Lei non sa

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                                                      LEI NON SA

 Non è stato facile fissare quest’incontro. Per ottenerlo ho dovuto mentire sulla mia identità. Mi aspetta nella hall dell’albergo. Mentre mi avvicino perdo tutta la baldanza che mi ha fatto arrivare fino a qui. Vorrei tornare indietro ma è troppo tardi: mi ha visto. 

Fa un cenno con la mano nella mia direzione e i miei tacchi tintinnano insicuri sul pavimento tirato a lucido. La distanza finora abissale tra noi due si accorcia sempre più e lei, ignara, mi accoglie con un sorriso. 

– Salve – mi dice porgendomi la mano.

– Salve –  rispondo sforzandomi di mostrare un’aria professionale.

Ci accomodiamo ognuna su una poltroncina in ecopelle color vinaccio, tra di noi un tavolino alto poco più di un bassotto. La trasparenza del vetro mi permette di vedere che indossa degli stivali firmati e che il piede destro picchietta insonoro sul tappeto. Do un’occhiata  alle mie di scarpe: le ho comprate per l’occasione, Enrica, infatti, porta due misure più della mia. Dolce Enrica, mi ha raccolto mentre annaspavo nel mare della vita. Mi ha dato un lavoro, una casa, qualche briciola di felicità e soprattutto il tailleur che indosso e dentro il quale nascondo una persona che non sono io.

– Mi diceva al telefono che è un lavoro part time – Zaira passa al dunque chiedendomi informazioni sul lavoro che dovrei proporle.

Mi schiarisco la voce cercando di mandare giù il bolo dell’inganno.

– Sì, si tratta di un lavoro part time.

Mi accorgo che la mia postura è rigida mentre cerco di ricordare le nozioni che Enrica ieri sera fino a tardi mi ha impartito, dicendomi più volte che tutto sarebbe andato bene.

– Di cosa si tratta di preciso? – Mi chiede portando il busto in avanti. Si passa una mano sul collo, poi infila le dita tra i capelli e noto che la voglia di fragola sulla tempia le si è allargata con gli anni, scolorendo al punto da diventare quasi impercettibile.

– Rappresentanza di cosmetici – le dico fissandola negli occhi, rimasti neri come due chicchi di caffé.

– Ah…pensavo altro – risponde delusa, poi abbandona le spalle sulla poltrona che si adatta alla sua esile figura.

Accavalla una gamba che, dentro il jeans attillato, comincia a penzolare. Sembra più giovane dei suoi ventiquattro anni. La sua pelle, tesa come quella di un tamburo, è ancora libera dai solchi e dalle brutture che la vita è in grado di imprimere.

– Non le interessa? – Azzardo.

– Mi sono laureata l’anno scorso e ancora non sono riuscita a trovare niente di buono. Non che questo lavoro non sia buono – si corregge in fretta in maniera educata – è solo che non è quello che vorrei fare nella vita.

– Cosa vorrebbe fare nella sua vita, se posso chiederglielo – colgo l’occasione per scendere nel personale e conoscere le sue aspirazioni.

– L’architetto. – Sorride mentre lo dice e quella fossetta che baciavo tutte le notti prima di metterla a letto compare all’improvviso solcandole una guancia e il mio cuore stesso. – Mia madre è un architetto e vorrei seguire la sua strada. – Continua a dire poggiando ora i gomiti sulle ginocchia.

Una fitta allo sterno mi toglie il respiro e mi sforzo di sorridere anch’io, mentre il sapore acido della gelosia mi invade la bocca.

Lei parla e non sa che infinite volte ho immaginato la sua voce di adulta. Lei parla e non sa che è stato il dono più bello che la vita mi abbia fatto, ma che ingorda me lo ha strappato, senza pietà alcuna, per darlo a un’altra.

Una ragazza madre, ripudiata dalla propria famiglia, senza una casa, un lavoro sicuro non avrebbe potuto fare altro che andare lì quel giorno e salutare da dietro un vetro con la mano la propria bambina, dopo averle giurato che presto sarebbe tornata a prenderla. Ma una madre spergiura non merita niente.

