ANNIVERSARI: SETTANT'ANNI FA, L'INCENDIO CHE DISTRUSSE PALAZZO DEGLI ELEFANTI

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Settant’anni fa, il 14 dicembre del 1944, un gruppo di giovani rivoltosi fece irruzione all’interno del Settecentesco Palazzo Municipale incendiandolo. Protestavano per un possibile nuovo richiamo alle armi. Erano giovani appartenenti a schieramenti politici diversi,trasversali. Ex Fascisti, comunisti, anarchici e indipendentisti stufi di andare a morire su un fronte di guerra confuso e ormai privo di qualsiasi riferimento ideologico. “Non si parte!!”, questo fu il loro motto. A Catania, l’incendio al Municipio significò la catastrofe della memoria storica, l’oltraggio e il vilipendio nei confronti di un popolo,quello catanese, che aveva scritto pagine importanti nella vita del Paese. L’evento

venne subito accostato alle grandi catastrofi che la storia ricorda: Eruzione del 1669, Terremoto del 1693 su tutti. Questa volta a farne le spese non furono(fortunatamente) vite umane ma oggetti, rari documenti, suppellettili, libri, arredi e opere d’arte custoditi nell’archivio storico allocato in una delle tante sale dell’edificio. In precedenza, nell’assalto al distretto militare che allora si trovava in Piazza San Domenico, c’era però scappato il morto. Il giovane sarto Antonino Spampinato colpito alla nuca quasi certamente da “fuoco amico”, stramazzò al suolo rimanendo ucciso sul colpo. L’episodio contribuì ad esasperare gli animi, tant’è che gli assalti proseguirono rabbiosi nei giorni successivi. Non vennero risparmiati la sede dell’Associazione combattenti, dove fu asportato e fatto a brandelli il Tricolore; Il Palazzo del Banco di Sicilia in v. Vittorio Emanuele; Il Palazzo di Giustizia allora ubicato a Palazzo Tezzano; I locali dell’agenzia delle imposte, in Via Ventimiglia. Si salvò miracolosamente il Palazzo delle poste di V.Etnea, e questo grazie all’allora responsabile provinciale Comm. Francesco Spina che riusci’ a convincere i facinorosi a desistere dal proposito di appiccare il fuoco. Andò male, invece, all’allora sindaco Carlo Ardizzone. Il primo cittadino e il capo dei vigili urbani, al primo accenno di sommossa non esitarono a lasciare il Municipio in Balìa dei rivoltosi. In poco tempo l’intero edificio venne avvolto dalle fiamme. Nell’immane rogo andò distrutto un vero e proprio tesoro. A parte le preziose tele dei pittori Giuseppe Sciuti e Michele Rapisarda, ne fecero le spese i preziosi volumi degli atti dei giurati i cui tomi andavano dal Sec.XV al 1817; Ricordi del periodo Giacobino-carbonaro e della rivoluzione catanese del 1837; Documenti del 1848-1849; Documenti e cimeli dalla proclamazione del Regno d’Italia all’Unità nazionale; Documenti Dalla Grande Guerra alla fondazione dell’Impero; Ricordi e trofei delle guerre italiane in Etiopia. Inoltre, andarono perduti il cannone di Peppa la cannoniera e  la Medaglia D’oro della quale la città era stata insignita. L’edificio venne lasciato bruciare per tutto il pomeriggio fino a quando i Vigili del fuoco non decisero di intervenire dalla vicina V. Landolina dove si trovava la caserma. Si dovettero attendere ben otto anni prima di vedere completata la ricostruzione. Per il finanziamento si fece ricorso a una procedura che somigliava molto a un espediente.  I rappresentanti catanesi, Prefetto e Autorità locali, ottennero dal Ministero dei lavori pubblici e dal provveditorato alle opere pubbliche di Palermo che quei danni fossero, con una forzatura storica, riconosciuti come danni di guerra.(Enciclopedia di Catania). Fu l’allora Sindaco Domenico Magrì il 14 dicembre del 1952 a entrare per primo all’interno del Palazzo finalmente restaurato.

Pubblicato su "La Sicilia" del 15.12.'14

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