L'amore è un'altalena

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Lungo il viale alberato Marcello camminava con passo sostenuto. Le foglie, macchiate qua e là dei colori autunnali, gli vorticavano intorno alle caviglie. Le mani sudate, nonostante l’aria gelida, si muovevano asincrone dentro le tasche del paletot. Una, in particolare, stringeva una piccola scatola blu. Prendere quella decisione gli era costata una notte insonne, in preda ad altalenanti rinunce e convincimenti. Alle sette in punto, dopo un caffè bollente, la decisione era arrivata e con essa l’impazienza di comunicarla.

Due isolati separavano la propria abitazione da quella di Grazia, ma quei pochi passi gli sembrarono infiniti, come gli spazi che sentiva il bisogno di colmare. Il cielo grigio, presagio di burrasca, lo scortò fino al cancello di casa Alessi. Un odore di brioche e caffélatte proveniva da un bar lì vicino. Valutò l’ipotesi di offrirle la colazione prima di dichiararle il suo amore ma, sconquassato dall’emozione, sentiva le viscere contorcersi e dilatarsi in una danza caraibica, pertanto rinunciò all’idea.

Davanti al cancello fissò il citofono. L’indice si rifiutava di pigiarne il pulsante: forse non era pronto? Dalla vita si era fatto sorprendere spesso impreparato e i suoi fallimenti in amore erano stati tutti figli dell’incostanza, delle fughe ai primi ostacoli, della pigrizia nell’investire se stesso nelle relazioni. Il cancello automatico scattò all’improvviso. Ad attraversarlo una macchina con a bordo una donna che accompagnava i figli a scuola. Inspirò deciso e trovò la forza di dire sì a quell’occasione. Pigiò e, alla voce metallica di una signora, rispose di essere venuto a prendere il libro che aveva prestato a Grazia: non riuscì a trovare una scusa migliore. Dopo un breve silenzio fu invitato a salire. Attese in salotto. Non riuscendo a stare seduto, gironzolò per la stanza scrutandone i particolari. Era ben pulita, ordinata e un vago odore di viole gli si incollò alle narici. Lo riconobbe subito: lo stesso che le aveva sentito addosso una domenica mattina durante una riunione tra amici. In quell’occasione un’inspiegabile attrazione aveva spinto l’uno verso l’altra senza troppi nascondimenti. Un acquazzone improvviso aveva costretto tutti a ritirarsi dentro casa in una corsa maldestra e claudicante. Loro due, sorpresi mentre esploravano il parco antistante la casa, avevano trovato riparo in un capanno. Lì dentro attrezzi da lavoro, forconi, tagliaerba e legna da ardere occupavano gran parte dello spazio. La pioggia intanto batteva sulla tettoia producendo un rumore assordante. Un’altalena a due posti, con le catene arrugginite e alquanto instabile, era stata il solo posto dove si erano potuti sedere, l’uno accanto all’altra. Avevano parlato per un pò, rigidi nella postura, attenti a non muoversi troppo, subito dopo un sottile imbarazzo si era insinuato nei loro discorsi ed era piombato il silenzio. Ogni tanto, incrociando gli sguardi, si erano scambiati un sorriso. Marcello poi si era fatto più vicino e aveva respirato appena sopra la spalla di lei. E proprio in quel momento  quell’odore di viola gli si era tatuato nella memoria olfattiva. Grazia si era girata di scatto e lo aveva guardato con aria stralunata. Lui si era allontanato ma lei presto gli aveva afferrato una mano e senza dire niente, perché non c’era niente da dire, la distanza fra i loro volti si era accorciata visibilmente. Lui le aveva sfiorato le labbra, testando la sua volontà a proseguire. Allora le bocche non erano più bastate e un gioco di mani aveva preso il sopravvento, ridestando brividi da tempo dimenticati. Le voci improvvise degli amici li avevano costretti però a rientrare ognuno nel proprio ruolo. Grazia aveva ravvivato i capelli e riabbottonato la camicetta, dove prima le mani di lui si erano abilmente infilate. Marcello era rimasto seduto e la guardava, innamorandosi già. Lei era uscita da lì dentro con fare che assomigliava tanto a una fuga, lasciandolo in compagnia del cigolio delle catene arrugginite.

