IL PIACERE DI 'NA BRISCULA

Share

Assittamini, facemini ‘na briscula! L’invito è di quelli che non si possono rifiutare. A coppia o in cinque, con o senza soldi, la cosa più importante è giocare. Quasi con entusiasmo, il Seggio si costituisce rapidamente e l’aspirante giocatore che ne rimane fuori, pur contrariato, per curiosità o per diletto assiste lo stesso alle varie fasi. Arriverà il suo turno. Nel frattempo si scherza, si commenta, si recrimina. A chi ha perso il giro, farsosamente viene imposto il rito del mazzo sotto l’ascella. Imprecando contro la sfortuna, talvolta il perdente butta le carte per aria: Non sapi peddiri! si dice. E’ sempre così. Fatta eccezione per i giocatori sfegatati, incalliti frequentatori di bettole o, peggio, di bische clandestine, il gioco delle carte è ancora oggi un rito  praticato in famiglia per puro passatempo. In certe stagioni dell’anno, come per Natale, giocare a carte fa parte della tradizione. Assieme al ceppo, al verde abete illuminato e al presepe, il mazzo delle carte siciliane non può mancare. Al tavolo da cucina, dopo la consumazione di un lauto cenone, per la gioia di adulti e bambini si comincia a giocare. Se a Sette e mezzo, al Piatto o alla Tombola, questo lo decidono i più piccoli. Con le loro colorite figure, con i loro simboli dal fascino cabalistico e misterioso, le carte siciliane

da secoli vengono però percepite dall’uomo come fonte di potenziale perdizione. “Attentu, figghiu, i catti su quaranta diavuli”, così ammonivano i nostri nonni. Bavasceri pigghiulu, iucaturi lassilu(Fanfarone prendilo, giocatore lascialo) era il consiglio che i genitori davano alle figlie più grandicelle in vista di un fidanzamento. Attorno alle carte da gioco è fiorito tutto un linguaggio dialettale siciliano verbale e mimico oggi quasi scomparso. Dal mazzo che dopo la rituale Riminata  si Fagghia(tagliare nel mezzo), si estraggono i soprannomi più strani. I quattro semi, comunemente detti Assi: Oro, Bastoni, Coppe e Spade,  sono rispettivamente “‘A Paredda”, “A cedda ‘i viddanu” “ ‘A quattara” e “’A sciabbula”. Ciascuno di essi contiene una forma, un disegno, un genere che lo caratterizza. Ci vuole fantasia anche per queste cose. E che dire delle figure? Nell’immaginario collettivo, la più bella donna del  mazzo è lei: La donna di spade. Mentre la donna di coppe soprannominata Donna Pippina ‘a strucchia si ispira a un modello.‘A Sciollira(di facili costumi) è invece la donna di oro. Bisogna osservare bene il colore della Donna di bastone “‘A giallinusa” per capirne il motivo. Se il Re d’oro è ‘A matta( un Jolly), diverso attributo è stato riservato al Re di Coppe, ovvero‘O sguerciu signaliato. Senza contare‘I scecchi, cioè i cavalli, ce n’è ancora per tutti i gusti. Si va dal tre di coppe considerato il “Peppinino”(controfigura del Giufà) al Tre d’oro detto U pupiddu. Pari ‘u cani do’ cincu ‘i spadi è riferito invece a chi si mostra sempre servizievole con gli altri( vedi il cane disegnato tra le spade). Dal momento che il Gioco delle carte è stato trasferito on line, si è persa l’essenza stessa del gioco. La pluralità ha lasciato il posto al solipsismo. Di fronte a questa rivoluzione, il catanese che fa!? Ci va Lisciu! (Se ne frega). Nelle famiglie con abitudini patriarcali e non solo, nelle case come nei circoli privati, le carte siciliane infatti continuano a essere le preferite.  

 

Pubblicato su "La Sicilia" del 2.01.'15

 

Informazioni aggiuntive