CATANIA: "LE VOCI DELLA STRADA" NEI QUARTIERI PERIFERICI DI UNA VOLTA

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“Le voci della strada” come si udivano una volta, oggi è impossibile anche immaginarlo. Troppi i rumori di fondo che ci circondano. Clacson, sirene dei mezzi di soccorso, il rombo dei motori, l’allarme anti-furto che scatta a corrente alternata; c’è di tutto e di più. Questa, ormai, è la normale quotidianità. Qualche attempato catanese, ricorda ancora “scampoli” di antichità vissuta nel proprio circondario; mentre i giovani, per ovvie ragioni anagrafiche, per farsene una precisa idea devono recarsi “ ‘a Fera ‘o luni”(piazza Carlo Alberto), alla pescheria o nei mercatini pianta e spianta che si svolgono settimanalmente nei quartieri periferici. Retaggi di un tempo trascorso, ma anche il nobile perpetuarsi ereditario dell’ambulandato, mestiere che ai nostri tempi viene percepito come sinonimo di abusivismo di strada. Una volta circolavano solo carretti e carrozze; si sentiva lo zoccolìo dei cavalli e lo schioccare della frusta. Oltre al parlottare solitario del carrettiere reduce da un lungo stancante tragitto, c’erano gli sbuffi della povera bestia sfiancata dalla fatica. Il fischio potente delle navi all’attracco, quello sì che si sentiva da lunga distanza. “Vadda, stà partennu ‘u papuri” era commento molto diffuso. Poi c’erano quelle che oggi chiamiamo “voci”. Meglio chiamarle “vanniate”, però. Deriva dal verbo Banniare, cioè reclamizzare ad alta voce. Gli “Strilloni”, per vendere il giornale enfatizzavano le notizie; gli ambulanti facevano lo stesso per vendere la propria mercanzia. Si andava per strada a piedi o col carrettino, vendendo ogni genere di merce. C’era anche chi andava in giro con tutto l’armamentario per le riparazioni. Ombrellai, concia-brocche, stagnatai, arrotini e perfino calzolai. Alcuni mestieri ormai scomparsi, altri sono in via di estinzione. Niente a che vedere con l’abituale “usa e getta” dei nostri tempi. A quel tempo, in pochi potevano permetterselo. Tutto ciò che si possedeva, si teneva caro fino alla totale consunsione. Stiamo parlando dei primi quarant’anni del secolo scorso, quando povertà e analfabetismo erano a livelli molto elevati. La vita scorreva lentamente. Subito dopo la seconda guerra mondiale, invece è stata tutta “ ‘na calata”. Il progresso cominciò a correre più di quanto si immaginasse. Le nuove tecnologie importate da oltre oceano, ebbero il loro peso. Se da un lato furono di grande giovamento, dall’altro hanno allontanato la collettività da quello stato di “naturalezza” che rendeva tutti più liberi. I quartieri popolari catanesi come la Civita, i S.S.Angeli Custodi, ‘ ‘U Cussu e similari, contrariamente a quanto si possa pensare, erano delle comunità aperte. Tutti si conoscevano, e tra le famiglie si solidarizzava. La strada era quasi il proseguimento naturale delle misere abitazioni tutte al pianterreno. Il commercio si alimentava di quotidiane necessità. A fare la differenza tra un venditore e l’altro era la conoscenza del quartiere, ma anche il modo di porgere il prodotto. Ciascuno di loro invogliava a comprare ciò che serviva per soddisfare i bisogni primari delle famiglie. Lo faceva usando metodi semplici e persuasivi. “ ‘A vanniata è menza vinnita”, si dice. Gli li ambulanti si presentavano in quelle polverose viuzze, con la loro caratteristica voce cantalenante; un misto di ironia e saccenza. “Arrivau ‘u cafè; ‘u cafè arrivau….mi sta vugghiennu ‘nte manu”( il caffettiere); “ ‘Aju rocculi, bastaaddi e….bastadduniii. Vaddati chi ssu beddi sti cucuzzi…e chi ssu sciabbulazzi?!!!( verduraio della Civita). Come non ricordare i venditori di sale sfuso. La loro voce rauca consumata dai vapori salini, assumeva un timbro singolarissimo: “ ‘Saleee, uoh…saleee…”. Nella zona di piazza Palestro, nel popolare quartiere del fortino, era nota la figura du “Zu Bunnanzia”. Reclamizzava la vendita di sale in modo originale: “ fimmini, ‘u zu Bunnanzia sta passannu; assai vinni dugnu ‘n sold’i sali”. Ai suoi tempi, intorno agli anni ’30 dello scorso secolo, con un soldo, cioè con appena una palanca, di sale se ne comprava a sufficienza. Con un palancuni (due soldi) la provvista era per un anno intero. Immancabili le contrattazioni. Una lira, era una lira e aveva nelle tasche di ognuno il suo “peso”. Di questi venditori, pur essendo molto conosciuti, spesso si omettevano i nomi. Le donne, quelle più castigate, per evitare eccessive confidenze o spunti di pettegolezzi e malintesi, preferivano indicarli con un generico “Chiddu”(quello). “Vadda, c’è chiddu ‘do pisci!....Sintissi.…ossa mi runa ‘n’quattruni ‘i saddi ca mi fazzu arrustuti…”. ( ‘N’quattruni= 200 grammi). Quando dal carrettino si passò alla motoape, le cose cambiarono. Oggi, tranne il gelataio nei mesi estivi, non vannia più nessuno per strada. Quando di rado si incontra un arrotino, notiamo che il “ritornello” è rimasto lo stesso: “Mola forbici e coltelliii”. Lo fa con un assordante e fastidioso altoparlante che non rende merito alla nobile tradizione.

 

Nella foto, antico venditore di acqua

 

Pubblicato su La Sicilia dell'11.04.2021