CATANIA: RITI DI SAN GIOVANNI

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La filosofia spicciola del popolo, nasce dall’esperienza più che dagli studi. L’empirismo è la sua Bibbia. Quanta verità! I progressi della scienza; secoli e secoli di emancipazione sociale non sono riusciti mai a smentire tutte quelle sentenze popolari che si sostanziano nei detti e proverbi. Volendo considerare le tante dominazioni che si sono avvicendate nel corso dei millenni, quelli siciliani assumono una valenza culturale ancora più ricca di significati. Gli studiosi di casa nostra: da Leonardo Vigo a Giuseppe Pitrè da Salvatore Salomone Marino a Serafino Amabile Guastella, per citarne solo alcuni, fecero davvero un buon lavoro. Utili e importanti le loro ricerche. Espressioni del tipo: “Mai diri di st’acqua non ni vivu”( mai dire mai) oppure “Semu tutti sutta stu celu”( viviamo tutti in questo mondo) sono principi sempre attuali; mai confutati. Chi lo doveva dire che nel Terzo Millennio si doveva ancora morire di pandemia? Debellati il colera, la peste e altre malattie che nei secoli scorsi erano risultati esiziali, ecco arrivare il terribile “Covid”. Verrà anch’esso sconfitto, ma è probabile che col tempo altri gravi virus entreranno in circolazione. Ed anche qui ci viene in soccorso il detto “Così nichi, problemi nichi; cosi rànni problemi rànni”. Come dire che con l’avanzare del progresso, benefici e problemi saranno proporzionali alla crescita. La scienza cammina a piccoli passi ma è inesorabile. Nel frattempo c’è chi ricorre alle alchimie e alle pratiche cabalistiche che spesso si rivelano infallibili. Ma allora è vero o non è vero che in taluni periodi dell’anno, la gente ricorre ai riti piuttosto che alla scienza? La risposta è quasi sempre la stessa: “Sa chi mi ponnu diri;…non sarà veru ma ci criju!”. Ci vuole fede anche per queste cose. Ci stiamo avvicinando alla notte di San Giovanni e, come sappiamo, questo è un evento dove la religione si incrocia con strane credenze magiche e riti propiziatori dal sapore pagano. Essa coincide con il solstizio d’estate che astronomicamente cade in realtà il 21 giugno. La giornata più lunga dell’anno, ma anche quella che dà l’avvio alla fase discendente. “Doppu San giuvanni, ‘i jùrnati accuzzunu”. Qui c’è, però, una spiegazione scientifica. In epoca precristiana, il giorno del solstizio era considerato sacro al pari del capodanno e perciò si usava trarre presagi. “Paese che vai, usanze che trovi”; pur nella diversificazione dei riti, il significato è lo stesso. La notte di San Giovanni, anche se molto è cambiato ai giorni nostri, conserva il fascino misterico di sempre. Anticamente era conosciuta come la “notte delle streghe”. Una credenza arcaica, in questa fase solstiziale dell’anno, racconta che le streghe usavano darsi convegno nella notte tra il 23 e 24 giugno attorno ad un antichissimo albero di noci. Da qui deriverebbero i presunti effetti terapeutici attribuiti a questo frutto. Ma c’è di più. Durante questa “notte magica”, per guarire i bimbi tormentati da “I trizzi ‘i rònna”,alle donne anziane era affidato il compito di recitare significativi passi del Vangelo di San Giovanni. Non si trattava di guarire una malattia, ma di invocare lo scioglimento “naturale” dei capelli che spiriti burloni, secondo una antica convinzione, si divertivano ad annodare nella testa dei bambini. Guai a toccarli o, peggio, tagliarli. Tra le usanze più comuni, vi sono ancora oggi i falò accesi in prossimità dei campi. Fiamme e fumo allontanerebbero per tutto l’anno ogni negatività, propiziando abbondanza del raccolto. La rugiada della notte, direttamente attinta dalle piante, possiederebbe poteri terapeutici per le pelle. Le donne effettuavano abbondanti di abluzioni in tutto il corpo. Così le erbe raccolte durante la notte; le erbe cosiddette di San Giovanni. L’Iperico, l’Artemisia, la Verbena, Ruta, Mentuccia e Rosmarino sono tra queste. San Giovanni, secondo un’altra tradizione popolare, usava favorire i fidanzamenti. Le ragazze nubili traevano “informazioni” sul futuro marito, dalla forma assunta dal piombo fuso versato in una bacinella o in un fiore bruciacchiato lasciato sul davanzale. Era di buon auspicio se quest’ultimo fosse rimasto ancora vegeto alle prime luci del giorno. A Catania è nota l’usanza di allacciare “ ‘u Sangiuvanni”, ovvero il comparato; il patto d’affetto, cioè, tra soggetti legati da amicizia stretta. Un tempo veniva suggellato dallo scambio di vasi di basilico( i rasti ) adornati da un nastrino rosso. La formula è: “Cumpari semu, cumpari arristamu; quannu veni la morti ni spartemu”. A volte “ I cumpari arrisùttunu megghiu de’ parenti”, anche se non sempre è così. Al pari del più famoso Padre nostro di San Giuliano, quello di San Giovanni è ugualmente efficace. “San Giuvanni decullatu,/ tri brizzi e tri ‘nnigati/ tutti novi v’àti uniri,/ e tantu lu prijati e lu strinciti/ ch’a mia di sti peni mi Livati./ Porta battiri/ campana sunari/ friscu friscari,/ cani baiari./ Tandu mi partu di Vui, Signuri/ quandu sentu battituri./ Seguitano preghiere. Si recita la notte, in luoghi solitari per così conoscere, ascoltando i rumori d’ambiente, qualcosa che si desidera.

 

Nella foto, il Simulacro seicentesco di San Giovanni.

Pubblicato su La Sicilia del 20.06.2021