RECENSIONE: FALO' di Melania Sciabò Vinci

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La poesia, quando è vera poesia, può essere espressa con qualsiasi forma di linguaggio. L’importante è che essa riesca a emozionare chi l’ascolta. Melania Sciabò Vinci autrice della silloge “Falò” (ed. Associazione culturale Radiusu), sembra essersi ispirata proprio a tale principio. Si tratta della sua prima pubblicazione.  La Sciabò deve il proprio accostamento alla poesia al marito Vito Vinci, raffinato dicitore (non vedente ma dalla prodigiosa memoria) e assiduo frequentatore di circoli culturali catanesi. “Sarò, sarai,saremo/anime appollaiate/ sulla gobba della notte/ vive e confortate dal silenzio”( Noi due)scrive in una poesia dedicata al coniuge scomparso pochi anni fa. “Falò”, non è che un esile volumetto dall’architettura semplice e senza eccessive pretese stilistiche; incisivo però quanto basta per rendere l’idea dell’intenso travaglio interiore che nell’autrice sviluppa un forte desiderio catartico. “Dentro vi è la fresca semplicità, l’intensità e la bellezza della giovinezza mista alla pensosa nostalgia del tempo che fugge, accompagnata dolorosamente dal chiudersi della vita” nota Alfio Patti nella sua ben articolata prefazione. Nel suo significato apotropaico il fuoco consuma e purifica, ma qui assume anche un altro significato: la passione ardente per la lingua italiana e soprattutto per quella Siciliana dove tutte le emozioni della Sciabò sembrano affiorare più intense e nitide che mai.“Si di tia vulissi parrari/non facissi vantu/sonu di tammuru/di la to nobili simenza/e mancu di la mpunenti fiura/chisti sunnu ricchizzi vacanti/vamparigghi ca dannu granni luci/ma d’iddi sulu cinniri ricogghi.(Si di tia).