LA FESTA DI SANT'ALFIO E LE TRADIZIONI PERDUTE

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La festa in onore di S.Alfio, Cirino e Filadelfo Patroni di Trecastagni è un evento religioso ormai di vaste proporzioni. Sull’onda della fede, della tradizione e della spettacolarità, questa festa è conosciuta anche oltre oceano. Complice soprattutto il massiccio esodo migratorio verificatosi nella prima metà dello scorso secolo. In tempi recenti, anche i mezzi di comunicazione vi hanno massicciamente contribuito. Usi,costumi, colore l’hanno da sempre caratterizzata, assimilandola ai più autentici modelli di sicilianità. Sentire un turista chiedere “Quando essere ‘a Calata ‘de ‘mbriachi” è davvero il massimo. E’ successo l’anno scorso. Peccato per lui, perché questo “rito” assieme a tante altre tradizioni che vanno perdendosi, non esiste più da un pezzo. In questa festa, il filo che separa il Sacro dal Profano è sempre stato sottilissimo. Gli anziani spesso ripetevano: “Ppi Sant’Affiu, n’Avi Maria e ‘nsantiuni”. Purtroppo di ubriachi al volante per strada ve ne sono fin troppi e in tutti i giorni dell’anno, ma “’A calata di ‘mbriachi”, quella di cui parliamo, era tutt’altra cosa. Nel pomeriggio del 10 maggio, al ritorno da Trecastagni, dopo due giorni di intensa devozione popolare vissuta tra la strada e l’Altare, la fatica si faceva sentire. Ecco allora una moltitudine di pellegrini scendere un po’ alticci tutti insieme a bordo di carretti, carrozze e carrozzelle. Molti anche a piedi. L’andamento stanco e sonnecchiante non lasciava dubbi sulle loro condizioni. Uomini e donne di età adulta,con volti avvampati e paonazzi, a stento si

reggevano in piedi. Il menù consumato, era di solito a base di carne di pecora al forno e molto pane con tanto di companatico. Il tutto innaffiato da vino locale rigorosamente bevuto “‘mpetra”. La gente si affacciava apposta dai balconi di casa per assistere a questa processione “fuori ordinanza” che si snodava lungo le strade ancora non molto trafficate. A testimoniare l’alta devozione verso i Tre Santi, i numerosissimi ex-voto, per “grazia ricevuta” in stile Naif esposti ogni anno negli interni del Santuario trecastagnese. Dalla mattina dell’8 maggio alla notte del 9 è un pellegrinaggio incessante. Uomini, donne e bambini di ogni età si spostano a piedi. Vengono dai paesi limitrofi, ma anche dal capoluogo etneo dove la devozione è tanta. Scalzi e con i torcioni accesi, la sera della vigilia molti di loro entrano di corsa in cattedrale gridando a squarciagola “Santaaaaffiiiiuuuuu!!!”. Una volta erano i “Nuri” a manifestare anche con forme estreme la loro devozione. Essi Biancovestiti, a piedi scalzi e cinti da una larga fascia rossa, con grossissimi torcioni scalavano la cosiddetta “ “ ‘nchianata de’ sapunara” salita ripidissima e insidiosa. Al cospetto del Simulacro dei Tre Santi vi giungevano con la lingua “A strascinuni”, cioè strisciando a terra con la lingua dalla soglia fino all’altare. Quest’ultima usanza,pare di derivazione pagana, e’ stata ufficialmente vietata dalla Chiesa. Veniva praticata dai naufraghi che ringraziavano così gli Dei per lo scampato pericolo. La festa di Trecastagni si alimenta di tradizioni che affondano le loro radici nella notte dei tempi. Negli ultimi venti trent’anni molte di esse però sono andate perdute a scapito di una coreografia che rischia di diventare sempre più povera e sbiadita. Scomparsi gli antichi carrettieri, i carretti siciliani che sfilano sono sempre di meno. A bordo, solo qualche “friscalettaru” accompagnato da chitarra, fisarmonica e marranzano. Quest’anno, addirittura, totalmente assenti. Tamburi, tamburelli e cappelli di paglia fanno ancora bella mostra di sé nelle bancarelle insieme agli immancabili “agghi ‘ntrizzati” venduti a “mazzi”. Lungo ‘a “‘nchianata de sapunara”, per motivi di ordine pubblico, il palio dei cavalli non si corre più.

La foto è stata scattata nel 2009 dall'autore del presente articolo.

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