LA FESTA DI SANT'ALFIO A TRECASTAGNI: "C'era una volta..."

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Anche se a essere festeggiati sono i tre fratelli martiri Alfio, Cirino e Filadelfo, il 10 maggio è per tutti: “ ‘A festa di Sant’Affiu”.  Le origini di questa festa che attira ogni anno una moltitudine di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, si perdono nella notte dei tempi.  Anche se motivi di ordine pubblico e le mutate condizioni sociali nel frattempo sopravvenute hanno recentemente  indotto le autorità a “tirare le redini”, l’evento continua ancora a mantenere in parte quella popolarità che gli deriva dal fascino della tradizione.  A dominare la scena sono ancora oggi  i colori sgargianti delle bardature dei cavalli che trainano i tipici carretti; l’odore dell'aglio “ ‘ca trizza” che invadono il mercatino ricco di immagini sacre e tammore istoriate; gli artistici ex voto che testimoniano i miracoli, senza contare le grida dei devoti che  squarciano il silenzio della notte mentre carichi di grossi ceri, a piedi scalzi corrono trafelati dopo lungo tragitto fino al Santuario. Un po’ meno i poderosi bracieri attorno ai quali, tra una “canalata di vino” e l’altra, una volta si consumava il gustoso rito dell’arrusti e mangia. In tutti i quartieri di Trecastagni dove c’erano “putie”(bettole), era così. “Cu non vivi  ‘ncumpagnia, o è latru o è spia”, oppure: “U mangiari senza viviri è comu ‘u truniari senza chioviri”.

Questa tiritera la ripetevano ossessivamente i commensali mentre si accingevano a gustare più di una succulenta “fedda di canni ‘i cavannu menza cotta e menza crura” imbottita nella “vastedda” di pani di casa appena sfornato.  Dopo una mangiata così, la sonnecchiosa “Calata de ‘mbriachi” era la naturale conseguenza. Arrivava prima del tramonto, allorquando un po’ malconci i fedeli riprendevano la via del ritorno. Si erano lasciati dietro i suggestivi riti notturni del pellegrinaggio verso Trecastagni, l’esaltante corsa dei cavalli lungo i ripidi tornanti da  “‘N chianata de sapunara”, e la deliziosa “baldoria” musicale sopra i carretti istoriati. (Nella foto, un carretto siciliano del 1932). Uomini e cose passano, ma, soprattutto negli strati popolari, le gesta rimangono. Sono gesta istintive a conferma della genuinità dei protagonisti. Il carrettiere, questa “mitica” figura d’uomo la cui abilità era possibile misurare da “Scattiata da’ zotta” (dallo schioccare della frusta), è ormai una razza irrimediabilmente estinta. “Puddu Quararuni” do’ Futtinu,  Vicenzu da Cucchiara e “ ‘u bacchittaru”, tanto per citare alcuni tra i più noti carrettieri dell’epoca, hanno scritto pagine memorabili rimaste impresse non sui libri ma nella memoria del popolo. La letteratura, dalla “Cavalleria rusticana” e fino alla poesia dialettale estemporanea concepita sopra il carretto dalla fertile fantasia dei poeti illetterati, ne rende ampia testimonianza.  I carrettieri a “Sant’Affiu” erano i veri alfieri: gareggiavano mettendo le ali ai loro cavalli e alla loro fantasia. “Sugnu ‘ n-cavaddu chiamatu gallettu/ e cu li pari mei iù m’allottu,/ picchì lu cori ca mi batti ‘n-pettu/ mi duna forza e vittoria portu.  Gli fa eco il contendente: “Parra Ninu aliva da Barrera/ aiu n’cavaddu ca fa serra serra/ senza la mazza e senza cimitarra/ sugnu certu ca vinciu la verra”.