LA PEDAGOGIA CLINICA E I DSA: "La Disgrafia"

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L’apprendimento è un processo necessario e indispensabile mediante il quale le potenzialità della persona si definiscono progressivamente in nuove capacità a risolvere problemi e a trovare soluzioni appropriate a nuove situazioni. L’apprendimento dipende dalle facoltà di percezione, immaginazione, attenzione, associazione, memoria, organizzazione motoria, espressione verbale ed equilibrio affettivo. Presuppone, inoltre, da parte del soggetto, ambizione, motivazione, una buona coscienza e stima di sé, nonché curiosità e sete di conoscenza ed esplorazione. Di contro, le abilità e le disponibilità ad apprendere possono essere frenate e inibite da numerosi fattori, ad esempio dalle dispercezioni, dai disordini nella lateralità e nello schema corporeo, dalle difficoltà di equilibrio, coordinazione o dalla mancata organizzazione e strutturazione dello spazio, ma anche da tutte quelle mortificazioni associate a diversi meccanismi di regolazione psichica: ansia, tristezza, frustrazione, bassa autostima, ecc.

La disgrafia è uno dei disturbi di apprendimento (DSA) che un soggetto in età scolare può presentare. Purtroppo ancora oggi si fa confusione su chi sia il vero disgrafico e su cosa sia la disgrafia stessa. Molti insegnanti abusano del termine, altri, invece, ne sottovalutano il fenomeno definendo un soggetto realmente disgrafico come un soggetto disordinato, disattento, svogliato, cialtrone, dimenticando che l’alunno, invece, ha delle reali difficoltà nel portare a compimento una specifica attività segnico-grafica.

Il soggetto disgrafico, infatti, è un soggetto che ha difficoltà nella produzione segnica. Tale difficoltà la esprime in ogni occasione del lasciare traccia: quando scrive, ma anche quando incide o disegna. La mano che traccia è un corpo mediatore fra l’ambiente esterno e il sé, è il focus dei disturbi funzionali con cui le difficoltà si esprimono. Il disgrafico è una persona che va conosciuta e non emarginata o peggio ancora ritenuta soggetto con deficitarie abilità intellettive, spesso anzi si tratta di soggetti con un Quoziente Intellettivo superiore alla media. Quindi una persona senza particolari patologie può scrivere male per il semplice fatto che non ha acquisito tutti gli aspetti in conoscenza e in esperienza di sé. Il disgrafico va dunque aiutato e non condannato a una vita di incomprensioni. Le sue insufficienze e inadeguatezze ad apprendere possono essere numerose e associate tra loro, per tale motivo bisogna sempre rivolgersi alla globalità della persona, evitando interventi settoriali.

La Pedagogia Clinica ha fatto proprio questo principio, essa infatti fa fronte alle disarmonie segnico-grafiche intervenendo sulla “persona”, considerandola un meraviglioso intreccio di mente, corpo, sentimenti, emozioni, interessi, attitudini. Non interviene solo sul sintomo, ma offrendo ai soggetti l’opportunità di godere di stimoli ricchi e vari, di soddisfare i bisogni di esplorazione e curiosità, di vivere e “viversi”, assicura occasioni di successo e reazioni alla frustrazione vissuta. E allora ciò che prima era difficoltà, si scioglie liberando il gesto e la traccia che ne consegue.

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