MONUMENTI CATANESI "ITINERANTI"

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Giova ricordare la nota canzone “Fatti più in là” per narrare vicende riguardati chiese e monumenti per così dire…”Itineranti”. Al netto delle calamità pubbliche dovute ai terremoti, alle colate laviche e quant’altro, la mano dell’uomo ha avuto un ruolo rilevante. Chiese, palazzi, edicole e statue comprese, subirono indistintamente lo stesso trattamento. Per fare posto alle opere di pubblica utilità non previste prima: o vennero definitivamente cancellate oppure spostate altrove. A questo, aggiungiamo i pregiudizi. Catania, come tutte le città in via di espansione, nei secoli è stata dotata di piani regolatori che però non vennero pienamente attuati né rispettati. Da qui il problema. Quando i nodi venivano al pettine, si correva ai ripari e… “ Amara a cu ci ‘ncagghiava!” Il ventaglio delle soluzioni si apriva, soffiando nelle più disparate direzioni. Le chiese esistenti nelle aree marinare, furono quelle che in passato subirono di più. E’ il caso della modesta chiesetta di Sant’Euplio, a Ognina, abbattuta per fare posto al cavalcavia del lungomare. Quest’opera risalente ai primi anni ’60 dello scorso secolo, ha avuto un impatto ambientale devastante. Al Santo Diacono sarebbe stato intitolata anni dopo, una nuova parrocchia nella zona opposta a quella di prima. La stessa sorte toccò alla chiesa del “Salvatorello”. Fonti iconografiche la mostrano misteriosa e austera su un promontorio a picco sul mare. Il Verga vi ambientò perfino una novella: “La festa dei morti”. In epoca post-risorgimentale venne demolita per la costruzione del porto e della ferrovia. Di essa non rimase nulla; solo una cappelletta edificata simbolicamente anni dopo. Si trova in via Dusmet, confusa tra gli esercizi commerciali della zona portuale. Secondo la tradizione, ospiterebbe il cinquecentesco busto ligneo del Redentore. Per fare posto al parterre della stazione( ‘u passiaturi), invece, venne demolita la prima chiesa do “Signuri Asciatu”( Il Signore ritrovato) risalente alla fine del ‘700. Edificata sulle sciare dell’Armisi, nel luogo del ritrovamento del prezioso S.S. Sacramento trafugato giorni prima dalla chiesa San Francesco da Borgia, questo luogo di culto venne riedificato circa 200 metri più a nord: sulla via VI Aprile dove ancora oggi si trova. “I cosi jànu ‘i peri”, sostennero molti catanesi; e non hanno tutti i torti. Quando per fare posto alla statua di Garibaldi venne abbattuta la famosa artistica “Edicola Pettinato” tra le vie Etnea e Caronda, vi fu una mezza rivoluzione a Catania. Quella, oltre a essere una edicola molto fornita, era un luogo di ritrovo popolarissimo. Frequentata da nobili e popolani, senza distinzione alcuna. Come contropartita, al proprietario venne offerta una bottega in Via Umberto, più un congruo gruzzoletto di denaro. E un un poeta dialettale catanese sentenziò: “(…)Ci dìssiru: te cca’, mi s’arrizzetta;…e ci muddànu ‘mmanu ‘na mazzetta”. Ma non fu più la stessa cosa. Chiuse i battenti in pochissimo tempo. Tutta colpa di quella “maledetta” statua: “Giustu, giustu cca jivu a cascari??!!” La rabbia fu totale; influirono pure motivi politici. Il monumento stette “sullo stomaco” alla stragrande maggioranza dei cittadini. “Troppo grande e grosso”, si disse. Massiccio il basamento, ingombrante la scultura. La ribattezzarono “ ‘a statula panzuta”. La città di Motevideo che l’aveva commissionata, la respinse per scarso gradimento. Lo scultore Ettore Ferrari( Roma 1845-1931) ci rimase male. L’allora sindaco Giuseppe Pizzarelli, suo amico personale e fratello Massone, volle economicamente sostenerlo acquistando l’opera. Il costo non si seppe mai. Dopo essere stata custodita per anni dentro un deposito comunale, qualcuno pensò di sgomberare la statua anche da lì. Si studiò dove collocarla. Alla fine la scelta ricadde su piazza Cutelli. Non fu una felice idea. Per situarla in questo luogo, bisognava prima abbattere l’artistica colonna dorica preesistente. I civitoti erano molto affezionati a questo monumento. Appena cominciati i lavori di rimozione, un agguerrito gruppo di facinorosi li bloccò. La vicenda della Dea Pallade, fu un caso a parte. “ ‘A Tapallira”, così venne dispregiativamente denominata dai catanesi quest’opera dello scultore palermitano Giuseppe Orlando. Originariamente si trovava a piazza Università. Le critiche cominciarono sin da subito. Non piacque soprattutto alle donne. Questa “Dea” sembrava “ancheggiare” troppo. Le sue movenze giudicate provocatorie, vennero considerate indecenti. Eppoi… a due passi dal Duomo, la casa di Sant’agata…”Ma unni semu arrivati!” Appena il Clero fece la sentire la propria voce, quella scultura da lì venne fatta sloggiare. Doveva andare via il più lontano possibile. Al Borgo, dove venne ricollocata, assunse il toponimo popolare di “ Tapallira do’ Buggu”. Oggi a essere considerata “itinerante” è la scultura “ Il Cavallo morente” del maestro Francesco Messina. E’ stata già spostata diverse volte. Ma questa è un’altra storia.

 Nella foto, la statua di Garibaldi

Pubblicato su La Sicilia del 30.05.2021

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