I TAULATI DI SAN GIUSEPPI

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“Non c’è Pasqua senza Quaresima”. La Quaresima, un lasso di tempo di Quaranta giorni, gli stessi che Gesù dopo il battesimo nel Giordano trascorse nel deserto. Un cammino di purificazione che una volta per i cattolici comportava penitenza, astinenza e preghiera.  Oggi, ad eccezione dei riti imposti dalla chiesa cattolica, passa quasi inosservata.  Nei secoli scorsi era vietato mangiare la carne nel mercoledì delle Ceneri e tutti i Venerdì prima della Pasqua; poi solo Il Venerdì Santo. In compenso, nelle scuole e nelle parrocchie vennero introdotti gli esercizi spirituali. In molte località esisteva una “Casa degli esercizi” in cui ci si riuniva. Nota, a Catania, era la Casa degli esercizi spirituali dei Gesuiti, dove oggi ha sede lo stallone comunale. Quaranta giorni sono tanti;  “ ‘A moviti, ca si chiu’ longu ‘da Quaresima!!!” e’ una esortazione poco riverente. Come ogni Santo ha i suoi devoti, così ogni festa ha le sua caratteristiche. “ Paese che vai, usanze che trovi”. Se è vero che linguisticamente non c’è omogeneità neanche tra i quartieri limitrofi all’interno  di una stessa città, figuriamoci in territori più vasti. La storia è ricca di dispute tra devoti per affermare la supremazia di un Santo su un altro. Non è il caso di San Giuseppe, che gode della “Stima” di tutti. La  festa di San Giuseppe, ‘u Santu de puureddi, da famigghia e du travagghiu, è una delle più sentite al mondo. Sobria e ricca di riti e tradizioni. Dagli inizi del XX Sec., per decreto, è anche la festa del papà. Non da contrapporre a quella della Mamma, ma da affiancare. San Giuseppe, “‘U Patriarca” incarna la figura di  padre putativo di Gesù.  Nella iconografia che conosciamo, viene ritratto col viso cinto da una folta barba bianca, simbolo di saggezza; mentre il bastone col giglio fiorito sopra cui si appoggia, simboleggia la purezza e prefigura l’imminente arrivo della bella stagione.  “San Giuseppi vicchiareddu, chi c’haviti ‘nto cesteddu!?/ Evva frisca e frischi ciuri/ nidi, aceddi e raggi ‘i suli/(…) così recita una antica filastrocca in lingua Siciliana. Il saio che indossa, testimonia  la sua profonda umiltà. Chiese, altarini, toponimi e  luoghi di culto  lo consacrano in molti Paesi. Tantissimi i Patrocini.  In Sicilia, il suo nome si scrive Giuseppe ma si pronunzia familiarmente “Pippo”; insieme  a quello del Salvatore, amabilmente chiamato “Turiddu”, è di gran lunga il nome più usato. La celebrazione del 19 marzo risale al XV sec. Nei primi del XVII sec. compare nel calendario romano universale. Poi nel 1977, come festività nazionale di precetto venne soppressa. La sua resta una delle manifestazioni religiose più tipiche e suggestive della nostra tradizione. Pur essendo profondamente cattolica, ha però molte ascendenze pagane. I riti popolari ancora oggi in uso in diversi Centri dell’Isola e nei loro capoluoghi, lo testimoniano. In molti paesi vengono allestiti “Altari di San Giuseppi” davanti ai quali si svolgevano, dal 10 marzo al 19, sentite Novene. Diverse da quelle natalizie perché raramente accompagnate  dal canto. “ ‘I Taulati di San Giuseppi”, è un altro rituale dall’alto valore simbolico  che richiede giorni di preparazione.  Sono strutture  in legno o in ferro, a gradini, coperti da lenzuola  bianche finemente ricamate dove adagiare forme di pane, piatti e canestri con pietanze tipiche da offrire ai poveri. Si fa per devozione e per consuetudine. Il pane rappresenta la nutrizione del corpo e dell’anima. L’usanza di dare forma ai pani, è antichissima. Pani antropomorfi esistevano già al tempo dei romani. Sono considerati votivi perché plasmati secondo precise sagome simboliche: Croci, Ostensori, colombe, palme, agnelli, ecc. La gastronomia è ricchissima di tradizionali pietanze da condividere con i poveri. A Palermo è nota la pasta con le sarde; a Catania, invece, c’è  ‘u Maccu: purè di fave dal tipico colore verdastro. Ormai sono in pochi a prepararlo. Gustato caldo, è una vera delizia. Ma, una volta raffreddato, puo’ essere fritto e tagliato a filetti. Nelle enormi tavolate di un tempo,  trovava posto “ ‘a pasta mmiscata”, ovvero rimasugli di pasta alimentare di diverso tipo, bollita nelle grandi “quarare”(pentoloni) insieme al cavolfiore. 

 Pubblicato su La Sicilia del 17.03.'19