GIACOMO DI BARTOLO

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 “E cu parra Bartulu? Un’espressione che abbiamo sentito pronunziare chissà quante volte anche se il vero significato si sconosce. Si usa quando qualcuno, a fronte di un invito o di una richiesta ricevuta, fa finta di non capire. Per dirla alla catanese: “Quannu ‘ri dd’aricchia non ci senti e fa lo gnorri”. Eppure il personaggio che lo ha ispirato, Giacomo Di Bartolo( Catania 1797-1863), non era uomo di poco conto; anzi era “ ‘Ntisu”, ovvero molto conosciuto e rispettato a Catania. Era un uomo capace di farsi ascoltare e ubbidire. Una figura leggendaria rimasta purtroppo nota più per questo celebre aforisma che per i reali benefici politici apportati alla città. Basti pensare ai servigi prestati ai suoi concittadini durante il terribile colera scoppiato nel 1837. Ebbe le idee chiare e fu per tutti esempio di rettitudine e onestà. “Chi lotta per una giusta causa”-diceva- “deve potere manifestare per affermare le proprie ragioni”. Il Di Bartolo fu tanto amante delle libertà quanto spietato nemico di ogni disordine. Propose perfino la pena di morte per gli agitatori sociali e gli anarchici dediti a fomentare rivolte senza una vera e propria ragione, senza un preciso nobile obiettivo. Il suo grande amore per la Patria, il fascino che esercitò sulla folla, furono doti straordinarie. Il detto che conosciamo, avrebbe potuto avere tutt’altro significato; sarà stato “ribaltato” forse per quello spirito di contraddizione “patrimonio” genetico dei catanesi. Giacomo Di Bartolo fu patriota prima, e amministratore pubblico dopo. Nel periodo dell’Unità d’Italia ricoprì il ruolo di responsabile dell’annona. Questa carica equivale all’odierno assessorato alle attività produttive. Si distinse per la sua abilità oratoria, riuscendo a mettere d’accordo anche i più acerrimi contendenti. Ebbe un ruolo importante nella storia risorgimentale di Catania. Perfino l’austero principe Carlo Filangieri di Sartriano, generale borbonico che nel 1849 comandò le truppe responsabili degli orrendi massacri compiuti per la riconquista della città, ebbe per lui parole di elogio. All’arrivo di Garibaldi in Sicilia, nel 1860, mentre i Borboni battevano in ritirata, il generale Clary in persona affidò al Di Bartolo le sorti della città. A parlarne furono i cronisti di allora: Antonino Cristadoro( cronista ante-litteram) in primis. Successivamente si occuparono di lui storici, giornalisti e studiosi del calibro di Vincenzo Finocchiaro Speciale, Saverio Fiducia, Guglielmo Policastro, Francesco Granata e Domenico Magrì. Ciascuno di loro riferì testimonianze apprese dalla viva voce di quanti lo conobbero personalmente. La sua virtù più importante fu la speciale capacità di tenere a freno i rivoltosi nei momenti di maggiore tensione. Lui, grande e grosso com’era, occhi fiammanti e una folta barba che gli copriva quasi totalmente il volto, incuteva paura. Con il suo temperamento sanguigno, arringava la folla ottenendo d’imperio l’immediata obbedienza. Non era uomo di studi ma si era formato “sulla strada”. Di idee liberali, mise al centro della propria vita la sua grande passione per la politica. Soldato al comando di Ferdinando I di Borbone, fu nel 1820 assegnato all’arma della Cavalleria. A Le sue avventure militari furono rocambolesche; rischiò più volte la fucilazione. Combattè in Francia, Spagna, Inghilterra e nell’America del nord. Diventò molto ricco grazie al cospicuo lascito di una nobildonna. Rientrato a Catania, donò a Sant’Agata una preziosissima perla scaturita proprio dall’eredita ricevuta. Alla sua morte, a Catania fu lutto cittadino. A Ricordarlo, la commedia “Bartulu”, Tre atti di Saverio Fiducia; una via del centro storico catanese; un dipinto del pittore Giuseppe Gandolfo(museo civico del Castello Ursino)e un busto marmoreo al viale degli uomini illustri della villa Bellini, pregiata opera dello scultore Francesco Licata, morto all’età di trentotto anni mentre restaurava la statua della dea Cerere(‘A Tapallira do’ buggu!).

Nella foto, Giacomo Di Bartolo

Pubblicato su La Sicilia del 5.9.'21

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