IL TERREMOTO CHE NEL 1693 DISTRUSSE CATANIA

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Se l’anno 2020 e’ stato scacciato a suon di botti e vaffa, cosa sarà successo a Catania durante il trapasso tra i secoli ‘600 e 700!? Canti, balli, scongiuri, botti e brindisi? Forse niente di tutto questo. Dov’era la forza per festeggiare!!?? A quel tempo la Sicilia orientale era tutto un cantiere. Il 1600 è stato un secolo nefasto per tutta l’isola; soprattutto per la zona etnea. Tra un’epidemia e l’altra; tra guerre intestine e continue carestie, la distruttiva colata lavica del 1669 arrivò fulminea. Dalle bocche apertesi ai Montirossi, una fluida massa magmatica si rovesciò lungo la fiancata ovest; travolse villaggi e Centri abitati( Belpasso e Misterbianco tra questi) e si rovesciò sullo Jonio dopo avere accerchiato il Castello Ursino e cancellato un pezzo consistente del Monastero dei Benedettini. Per Catania i danni quella volta furono tutto sommato contenuti. Anzi, paradossalmente la città si allargò. Il “bello” doveva però ancora venire. Ventiquattro anni dopo si verificò il devastante terremoto della Val di Noto che distrusse una vasta area della zona orientale dell’Isola. Città come Noto, Lentini, Mineo, Ragusa vennero spazzate via dal potente sisma che demolì pure il capoluogo etneo. I morti si contarono a migliaia. Il maremoto che subito dopo si abbattè su Catania, completò l’opera di devastazione. Non rimasero in piedi che poche case e qualche monumento. L’apocalisse si scatenò l’11 Gennaio del 1693 alle ore 21.00, esattamente 328 anni fa. Nei giorni precedenti si erano verificate lievi scosse che non servirono ad allarmare più di tanto la popolazione. Solo il nobile Don Arcaloro Scammacca si trasferì nelle sue terre fuori città. Secondo le testimonianze, una veggente presentatasi al suo cospetto lo avrebbe avvertito: “Don Arcaloru, don Arcaloru, dumani ‘a vintinura a Catania s’abballa senza sonu”. Una delle 5 lapidi fatte murare in città pochi anni dopo, ricorda e ammonisce: “ Se non sai, leggi, piangi, ricordati-A’ 9 gennaio 1693- uno tremendo tremuoto scuoteva tutta Catania. Agli 11 dello stesso mese la distrusse- tolse la vita a 16 mila cittadini-mise in fuga i vivi, eccitò a furto i forestieri-Questa lapide avvisi che al primo movimento della terra-che Dio non voglia-tutti riparino a’ campi e mettano custodi alla città-A.D. 1696”. Nulla fu più come prima. “ Di colpu si spaccò sutta li pedi/ ‘a terra scossa di lu tirrimotu| agghiuttennu ‘nta’ li fauci murtali/ tutta la genti di la cattitrali(…) scrisse secoli dopo uno dei tantissimi poeti che nel corso del tempo conferirono all’evento dignità letteraria. Più sconvolgente ancora però la testimonianza di Tommaso Costanzo. Lo storiografo di Catania testimone diretto e cronista riportò in eloquenti versi ciò che accadde quella sera: “ ‘A Vint’uri e tri quarti, ahi chi ruina!”/ Ahi chi orrendu successu! Ahi chi raccuntu!/ Scrivi la pinna mia mesta e mischina./(…). Si vittiru chiancennu ccu rispettu/ l’infilici e scuntenti catanisi/ sutta murammu sepulti…(..)”. Ma come l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri, così Catania risorse dalle proprie polveri. La ricostruzione si rivelò assai complicata ma fu tempestiva. In un primo momento, in preda al comprensibile sconforto, il Senato spalleggiato da una parte del popolo, suggerì di riedificare la città in altro luogo. Vi fu però la ferrea opposizione della chiesa. Il canonico della cattedrale Giuseppe Cilestri, per convincere i più facinorosi a desistere dal loro proposito, condusse in processione tra le macerie una reliquia di Sant’Agata. Poco tempo dopo il vicerè Uzeda inviò il duca di Camastra a redigere un primo progetto urbanistico per realizzare il quale bisognava abbattere ciò che era rimasto ancora in piedi. La leggenda racconta che sia stato lo stesso Camastra in persona a tracciare le prime strade in groppa al proprio destriero. Tutti contenti!!?? Ma quale! “Cu distruiu Catania? ” in molti si chiesero. La risposta fu lapidaria: “Parti Diu e parti Camastra…” Le polemiche ben alimentate da sospetti e invidie non si placarono. A sollevarle furono gli stessi nobili che chiesero ed ottennero in accordo con le autorità ecclesiastiche di essere consultati. “Cu sparti ‘avi ‘a megghiu parti”, si dice; così ottennero di riedificare i loro palazzi nei siti prescelti. Tra questi, le cinquecentesche mura di Carlo V che non solo garantivano una posizione aerea dominante, ma soprattutto una buona sicurezza. La natura “ballerina” del suolo etneo consigliò un piano urbanistico vero: più “arioso” e meglio organizzato. Al contempo ci si preoccupò di ordinare i dintorni della cattedrale per consentire al giro esterno agatino maggiori e più ordinati spazi.

 

Catania 08.01.’21

Pubblicato su La Sicilia del 10.01.'21

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