. La più autentica poesia dei nostri giorni è scritta in una lingua che parte dallo stato primordiale del dialetto per scrostarsi degli orpelli e della patina che i secoli hanno accomunato, per sletteralizzarsi e assumere quella condizione di nudità, che è la sigla dei grandi.” “I dialettali - osserva Antonio Corsaro, in prefazione a POETI SICILIANI D’OGGI - non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se, disuguale è il loro piano di risonanza. Nell’ambito di una lingua, per dire, ufficiale, che assorbe e trasmette tutte le vibrazioni di un’epoca, il dialetto si presenta come una fuga regionale. Ma in un periodo come il nostro che nella poesia ha versato gli stati d’animo, l’essenza umbratile e segreta dello spirito attraverso un linguaggio puro da ogni intenzione oratoria, i poeti dialettali si trovano nella identica situazione dei loro compagni in lingua, senza che neppure la difficoltà del mezzo espressivo costituisca ormai una ragione valida di isolamento. Tanto più che i nostri lirici in dialetto sono già arrivati a un tal segno di purezza e a una tale esperienza tecnica da non avere nulla da perdere nel confronto con i lirici in lingua. Anzi, in un certo senso, i dialettali ne vengono avvantaggiati per l’uso che possono fare di una lingua meno logora, attingendola alle sorgenti che l’usura letteraria suole meglio rispettare.” Nel 1959, nel saggio titolato ALLA RICERCA DEL LINGUAGGIO, Salvatore Camilleri considera: “Si cerca di restituire alla parola una sua originaria verginità fatta di senso e di suono, di colore e di disegno, ricca di polivalenze. È una continua ricerca di esperienze formali, in cui l’analogia gioca la parte principale nel creare situazioni liriche e contatti tra evidenze lontanissime. Qualcosa si è fatto veramente poesia, poesia siciliana, cioè sentita ed espressa sicilianamente, con immagini siciliane oltre che con parole. Il fatto strano, fuori dalla logica progressione delle cose, è che la rivolta è nata di colpo, sulle esperienze altrui (italiana, francese etc.) e non sull’esperienza siciliana.” E puntualizza: “La parola, nel contesto poetico, liberata dalle sue incrostazioni, ha perduto parte del suo significato semantico, acquistandone uno meno deciso, legato alla sua posizione, logica e fonica: quello analogico, l’immagine si è liberata dall’oggetto, risolvendosi nel simbolo, senza però mai sganciare la realtà dall’ordine oggettivo, l’aggettivazione ha subito una stretta e diviene ricerca e approfondimento del lessico, [si tende] a umanizzare gli oggetti, dando ad essi le emozioni degli uomini, a trasfigurare la realtà e trascenderla sempre.”  

Il RINNOVAMENTO DELLA POESIA DIALETTALE SICILIANA, la stagione tra il 1945 (“Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore - ce la segnala Paolo Messina nel citato pezzo in ricordo di Aldo Grienti - quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 Ottobre 1945” e il nome del “l’innovatore - che asserisce nel numero di Gennaio-Febbraio 1989 di ARTE E FOLKLORE DI SICILIA di Catania Salvatore Camilleri - fu Paolo Messina”) e la metà circa degli anni Cinquanta, stagione segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi - fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto. La Storia, è assodato, non è fatta coi se e coi ma. Ma se alcuni anni dopo, su quelle ceneri evidentemente ancora non del tutto spente, fosse stato portato a compimento, come del resto per qualche tempo nel 1968 fu nell’aria, il progetto di una nuova rivista di cui Paolo Messina era stato incaricato di assumere la direzione, chissà …
Riportiamo, di seguito, taluni estratti dell’editoriale (inedito) del primo numero di KOINÈ DELLA NUOVA POESIA SICILIANA, rivista che avrebbe dovuto promuovere studi intorno alla storia e alla critica della poesia siciliana, il cui debutto avrebbe dovuto registrarsi a Palermo, nei mesi di Maggio-Giugno 1969. Appunta Messina: “Intorno agli anni Cinquanta, a cura di un gruppo di poeti dialettali siciliani (il Gruppo Alessio Di Giovanni), usciva un opuscolo fuori commercio contenente alcune liriche “aggiornatissime” che avrebbero dovuto siglare, nelle intenzioni almeno del prefatore, una svolta in senso letterario di quelle attitudini metriche e velleità federiciane. E poiché alcuni di noi fummo del gruppo che, occorre dirlo, non si configurò in chiave di omogeneità né di agguerrita faziosità intellettuale, tornando a un simile approdo con il carico di personali e complesse esperienze culturali, traumatizzati dall’arida melopea della società dei consumi, non possiamo più prescindere da un “impegno” nel presente storico, il che postula innanzitutto l’aperta condanna di ogni ipocrisia intellettuale e l’adozione del poetare come espressione di un più alto grado di libertà. Può a tutta prima sembrare una richiesta eccessiva per una poesia che la tradizione critica e letteraria continua a definire “dialettale” nel senso di un suo peculiare carattere di “minorità”, ma la questione va oggi posta in termini di scelta motivata. Esiste un’ampia copertura di legittimità critica e di formali adesioni letterarie in favore del dialetto come alternativa semantica alla caduta di potenziale espressivo della lingua e della letteratura ufficiali. L’urgenza espressiva del dialetto puro (come negli idiomi dei popoli giovani) tende a capovolgere i rapporti con la lingua illustre e ci appare oggi su posizioni più autenticamente rivoluzionarie rispetto ai logori, stereotipati moduli dell’ufficialità letteraria. Ancora meglio se questa urgenza possiamo verificarla nel dialetto siciliano, erede di quel volgare che Dante non reputò “degno dell’onore di preferenza perché non si proferisce senza una certa strascicatezza” e che tuttavia prestò la sua compatta orditura all’esercizio stilistico di Jacopo da Lentini, la sua potenza evocatrice all’approdo veristico del Verga, la sua costante di umanità alla cultura mitteleuropea del Pirandello. Una koiné che implichi poeti e poetiche in un discorso o azione comune che, proprio nell’humus di secolari stratificazioni culturali, per la profonda analogia dei fulcri semantici nel mondo contemporaneo, si spoglia di ogni pregiudizio esoterico e riacquista il volto dimenticato dell’uomo.”    
  
Paolo Messina, Palermo 1923 - 2011, agognava la “terra promessa”, e l’ha vista, l’ha raggiunta, l’ha calpestata.
ROSA FRESCA AULENTISSIMA, volume del 1985 impresso a Palermo in 300 copie: ventidue poesie siciliane, in ordine cronologico tra il 1945 e il 1955, senza versione in Italiano né note né glossario, nel complesso poco più di duecento versi, ne è l’emblema.

 

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