LA PASQUA CHE NON C'E' PIU'

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Fino a qualche decennio fa, nei sussidiari delle scuole elementari o negli almanacchi popolari, la Pasqua veniva illustrata con una iconografia da libro cuore. Una splendida giornata di primavera dove i bimbi correvano felici tra alberi e fiori; sullo sfondo, le svolazzanti rondinelle attorno al campanile della piccola chiesetta di campagna. E poi l’Ulivo della pace; i gialli pulcini, simbolo di un nuovo inizio e del perpetuarsi della vita; l’uovo, metafora di rinascita e di speranza. Il vero significato della Pasqua sta nel passaggio dai rigori invernali al risveglio della natura in arrivo con la bella stagione. Sul piano religioso, dalla morte fisica alla rinascita spirituale. Quella era l’immagine festante dell’evento cristiano forse più importante di tutti. Il momento buono per “confessarsi” almeno una volta l’anno. Ci si sentiva tutti un po' più buoni dopo le prediche quaresimali e le giornate della “Settimana Santa” vissute in preghiera. La narrazione della morte e Passione di Gesù Cristo prima dell’attesa Resurrezione, coinvolge e affascina. Più buoni e anche più contenti. Non è un caso se il detto: “cuntenti comu ‘na Pasqua” derivi proprio da questo diffuso stato d’animo. Ma i tempi cambiano: “ ‘U bon tempu non dura tuttu ‘ tempu” recita un antico proverbio che sembra stato scritto ieri. Ci voleva questa brutta pandemia per ricordarcelo. Il mare è in tempesta, si va per ondate. Niente processioni, niente riti di massa; niente strette di mano e abbracci: solo “distanziamento sociale” che paradossalmente confligge con i principi stessi dell’evento pasquale. Non successe neanche nel secolo scorso, tra il 1919 e il 1920, quando allignò pesantemente l’epidemia della “Spagnola”. Con l’andare del tempo, questa festa ha subito alcuni importanti mutamenti. Questo perché le alte gerarchie della chiesa hanno saputo raccogliere i segnali di una evoluzione sociale sempre crescente. Il cambiamento più consistente si è registrato con la riforma liturgica sancita dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Stravolse quasi interamente il cerimoniale: a partire dalle prediche quaresimali. Abolito il pulpito; niente più “troccole” e “raganelle” durante le funzioni della Passione. Venne stabilito di posticipare alla notte tra il sabato e la domenica la messa di Resurrezione che prima si celebrava alle undici antimeridiane del sabato. Ovunque si trovasse, al suono delle campane la gente si abbracciava per scambiarsi gli auguri. In un primo momento, questo provvedimento non è stato molto gradito dai fedeli. “ Non c’è cchiù puisia” qualcuno si lasciò scappare tra i denti. Per molti anziani ancora oggi è così. Tuttavia bisognava accettare anche se per semplice “ubbidienza”. “ Cu nn’appi nn’appi ‘de cassateddi ‘i Pasqua!” Di fronte all’incedere del tempo, anche la Pasqua è diventata una festa soggetta al consumismo. Così “a cuddura cu l’ova”, i “pupicena”(pupi di zucchero) e i dolci tipici di manifattura casalinga, hanno ceduto il passo alla “pasticceria di professione”. “Pasta reale”(frutta martorana), “l’agnello di zucchero” (dalla classica posa “aggiuccata” con la bandiera della resurrezione tra le zampe) e “ l’uovo di cioccolata” con tanto di sorpresa al proprio interno. Già, la sorpresa; una trovata commerciale che si è rivelata davvero geniale. Usanza che vai, Paesi che trovi. In Sicilia, come nel resto del mondo, i riti ricalcano i costumi autoctoni delle singole località. Riti suggestivi che mantengono intatta la propria originalità. La Pasqua è sempre stata una festa all’insegna della semplicità e dei sani principi cristiani. Anche per le famiglie aristocratiche. Ma era tra il popolo che si viveva la vera festa. Quando la povertà era condizione di molti, la Pasqua riuniva tutta la famiglia. Un momento irrinunciabile anche quando le finanze non lo permettevano. Qualche ricetta più elaborata; dolci e liquori tipici della “casa”, niente di più. Giusto per interrompere la quotidianità fatta sempre dei consueti alimenti: pasta di casa, fave, ceci, cipolla, olive e trippa ‘co sucu “ ‘a bagnapani”. Si andava a messa dopo avere preparato il “desco” a puntino. “Prima ‘u Signuri e poi ‘a panza”, si diceva. La tavola diventava la prosecuzione naturale del rito religioso. Non a caso si cominciava con una preghiera. Attorno a essa sedevano figli, genitori e nonni. A volte anche altri familiari. Questa era la festa che sanava screzi e risolveva controversie. “Quannu sona ‘a Loria, scumpari ogni tinta mimoria”. Era buona abitudine, perciò, inginocchiarsi tutti insieme e pregare. Gli anziani ricevevano il bacio della mano; i grandi abbracciavano i più piccoli. E questi, sollevati in aria, ricevevano la benedizione: “Crisci, crisci, co Signuri abbrivisci”( Cresci, cresci che il signore risorge). Buona Pasqua a tutti!

 

Nella foto, i Pupicena(Pupi di zucchero)

Pubblicato su La Sicilia del 4.04.2021

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