IL CARNEVALE D'ALTRI TEMPI

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Oreste da molin 1910, gli uominiMolti usi e costumi legati alla tradizione carnevalesca si sono estinti. Oltre alla sfilata dei Carri nei centri etnei, resiste ancora per la gioia dei bambini l’uso delle mascherine. Anticamente, con l’inizio dell’anno, si pensava già alla maschera da indossare per Carnevale. Doppu li tri re, tutti a fari olee! recita un antico proverbio. Che cannaluari tutti li festi li fa turnari è cosa risaputa. Catania, a seguito della concomitanza con la festa di Sant’Agata che costringeva il clero a rigide misure di “censura preventiva”, non vanta una grande tradizione in materia carnascialesca. Si aggiunsero inoltre motivi di ordine pubblico che consigliarono alle autorità molta cautela. Tuttavia, all’insegna del buonumore, visto che ppi carnevale ogni scherzo vale e chi      s’affenni…è maiali, il modo per divertirsi spensieratamente si trovò lo stesso. “Cannaluari”, prima del rogo finale che dava il via alla Quaresima,

veniva fatto girare con grande baldoria per i quartieri popolari cittadini. Succedeva di tutto. Se un estraneo ti rivolgeva la parola, bisognava stare attenti a non cadere nel tranello dei gabbi. Mi scusi, ma lei cchi cciavi ‘nte renti!!? se l’altro rispondeva: “Ju!!??... Nenti!…la replica era immediata: comu nenti!!??... u sai ca cannaluvari ti veni parenti!!?? Le famiglie si mobilitavano per portare nella propria abitazione un po’ di allegria. Si spostavano perfino i mobili pur di fare posto ai sunaturi. Chitarra, mandolino, tamburello e fisarmonica aprivano le danze a suon di Mazurke e Tarantelle.     Nei locali ci andavano i più facoltosi. I giovani preferivano invece spostarsi a Paternò, Acireale, Belpasso o Misterbianco dove, indossato il Dominò (Lungo mantello nero con cappuccio), tra un colpo di mazzolu e una manciata di coriandoli, si buttavano nella mischia del ballo in piazza. Sotto la maschera nascevano gli amori; qualche volta anche litigi tra gruppi di giovanastri. Per strada era tutta una girandola di coriandoli e stelle filanti. L’oleazzo delle fiale puzzolenti ammorbava l’aria. Quando il vento sollevava ‘a pruurigghia (Polvere pruriginosa), sul viso cominciava una fastidiosa mangiaciumi(prurito). Anelli e margherite sghiccia jacqua costavano la bellezza di Lire 5 ognuno. Più costose erano le Piritere, sottili cuscinetti d’aria. Collocate sopra una sedia, si stava in paziente attesa per sentire quel rumore stridulo simile a una pernacchia che il malcapitato inconsapevolmente provocava sedendosi di sopra.  Il gioco cominciò a complicarsi  quando fecero la loro comparsa gli schiumogeni. Nella prima metà del secolo scorso i nostri nonni si “mascaraunu” alla loro maniera: indossavano vestiti rivoltatati e maschere di cartone appositamente colorate. A cominciare dagli anni ’50 i costumi belli e fatti (confezionati) si affittavano. Quando ancora si sconoscevano Mazzinga e la tartaruga Ninja, i maschietti si travestivano di Zorro, Corsaro Nero, D’Artagnan, Peter Pan o di Principe azzurro; le ragazzine, di Gran Dama, Regina, o Fata turchina. Negli anni sessanta destarono scandalo la Monaca sex e Poppea. Lungo via etnea sfilavano le mascherine prima delle tradizionali foto attorno alla vasca “che papiri”( cigni, quelli veri) di Villa Bellini. Il martedì grasso, infine, si gozzovigliava di gusto. “Maccarruni che cincu purtusa”, Sasizza fritta e zuzzu(gelatina) erano i cibi preferiti. Ognunu dunca la so trippa sguazza,/ e a lu so carateddu mi s’appizza/ facennusi lu stomucu a visazza/(…) avrebbe scritto in proposito il poeta Miciu Tempio. Picchì dumani veni ‘a quaresima e appoi ama ffari pinitenza. Dopotutto la parola Canevale non nasce dalla congiunzione di due parole: Carne levare

 

*Pubblicato su La Sicilia del 3.03.'14