CATANIA ROMANTICA: "ANTICHI ALBERI CHE SCOMPAIONO"

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Avere oltre 150  anni e non dimostrarli. E’ il caso del Platano posto alla confluenza tra le vie Dusmet e Porticello, meglio conosciuto dai catanesi  come “L’avvulu rossu”. Di questa ultracentenaria pianta che intorno alla metà dello scorso secolo cominciò a mostrare evidenti segni di vecchiaia (era rimasta la sola corteccia spaccata in due e  sormontata da una sparuta chioma),  il Comune di Catania, per precauzione, dispose  con successo un provvidenziale accorgimento botanico di riconsolidamento. Accanto allo sperone del Palazzo arcivescovile dove ancora si trova, fu  luogo di duelli rusticani, incontri amorosi  e ritrovo di  malavitosi di ogni genere. I drammatici avvenimenti di questi giorni, che hanno visto numerosi alberi schiantarsi al suolo seminando panico e, purtroppo, anche morte, ci riportano alla memoria alcuni avvenimenti storici ad essi legati. Fotografi e celebri pittori hanno immortalato molti di loro nel contesto di un paesaggio, quello etneo, ampiamente suggestivo. L’avvulu rossu è tra i pochi scampati agli eventi calamitosi e all’azione dell’uomo; altri non hanno avuto la stessa sorte.  Quelli che la storia ricorda sono scomparsi, ma hanno lasciato pur sempre l’impronta della loro esistenza.  Il “Pino” che dalla seconda metà dell’800 fece bella mostra di sé in un terreno ubicato all’estrema periferia sud-ovest della città, è tra questi. Il toponimo dell’odierno quartiere “Pigno”, si deve alla sua presenza in quelle contrade. Si trovava in una proprietà privata e svettava così elevato da costituire per i viandanti un punto di sicuro orientamento. Negli anni ’50 venne tagliato alla base e il tronco utilizzato per costruire le attrezzature di un palmento. Germogliò una nuova pianta poi definitivamente distrutta dalla tromba d’aria che nel 1964 devastò la Piana di Catania. Rimasero solo le poderose radici. Dalla quercia abbattuta circa ottant’anni fa a Nord-est della  città, quasi al confine di San Gregorio, prese invece il nome la contrada “Cerza”. Venne sacrificata sull’altare delle nuove costruzioni che già in quelle amene contrade cominciavano a sorgere. Tra Ognina e Cannizzaro, si ergeva un enorme Carrubo al quale si deve l’attuale toponimo “Carruba”. Dopo oltre un secolo di vita, venne colpito da un fulmine e gravemente danneggiato. I giardinieri riuscirono a salvarlo. Dell’ulivo del S. Carcere fatto

impiantare nel  1929 dallo Storico Antonio Casagrande, oggi non rimane più nulla. Quando improvvisamente appassì, il Comune, per onorare una nota leggenda agatina, lo sostituì con quello attuale. Probabilmente saranno ancora tanti gli alberi secolari disseminati nel territorio, silenti testimoni di una città profondamente cambiata nel tempo sotto la loro chioma. E’ notizia di questi giorni la caduta di uno dei due platani che incorniciavano ‘a “Bbiviratura”: si è schiantato al suolo nel corso delle ultime violente precipitazioni. E che dire dei settecenteschi Cipressi di piazza S. Maria di Gesu’? Fecero parte di una nutrita schiera di similari alberi lentamente consumate dal tempo. Due rimasero superstiti fino a quando, intorno alla metà dell’800, nel corso di un violento temporale, un fulmine non li ridusse entrambi in cenere. Il poeta dialettale Giuseppe Borrello ( Catania 1820-1894) li ricordò nel celebre poema  ad essi dedicato.

Pubblicato su "La Sicilia" del 14.11.'14

Nella Foto, il "Mitico" "Avvulu Rossu" tra i simboli ancora rimasti della Catania che fu.

 

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