Intervista a Mauro Vincenzi

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Il vincitore della II edizione del Concorso fotografico Una storia in uno scatto si racconta: “Amo l’immagine concettuale che esprime un messaggio e invita a riflettere”

Poliedrico, profondo e riflessivo. E’ Mauro Vincenzi, l’emiliano quarantottenne che, per il secondo anno consecutivo, porta a casa l’approvazione della giuria (composta da Andrea Bambara, Antonio Nicolosi, Salvatore Pappalardo, Emanuela Moschella, Alessandro Messina) nella II edizione del concorso fotografico “Una storia in uno scatto” organizzata dal centro culturale “Vincenzo Paternò Tedeschi”.

Mauro si racconta, ma soprattutto, racconta i suoi scatti. Immagini che “parlano”, “costruite” per trasmettere un messaggio e favorire un’interpretazione personale.

Mauro, ti conosciamo solo attraverso le tue foto. Molte volte si guarda una bella immagine e il pubblico non sa nulla su chi l’ha scattata. C’è l’idea che i fotografi siano un po’ pazzi, un po’ egocentrici, particolari... Soddisfiamo quindi queste curiosità, e dimmi se questi sono solo falsi miti

 “Il fotografo dovendo raccontare una storia, deve riuscire a raccontarla giusto il tempo di uno scatto, al contrario del regista che ha a disposizione due ore. Il fotografo è quindi un cacciatore di immagini, di situazioni, di momenti. Me ne accorgo quando vado in giro con amici: mentre gli altri si concentrano sulle vetrine dei negozi, io guardo in alto delle finestre aperte, ne scorgo una che crea un gioco grafico particolare e cattura la mia attenzione. In questo senso è vero che il fotografo è un po’ particolare… Perché deve avere un certo occhio e una certa mentalità per notare e scovare situazioni che sfuggono agli occhi degli altri.

 Qual è secondo te la foto perfetta, quella diciamo “ben riuscita”?

 “E’ la simbiosi tra forma e significato, ma dovendo scegliere uno dei due aspetti prediligo il significato. Mi piace un tipo di fotografia concettuale, quindi “significato”, che spesso è il contrario di forma. La rosa con la rugiada è bellissima (forma), ma a me non interessa perché non riesco a trovarci un motivo. Mi piace la foto che ha qualcosa da dire, non mi interessa quella documentaristica, che va bene per il museo. A differenza della pittura dove il pittore può dipingere tutto, il fotografo deve avere un colpo d’occhio di un certo tipo. Se metto una foto al muro insomma, ci deve essere un perché.

 E’ vero che chi pratica un’arte come la fotografia, la musica, la scrittura, la pittura, lo fa perché essa diventa strumento per esprimere qualcosa che nella vita reale fa fatica a tirar fuori?

 “Può essere, ma nel mio caso non proprio. Faccio un mestiere tradizionale, dirigo un reparto stampa, che non mi permette di esprimermi al meglio, ma non penso che la mia scelta derivi da questo. Più che altro è la volontà di usare la fotografia come forma di espressione, riuscire a creare un’opera che possa essere interessante, indipendentemente dalle cose che si fanno ogni giorno. In questo senso credo anche che chi ha un lavoro meno piatto del mio, possa comunque avere la voglia e la passione di fissare un’immagine, di denunciare. Noto che c’è gente che parla di “passatempi”. Non mi piace questa parola, tempo ne ho poco, mi piace invece impegnare il tempo per creare. Una fotografia esprime, ha una tradizione, una storia. Amo l’idea di progettare una cosa da zero, un’opera. Non mi interessa la foto dei social network in cui i ragazzi fanno vedere ciò che mangiano…Dietro una bella immagine ci deve essere un significato più profondo.

 A quanti anni hai preso in mano la macchina fotografica? Ricordi una foto significativa per te?

Sì, alle elementari, quando la maestra ci diede il compito di fotografare una bottiglietta di una nota bevanda. Mentre i miei compagni si facevano aiutare dai genitori, cercando la giusta angolazione, io ho pensato di distruggere la bottiglia e fotografarla. Ho trovato così un messaggio in quella foto, un messaggio più esplosivo.

Il fotografo può decidere l’angolazione giusta di ogni soggetto, può decidere cosa e in che modo immortalarlo, e ha la facoltà di mettere in luce un aspetto invece di un altro. In questo senso la foto può rappresentare anche le evoluzioni del tempo e affrontare temi sociali importanti. C’è un tema che ti sta a cuore?

“Oggi vedo le persone sempre più isolate, a rischio con se stessi. Qualche tempo fa la gente aveva più forza d’animo, adesso gli imprenditori si suicidano per i debiti. Questo mi dispiace perché si sta perdendo quella forza che spingeva l’uomo a lottare fino all’ultimo momento. E così mi piace rappresentare in immagini questa una sorta di resa, figlia dei nostri tempi, in cui il virtuale sostituisce il reale. In questo caso mi concentro su soggetti soli con i loro momenti di sconforto, ma lo faccio dando alla foto una escalation positiva che trasmetta la voglia di alzar la testa e di non arrendersi. Se vado in Africa e fotografo un bambino dall’alto verso il basso posso dare un’immagine di oppressione, mentre se lo fotografo dall’alto, con un cielo blu sopra, creo una immagine positiva, che fa riflettere. Non mi piacciono i messaggi palesi, lascio agli occhi di chi li guarda l’interpretazione giusta. 

Le tue foto sono curate nei minimi dettagli, le scene che immortali sono volutamente costruite. Non pensi che quando si crea una sceneggiatura attorno ad una foto si tolga un po’ di spontaneità alla stessa?

“Faccio foto di reportage, colgo il momento, non sempre metto in posa qualcuno, però mi piace l’idea che diventa progetto e studio come realizzarla. Forse è un mio limite non avere la pazienza per aspettare una scena che catturi la mia attenzione, anche se questo capita. Apprezzo chi riesce nello scatto naturale, ma ci vuole fortuna: magari mentre ti concentri su una certa situazione, alle tue spalle ne sta avvenendo una esplosiva e rischi di perderla.

Quest’anno hai presentato al concorso immagini con “coppie” o “gruppi”. Non ci sono soggetti singoli, è un caso o è stata una scelta?

“E’ un caso, però mi piace riprendere un’immagine abbastanza ampia per far in modo che ci possa essere una scenografia in quello che voglio realizzare. Non mi interessa isolare le espressioni. Inoltre il tema del concorso una storia in uno scatto mi ha fatto pensare che con più figure potevo rappresentare meglio una storia”.

Le tue foto sembrano avere un filo di provocazione, ma tu non ami molto questa parola, perché?

“Perché la foto non è provocazione in sé, lo diventa. Voglio semplicemente denunciare e questo spesso viene letto come provocazione solo perché le mie immagini sono scomode, non sono intonate con quelle che ci propongono nella società attuale.  Vedo dei colleghi che si spingono oltre certi limiti, a me non piace, non lo reputo opportuno.

Rappresenti spesso persone in situazioni drammatiche, si potrebbe pensare che sei una persona cupa…

“Si può pensare, ma non è così, al contrario. Spesso mi piace rappresentare in bianco e nero delle situazioni drammatiche, ma questo deriva proprio dal fatto che l’essere umano se deve rappresentare qualcosa in un attimo, è portato ad offrire una interpretazione straordinaria, eccezionale. Chi rappresenta molti colori e i suoi soggetti sempre gioiosi, probabilmente ha la necessità di richiamare questo mondo. Dal canto mio, sono sereno e cerco appunto qualcosa di drammatico per dare importanza alle cose che mi circondano. Vorrei che chi guarda le mie foto entrasse a far parte dell’opera stessa, la interpretasse, anche in modo diverso dal mio.    

Mi racconti la storia della prima classificata nella sezione bianco/nero, “Omaggio a Klimt” (foto in alto) la rappresentazione di un uomo e una donna che si baciano sotto il quadro. Anche questa foto è stata creata ad arte?

“La scena l’ho vista davvero in un ristorante, però questo bacio era sfuggente e non avevo la macchina fotografica. Ho chiesto gentilmente a questi due signori di ripetere il bacio e hanno accettato.  L’opera di Klimt mi ha sempre colpito e ho indagato sul significato che voleva dare l’autore in quel quadro. Ho scoperto che lui non ha lasciato detto niente in merito, quindi la sua interpretazione è stata affidata ai critici d’arte. Mi è piaciuta l’idea che ognuno ci vedesse ciò che voleva. Personalmente associo questo quadro ad un’immagine negativa perché l’uomo sovrasta la donna, c’è un senso di oppressione. Dopo 100 anni ho voluto quindi dare un’interpretazione contemporanea dell’amore da contrapporre al quadro: una coppia non più giovane, come icona di un amore nell’epoca contemporanea.

Come ti sei trovato a questo concorso organizzato dal centro culturale Vincenzo Paternò Tedeschi? Perché hai scelto proprio questo concorso e come vivi il fatto che tu venga premiato per il secondo anno consecutivo?

“Mi ha tentato il tema: una storia in uno scatto, pane per i miei denti. Mi piace inoltre far parte di un’iniziativa, e valutare le opere di altri. Ho creduto nelle foto che ho fatto, ho offerto la mia interpretazione personale, non sapevo se fossero apprezzate o addirittura censurate. Non avevo la presunzione di vincere, ma mi riempie di soddisfazione perché credo in ciò che faccio. Mi è anche capitato di vincere concorsi e vedere foto più belle delle mie, belle nel senso che riescono ad esprimere un concetto profondo che mi fa andare oltre con la mente in un ragionamento che può durare anche anni. Qui in Sicilia e in particolare a questo concorso, ho conosciuto tante persone interessanti che mi hanno accolto con calore e mi hanno aiutato a crescere. 

A proposito di Sicilia, la foto più strana che hai fatto in questi giorni di permanenza?

Un vaso gigantesco con un rubinetto da cui esce dell’acqua, all’aeroporto di Catania. Sono rimasto molto colpito e l’ho fotografato. La cosa meravigliosa è che qui non c’è la globalizzazione del nord che ha appiattito tutto. Qui c’è gente che fa ancora i cesti a mano e li mette fuori per venderli, c’è il signore che vende i carciofi con l’Ape car e che si domanda ancora perché voglio fotografarlo...

 

Silvia Calanna

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