PSICOLOGIA CLINICA: "L'aggressività".

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Per aggressione oggi s’intende una larga scala di comportamenti aggressivi di carattere sociale, espressi con l’attività o la passività, a livello verbale o motorio, consciamente o inconsciamente intenzionali, riferiti alla propria persona, agli altri o ad animali e cose.  Freud sostiene che “la meta di tutto ciò che è vivo è la morte”. Secondo lui l’istinto di morte è una pulsione che lavora nascosta, quando poi viene deviata all’esterno, attraverso il sistema muscolare, si manifesta nella forma di atti aggressivi. Secondo Lorenz, invece, è la frustrazione vissuta dall’uomo ad attivare e scatenare l’aggressione. Mentre nel regno animale essa è indispensabile, in quanto rappresenta la lotta per l’esistenza e per il territorio, nell’uomo tale pulsione rappresenta un grande pericolo: dalla possibilità di dominare questa pulsione dipende, infatti, la sopravvivenza dell’umanità.

Per la psicoanalisi l’aggressività nei bambini subisce un’evoluzione: dal soddisfacimento iniziale del piacere di mordere e succhiare all’identificazione-opposizione-imitazione del genitore dello stesso sesso (intensamente odiato) per la conquista del genitore del sesso opposto, durante la fase edipica.

Non meno importante è il periodo dell’ostinazione, che si verifica dai tre ai sei anni.

L’ostinazione spazia da forme passive, quali il rabbioso silenzio a delle domande poste o l’immobilità a un ordine, a forme attive, quali urlare, scalciare, mordere, ecc. Gli psicologi dell’età evolutiva vedono nell’ostinazione una necessità psichica che consente di trovare il proprio IO, di articolare la propria volontà nei confronti delle altre persone e sviluppare il senso della propria potenza e autostima.

Ciò che è opportuno fare durante questa fase è andare “incontro al bambino” e facilitargli la ripresa del contatto consueto dopo l’attacco di ostinazione. Durante l’età prescolare il comportamento diventa più aggressivo man mano che il bambino cresce, per poi diminuire di nuovo e lasciare spazio a un’aggressività non più di tipo fisico  ma verbale.

Anche l’educatore può, però mettere in atto comportamenti aggressivi, celati sotto il nome di punizioni. I genitori che picchiano i loro figli sono stati essi stessi educati con il “bastone”e considerano, erroneamente, questo metodo legittimo e necessario.

La sofferenza fisica provata o minacciata non educa il bambino, lo ammaestra. La punizione corporale si fonda sull’ostilità, sulla lotta per il potere, suscita sentimenti di odio che distruggono la fiducia. L’idea conduttrice deve, invece, essere l’ubbidienza spontanea, nettamente distinta dall’ubbidienza apparente o per paura.

Il conflitto deve essere risolto in modo produttivo, con soluzioni originali.

Cambiando dunque le conseguenze di un comportamento aggressivo, dovrebbe mutarne anche la sua frequenza.