ANTICHE TRADIZIONI PASQUALI SICILIANI

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L’efficacia del messaggio pasquale non  consiste solo nella  descrizione in sé dell’Evento narrato dai Testi sacri, quanto nella simbologia misterica che ancora oggi, sotto l’aspetto antropologico, da’ vita  a riti che si perdono nella notte dei tempi. Ma questi riti sono tutti d’origine religiosa? sicuramente no,  perché molti di essi appartengono al mondo pagano. Un misto di sacro e profano possiamo definirli, che contempera  due esigenze: l’esaltazione della divinità e la rappresentazione scenografica basata, attraverso una ricca simbologia, sulla interpretazione del Testo sacro. Da qui la tradizione  che, col trascorreredei secoli, ha mutato però il suo volto. I riti pasquali sono tra i più suggestivi e i meglio raffigurati in tutto il mondo cattolico. Ricordano la Passione e la morte di Gesù Cristo, ma anche l’arrivo della bella stagione, la primavera, sim-bolo della rinascita che arriva dopo il “tenebroso inverno”.  Non è un caso, infatti, che dopo i baccanali carnevaleschi arrivi la “Quaresima” autentico punto di trade-union  tra queste due stagioni. “Carnalivari” deriva da  Carni-livari che segna, appunto, l’inizio del digiuno quaresimale. Dopo il Concilio di Trento, il cosiddetto “Teatro sacro” scompare dalle chiese per essere portato nelle strade o nelle piazze dove si diede libero sfogo a una religiosità fino ad allora controllata sempre nel contesto liturgico. Nacquero così, soprattutto nel seicento, tutti i “Martori”, le “Casazze” la “Via crucis” e le “Devozioni” che ancora oggi sopravvivono con particolare intensità in tanti centri della nostra Isola. Trapani, Caltanissetta e Enna sono le province dove la tradizione ha resistito intatta nel tempo. Vi si assiste a riti di grande suggestività. Dalla domenica delle Palme e per tutta la Settimana Santa,  le strade delle città e dei piccoli centri urbani diventano teatro di ben organizzate processioni che rievocano la Morte e Passione di Gesù Cristo.  “A Catania, qualche anno dopo il disastroso terremoto del1693”-racconta l’abate Sestini, bibliotecario dei Biscari- “dalla chiesa del convento dei cappuccini (oggi palazzo della borsa) a un’ora di notte si partì una imponente processione preceduta da alcuni che suonavano il timpano e il tamburo”. Molto però è cambiato nel tempo. Gli eventi collegati alla Pasqua, i quali in passato erano vissuti all’insegna della  piena austerità quaresimale, oggi sono diventate “ghiotte” occasioni di consumismo. Parole come “turismo”, “pubblicità”,  “spot” sono entrate prepotentemente nel lessico di tutte le feste religiose, in qualche caso anche in maniera poco ortodossa. Anche la Chiesa si è dovuta adeguare ai tempi. Dagli anni ’50 in poi si sono registrati piccole ma significative variazioni che non hanno risparmiato neanche le Liturgia. Tra queste, l’orario della Risurrezione del Cristo  che è stata spostata dalle ore 11.00 di sabato mattino, alle 23.30 di sera. Un cambiamento che i fedeli hanno avvertito in senso negativo in quanto si sarebbe realizzato  a scapito della genuina tradizione. “A’ sunata da lòria”, lo scampanio festoso delle campane, cioè, che annunciavano la Risurrezione, a  quell’ora del giorno veniva vissuto con grande solennità. I fedeli si fermavano ovunque a pregare: in chiesa,  o davanti  gli altarini addobbati  di fiori e frutta di stagione. Lo scambio di auguri avveniva anche  lungo le strade;  chi aveva da poco litigato, molto spesso si riappacificava. Nelle tavole imbandite di tutto punto, si consumavano frugali pasti a base di agnello. Prima del tradizionale “uovo di Pasqua” di cioccolato e sorpresa, particolarmente gradita era “ ‘a cuddura  ccu  ll’ovu” tipico dolce decorato da ‘n-ciminati e uova sode, che gli innamorati si scambiavano a forma di cuore. Ai bambini veniva recitata dai nonni o dai genitori, l’esortazione: “Crisci crisci ‘ca ‘u Signuri abbrivisci” ( cresci cresci che Gesù risorge). Durante la Settimana Santa, inoltre, era buona norma per i Fedeli, vivere nella più rigorosa austerità: si  consumava non  più di un pasto al giorno, e  veniva evitata ogni  tipo di ostentazione. Persino le specchiere, all’interno delle case, venivano coperte per evitare eccessi di vanità. Agli inizi dell’800 ad Acireale avvenne un fatto curioso, la  cittadinanza infatti stava per celebrare il giorno della Pasqua con una settimana di anticipo. Allorquando le autorità si resero conto tardivamente di ciò che stava accadendo, corsero subito ai ripari. