"Lacrime sul cuore" di Rossella Gabriella Campisi

Share

Rossella Gabriella Campisi è nata a Catania il 23 marzo del 1975. Laureata in Pedagogia, insegnante di scuola primaria, moglie e da tre anni mamma di due bambine, da sempre ha mostrato grande interesse verso il teatro e la lettura. Ha studiato pianoforte e suonato il saxfono in una banda di quartiere. Solare ed estroversa, ha avuto in passato anche esperienze come animatrice ed educatrice nei grest estivi.

La passione per la scrittura affiora negli ultimi anni, ottenendo subito consensi da parte delle varie giurie. Nel 2012 partecipa alla I edizione del "Premio di Narrativa e Poesia Artea" e si classifica al secondo posto con il racconto breve "Giochi del fato". Nel 2013 vince la XV edizione del "Concorso Letterario V. Paternò-Tedeschi" con Lacrime sul cuore, di seguito riportato.

Rossella Gabriella Campisi nei suoi scritti sceglie sempre la "vita". Nonostante le brutture, le difficoltà da superare, i tormenti da sopire, un canto di speranza si libera nell'aria e il lettore, attraverso la bellezza del linguaggio da lei utilizzato, lo coglie e lo fa proprio.

 

 Lacrime sul cuore 

Beatrice entrò da quella porta a testa bassa, senza guardare nessuno. L’infermiera che la accompagnava le disse con voce rauca, su quale letto doveva stendersi una volta aver indossato la camicia da notte che aveva portato con sé. Indicò il bagno suggerendole di cambiarsi lì e di richiamarla non appena fosse stata pronta per compilare la cartella clinica con tutti i suoi dati da aggiungere poi, alle analisi di rito che le avrebbero fatto da lì a poco. Quella stanza era di color verde chiaro e anche se era fine maggio, da quel soffitto scendevano stalattiti che facevano raggelare la pelle e il cuore. Altre tre donne erano già sdraiate, loro però, non sembravano impaurite come la piccola Beatrice ma aspettavano tranquille il loro turno parlando e sorridendo. Il suo letto era l’ultimo sulla sinistra, proprio accanto al bagno. Entrò portandosi dietro lo zainetto della scuola dove, invece del solito librone di letteratura e quello odioso di matematica, al suo interno avevano trovato posto le ciabatte, una camicia da notte e l’occorrente per il post-intervento. Si guardò allo specchio. Oggi i suoi occhi erano spenti e privi di ogni sfumatura da cosmetico. Sfilò l’elastico bianco che teneva legati i lunghi capelli dorati dietro la nuca che scivolarono lentamente, accarezzando la sua schiena. Lasciò cadere sul pavimento il vestito che indossava, infilò la camicia da notte bianca a fiorellini rosa, tolse le scarpe e calzò le ciabatte. Ricacciò di fretta gli indumenti appena tolti nel suo zainetto, si riguardò allo specchio e poi adagiò delicatamente una mano sul suo ventre mentre i suoi occhi si gonfiavano di lacrime. Tornò in quella stanza e si sedette sul letto. Diede uno sguardo veloce alle altre tre donne e sempre in silenzio, si distese col viso contro la parete. Non voleva che leggessero sul suo volto il rossore della vergogna che non le permetteva di sostenere il loro sguardo, né tanto meno che scoprissero dai suoi occhi, il senso di colpa che attanagliava la sua anima incastrandola in una dolorosa morsa. Sentiva alle sue spalle le voci di quelle signore motivare le ragioni del loro gesto con molta naturalezza, come se stessero scambiandosi confidenze tra amiche. Una sosteneva di aver già quattro figli e che non se la sentiva di averne ancora. L’altra rispondeva che purtroppo lei, dopo la nascita della sua prima figlia, aveva dovuto assumere degli psicofarmaci a causa della depressione insorta e che ancora oggi, a distanza di un anno si trascinava dietro, per cui il medico le aveva sconsigliato di portare avanti la gravidanza poiché il nascituro poteva correre dei rischi. La terza invece, era l’unica che si trovava lì non per sua volontà ma per il crudele destino che le aveva negato la gioia di diventare madre per cui, rassegnata dopo esserci passata già due volte, aspettava che il piccolo esserino che era dentro di lei da tre mesi, le venisse strappato dal grembo. In nessuna di quelle voci però Beatrice, riusciva a percepire vibrazioni di rammarico o di dispiacere, nessuna che si sentisse schiacciata da quel gesto nefasto e doloroso. Nessuna che avvertisse dentro di se quel senso di vuoto che toglieva il fiato e pugnalava il cuore, lasciandogli ferite così profonde che mai più si sarebbero risanate. Anche per infermieri e medici era una cosa ordinaria. Nessuno che consigliasse il contrario o che dicesse parole di conforto a ciascuna di quelle donne. Nessuno che pensasse minimamente a ricordare che, all’interno del loro grembo, c’era già un piccolo cuore che batteva. Beatrice cominciò a tornare indietro con la memoria, pensando al giorno in cui aveva conosciuto Diego. Frequentavano lo stesso liceo classico, lui aveva diciannove anni ed era all’ultimo anno, mentre lei, appena diciottenne, era al quarto.  Era novembre e quel giorno entrambi, partecipavano all’assemblea d’Istituto in Aula Magna ma erano intenti a fare tutto tranne che stare attenti. Lui rideva e scherzava con altri due suoi compagni commentando la capigliatura e l’abbigliamento di una ragazza del quarto ginnasio, lei insieme alla sua migliore amica, si truccavano le labbra con un rossetto rosso fuoco tenendo in mano un minuscolo specchietto da borsetta. Simona aveva già notato Diego e con lo stesso specchietto che un attimo prima era servito per accendere il loro sorriso, orientandolo un po’ verso sinistra fece notare all’amica quel bel ragazzo che stava seduto alle loro spalle. Beatrice era rimasta subito colpita dall’immagine riflessa. Camicia bianca su jeans stracciati e scoloriti. Scarpe blu da ginnastica, capelli corti e neri, occhi azzurro mare. Uno spettacolo. Appena finita l’assemblea, Simona che conosceva uno degli amici di Diego, con una scusa andò a salutarlo trascinandosi dietro Bea. E così, tra una presentazione e l’altra, era iniziata l’amicizia tra quei ragazzi. Le loro aule si trovavano sullo stesso piano e quindi era facile per Diego e Beatrice incontrarsi e non appena la loro confidenza divenne più stretta, lui le confessò che Simona non era proprio il suo tipo e che era interessato a un’altra ragazza. E così era toccato a lei l’ingrato compito di comunicare la notizia all’amica la quale, con aria di indifferenza, aveva invece rimarcato a gran voce che fortunatamente “il mare era pieno

di pesci”. Un giorno, a metà anno scolastico, le due ragazze furono invitate alla festa di compleanno di Marco, uno dei due amici di Diego e che faceva il filo a Simona. Quella sera, tra un ballo e un altro, Diego ebbe finalmente il coraggio di baciare Bea rivelandole il proprio interesse. La ragazza non era riuscita a dire neanche una parola. Un nodo in gola strozzava ogni singolo suono che poteva emettere in quel momento la sua voce, il suo cuore pulsava energicamente per l’emozione e il suo corpo era attraversato da un indescrivibile fremito di passione. E così ebbe inizio la loro storia. La stessa sera si era formata un’altra coppia, quella di Simona e Marco e i quattro amici erano divenuti inseparabili. La loro amicizia si era rafforzata diventando sempre più solida. Il sabato sera si usciva insieme, alle feste ci si andava insieme e ci si vedeva anche quando si organizzavano i tornei di calcetto tra amici. Verso la fine dell’anno scolastico, Diego decise di passare una serata da solo con Bea. Andarono prima al cinema e dopo si recarono al McDonald’s, presero il pacco con l’ordine fatto e andarono a consumarlo in un posto un po’ più appartato, dove di solito vanno le coppiette per scambiarsi un po’ di coccole al buio sotto un manto di stelle e di una luna complice che, con la sua argentea luce, dona all’atmosfera un tocco magico e affascinante allo stesso tempo. Adesso Bea, proprio a causa di quelle dolci coccole e dell’irrefrenabile passione di quella sera, si trovava sdraiata su quel lettino. Non aveva avuto il coraggio di dirlo ai suoi genitori e così una volta confessato a Diego che quel ritardo non era un semplice ritardo, lui pensò bene di chiedere consiglio a sua madre la quale li avrebbe certamente aiutati suggerendogli la cosa giusta da fare. Beatrice ricordava ancora il pomeriggio in cui decisero di recarsi a casa di lui per spiegare l’accaduto. I suoi genitori erano divorziati e sua madre, dopo anni, aveva ripreso a vedersi con un uomo. Il padre invece, era letteralmente scomparso. Liliana, così voleva essere chiamata sua madre, non si scompose più di tanto all’annuncio di quella “non attesa gravidanza”, anzi in modo carino, dopo essersi portata alla bocca una maleodorante sigaretta, disse ai due giovani tra una nuvola di nicotina di non preoccuparsi. A quell’età non potevano mica permettersi di avere un figlio, per cui l’unica soluzione da prendere era quella di mettere fine alla piccola vita che stava crescendo pian pianino nell’ancora grembo acerbo della ragazza. Strappare da quel terreno fertile un piccolo fiorellino che stava per sbocciare, negandogli per sempre non solo la luce del sole ma anche la remota possibilità di affacciarsi alla vita. Una pratica facile a detta di lei, che non avrebbe avuto alcuna conseguenza e che al contrario, avrebbe permesso ai due giovani di riprendere in mano la loro vita spensierata. Beatrice però, non sembrava essere tanto d’accordo, sperava invece in cuor suo, che quella donna potesse fungere da mediatrice con i suoi genitori, facendogli accettare e comprendere quello che era successo. Ma evidentemente si sbagliava, non era per niente quella l’intenzione di Liliana. Dopo un po’ la ragazza, si era alzata con la scusa di dover andare in bagno, lasciando madre e figlio da soli in quel salotto, avvolti in una nube tossica e dove l’aria, divenuta ormai irrespirabile, la stava soffocando. Si sciacquò il viso, si guardò allo specchio, si fece forza pensando che forse Liliana avesse ragione e nel tornare, la sentì dire al figlio che lei lo aveva “incastrato”. Se avessero avuto quel bambino, Diego non avrebbe potuto frequentare l’università e laurearsi, avrebbe dovuto necessariamente lavorare per mantenerli, non avrebbe potuto conoscere altre ragazze e fare altre esperienze amorose. La sua vita sarebbe finita lì ed era troppo giovane per rovinarla a quel modo, per cui quella era l’unica scelta da fare. Lui la ascoltava senza staccare lo sguardo dal tappeto rosso che stava ai suoi piedi, non sarebbe mai andato contro il volere della madre che aveva scelto per loro l’unica soluzione da prendere. Quel leone dal forte ruggito che Bea aveva conosciuto, era di colpo sparito lasciando spazio a un esile e belante agnellino. Si sedette nuovamente in salotto con loro e una volta concordato il da fare, si salutarono. Non era vero che sarebbe stata una cosa facile, la giovane donna lo aveva capito una volta arrivata al reparto di ginecologia dell’ospedale dove signore col pancione, passeggiavano avanti e indietro per quei lunghi corridoi per accelerare il momento così tanto atteso del parto, contente e sfinite allo stesso tempo e con i mariti fuori che aspettavano lasciando un solco ovale in sala d’attesa e mozziconi di sigarette spenti nei posacenere. Quel giorno ad accompagnarla erano andati Diego e Liliana. Si erano accomodati con fare tranquillo e per consolarla le dicevano che presto tutto sarebbe finito. Intanto lei, rannicchiata su quel lettino, si chiedeva perché a pagare per un suo errore, dovesse essere proprio quella piccola creaturina dentro il suo grembo e che invece non aveva nessuna colpa. Nel frattempo, mentre lei era intenta a pensare, era toccato già il turno di due di quelle donne che erano lì con lei e che dopo l’intervento erano state spostate in un'altra camera ancora. Dopo circa una mezz’oretta, l’infermiera era nuovamente entrata portandosi dietro anche la terza signora e borbottato alla piccola Bea che lei sarebbe stata l’ultima di quel giorno.

Adesso era sola. Scese da quel lettino e si sedette su una sedia lì vicino. Il senso di colpa le aveva ormai squarciato l’anima mentre lancinanti lacrime sul cuore scivolavano giù come lame affilate e lo straziavano di un dolore mai provato fino a quel momento. Ma perché si trovava in quel posto? Prese il cellulare che aveva nel suo zainetto, lo accese e con le dita che le tremavano, inviò un sms. Poi attese qualche minuto. Nessuna risposta. Continuò a tenerlo ancora un poco tra le mani e mentre lo fissava ansiosa, si mordicchiava l’angolo destro del labbro inferiore. Niente, tutto taceva e si aggiungeva al grande silenzio di quella stanza che la rendeva sempre più mostruosa e che faceva crescere sempre più in lei la tensione. Si adagiò nuovamente su quel letto e ancora una volta si girò col viso contro il muro. Il suo volto cominciò a rigarsi di silenziose lacrime che, una dopo l’altra, cadevano come pioggerella insistente su un asfalto impermeabile rendendo impercettibile il suo picchiettare su quel manto. A un tratto dei passi rimbombarono per il corridoio, Bea trattenne il fiato. La voce stridula dell’infermiera che la chiamava per nome, la fece trasalire. Si sentiva il cuore battere sempre più forte e un nodo formatosi in gola, non le permetteva neanche di deglutire. Adesso toccava proprio a lei. Mentre si accarezzava per l’ultima volta quel pancino, sentì una mano poggiarsi delicatamente sulla sua spalla. Ricacciò dentro le lacrime, si asciugò di fretta quelle che le erano rimaste sul viso e si girò verso quell’amaro destino. L’immenso silenzio che un attimo prima aveva reso il vuoto di quella stanza sempre più grande e insopportabile, fu invaso da un rumoroso e singhiozzante pianto. Un morbido e caldo abbraccio avvolse Bea e una voce tenera sussurrò: – rivestiti tesoro di mamma, torniamo a casa. –

Informazioni aggiuntive