Quell’odore di viole adesso Marcello lo avvertiva a pochi passi da lui: Grazia lo guardava con sospetto.

– Perdona l’intrusione – disse titubante, allontanandosi dai ricordi – sono venuto a riprendere il libro che ti ho prestato. – Continuò con un tono che smascherava la bugia elaborata pochi minuti prima.

– Alle otto del mattino? – Domandò lei sapendo di metterlo in difficoltà. Voleva punirlo per quella improvvisata, lei non amava i colpi di testa. – Questo libro deve starti particolarmente a cuore, ma sai che non ricordo però di avertene mai chiesto uno?

Marcello inghiottì il suo stesso silenzio. Guardò Grazia e la signora accanto, la quale lo osservava con aria interrogativa ma non ostile.

– Conosci mia figlia Michela? – Gli chiese Grazia a bruciapelo.

Marcello annuì con cortesia, com’erano soliti fare gli uomini della sua età. Aveva sentito parlare spesso di sua figlia, un avvocato affermato, nonostante un marito esigente e due figli in età adolescenziale.

– Bene, io vado a lavoro, vi lascio soli. E mi raccomando fate i bravi! – Esclamò Michela tradendo  nella voce un pizzico di malizia. Di nuovo soli. Lui cercò i suoi occhi, ma lei gli diede le spalle e si avviò in cucina.

– Lo vuoi un caffè? – Disse a voce alta sapendo che per educazione sarebbe rimasto in salotto.

– Sì, sì, certo. – Rispose in fretta Marcello, stringendo dentro la tasca il pacchetto ormai sgualcito.

– Te lo porto lì o mi raggiungi in cucina?

– Arrivo, se vuoi, arrivo.

Marcello entrò, guardò quella donna fintamente enigmatica, sapeva che dietro la sua ironia si nascondeva una grande fragilità e che il suo distacco era solo apparente. Le si fece più vicino. Grazia indietreggiò, ma poi rimase ritta in attesa della prossima mossa, che non tardò ad arrivare. Marcello le tolse le due tazzine dalle mani e le adagiò sul tavolo, tirò fuori dalla tasca il pacchetto ormai umidiccio. Grazia rimase immobile. Dopo averlo guardato, lo afferrò e lo aprì scettica, tradendo nel tremolio delle dita una certa agitazione: un anello. Uno di quelli importanti, uno di quelli adatti a sigillare un amore, anche se nato un po’ per caso all’età di sessant’anni. Un anello che lei però poggiò piano sul tavolo.

– L’amore è come un’altalena, viene e va. Tu e io lo sappiamo bene. Bisogna solo riconoscerlo e provare ad afferrarlo quand’è vicino. Potrebbe scivolare via, è un rischio, certo, ma se ne vale la pena perché non provare a trattenerlo? – pronunciò Marcello con voce rauca.

– Forse perché fa paura? Forse perché l’altalena provoca vertigini e prima o poi si rischia di cadere?

– Forse.

– Sì, forse. – Disse lei dandogli ancora una volta le spalle, e pensando a quante storie sbagliate e a quanto male si era fatta nell’ultima caduta.

La burrasca nel frattempo era arrivata. Adesso la pioggia batteva sui vetri della cucina, Grazia ne guardava morire le gocce che trasformate in rivoli sapevano di lacrime. Marcello sfilò il paletot, scostò una sedia e si accomodò.

– Allora? Lo prendiamo questo caffè?

Grazia si girò e lo guardò sorpresa. Anziché la sua voce si aspettava lo sbattere della porta d’ingresso. Quell’uomo era ancora lì, caparbio, più ostinato della sua stessa solitudine. Aveva persino fatto sparire l’anello, intuendo che non era ancora il momento, ma che presto (forse) lo sarebbe stato. Allora scostò una sedia e si sedette anche lei.

– Certo che lo prendiamo. Lo preferisci con o senza zucchero?

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