SANT'AGATA NELLA LETTERATURA: "Il Quinziano" di Antonio Aniante

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 LA Fede dei catanesi per Sant’Agata, è indiscutibile. Un manipolo di incivili esibizionisti non basta di certo a macchiare una festa che non va elogiata solo per il semplice fatto di essere patrimonio antropologico dell’Unesco, ma per la potente immagine di spiritualità che la figura di Sant’Agata è capace di irradiare nel mondo. Essi, gli incivili esibizionisti, appunto, non si rendono conto che il loro agire è da considerare doppiamente censurabile: per l’offesa arrecata alla Santa e per il danno arrecato all’immagine della città. Senza contare lo sdegno provato dalla stragrande maggioranza dei catanesi allorquando è costretta a rinunciare a partecipare alla festa per non assistere dal vivo a certe “performance” di questi pseudo devoti. Nel tentativo di assimilare tale condotta a certi episodi deprecabili accaduti nel tempo, mi imbatto in quello che nel giugno del 1923 costituì a Catania un vero e proprio caso letterario:  “Il Quinziano”.

Si trattò di un dramma sacro(?) in cinque atti. Un vero e proprio dramma, ma per gli spettatori che accorsero numerosi (circa tremila) alla rappresentazione che narrava la vita della Vergine e Martire Agata.  L’autore era, allora, un giovane sconosciuto ventitreenne:  Antonio Rapisarda (Viagrande 1900-Sanremo 1983), meglio noto con lo pseudonimo di Aniante (nella foto).  L’impresario intravide del talento in questo giovane che in seguito avrebbe scalato le vette letterarie europee, perciò gli mise a disposizione l’anfiteatro Gangi e una compagnia di guitti con una discreta esperienza recitativa.  La trama non fu però quella che il pubblico si attendeva. Agata, anziché essere la giovane nobildonna che per amore di Dio rifiuta le profferte del Pretore romano, qui appare una piccola borghese, dedita alla tessitura, col suo bravo fidanzatino che alla fine ucciderà il tiranno ormai abbandonato da tutti. A completare il quadro già fosco del racconto, fu l’attrice che impersonò Agata. Il pubblico la riconobbe subito: si trattava della volubile e formosissima figlia del lampionaio del porto. Si pavoneggiava sconnessa tra veli e sofà. La gente che affollava in ogni ordine e grado il teatro, sin dal primo atto cominciò a masticare amaro. Aspettò impaziente un segnale per lanciarsi. E questo segnale arrivò dalla bocca da un ragazzetto che, senza aspettare la fine, ne mollò una… di quelle sonore. Volò di tutto. Racconterà anni dopo Aniante nelle sue memorie: “Il cassiere dell’anfiteatro ne approfittò per sparire con l’incasso, mentre io sfuggii al linciaggio per puro miracolo”.

 

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