Lei parla e non sa che il giorno in cui ho saputo che l’avevano adottata, per la prima volta ho picchiato, tirato calci e pugni, graffiato fino a spezzarmi le unghie. Lei parla e non sa che  non ho mai smesso di cercarla tra i volti della gente, che ho maledetto il giorno in cui ho temuto di non potercela fare e mi sono arresa al passivo fluttuare dell’ingannevole destino.

– Purtroppo non è facile trovare lavoro in questo periodo – Zaira continua a parlare di sé.

Io la osservo annuendo ogni tanto, ma sto fotografando ogni sua movenza, per ricordarla nei miei sogni. Parla di sé così liberamente da illudermi che noi due non ci siamo mai lasciate. Vorrei sapere tutto di lei, dei ventuno anni vissuti senza di me. Se si ricorda dei baci con i pizzicotti, del naso-naso come due gattini, della canzoncina stonata urlata durante il bagnetto. Se il mio odore di mamma le è rimasto incollato in qualche piccolo cassetto dei ricordi. Vorrei abbracciarla e stringerla a me per recuperare il tempo perduto.

Mentre parla gesticola mettendo in evidenza un bellissimo french su delle dita bianche e affusolate.

Sposto lo sguardo sulle mie mani: un puzzle di mille screpolature. Enrica mi ha sempre detto di usare i guanti mentre faccio le pulizie in ufficio, ma le mie mani sono forti, hanno sopportato di tutto, solo ora al confronto con quelle di mia figlia preferiscono scivolare via e nascondersi. Coi polpastrelli afferro e tiro giù le maniche del tailleur. Le cicatrici lungo i polsi, sigillo della mia disperazione, spariscono come coperte da un logoro sipario: fine dello show.

– Ci penserò  – mi dice tirandosi su.

Non mi ha chiesto come mai ci siamo incontrate qui. Meglio così, la scusa dell’ufficio in ristrutturazione non avrebbe retto. E forse i miei occhi, la mia voce avrebbero tradito la vera intenzione: ritornare sul posto in cui il giovane proprietario di un albergo aveva cambiato la mia vita per sempre.

– Chiamo in ufficio in caso decidessi di accettare o mi dà il suo numero privato. Ce l’ha un bigliettino da visita?

Questa è l’occasione che aspettavo.

“Dalle il tuo numero” mi dico, “dalle il tuo numero”. Ma dopo una breve e coscienziosa pausa arriva la mia risposta.

– Può telefonare in ufficio.

Enrica non sarà contenta di questa mia decisione. Da quando abbiamo escogitato l’inganno del colloquio di lavoro non ha fatto altro che convincermi che il finale sarebbe stato sorprendente, io stessa mi sono illusa di poter riprendere l’affetto di questi anni vuoti. La realtà, però, è  ben più dolorosa. Estirperei le spine che hanno rischiato di dissanguare il mio cuore, per conficcarle in quello di altre persone. All’improvviso ciò che ho più desiderato nella vita mi sembra inconsistente come schiuma tra le dita.

Uno sguardo e una stretta di mano segna la fine del nostro incontro. Una scossa mi attraversa tutta: la manina paffutella che mi salutava da dietro un vetro si è trasformata in quella di una donna a cui l’amore, nonostante tutto, non è mancato.

– Le auguro di trovare presto la sua strada – le dico sorridendole un’ultima volta. Poi mi giro e vado via. Mentre tiro la zip della borsa mi pare di averle sentito dire qualcosa.

–  “Ciao, mamma”.

Mi fermo. Trattengo il respiro. Nella hall un gruppo di persone chiacchiera allegramente. Scrollo le spalle e mi convinco di aver sentito male. Riprendo a camminare senza voltarmi indietro per non restarne delusa e vado incontro alla vita con la consapevolezza di continuare ad amare una figlia che resterà  sempre la mia bambina.

 

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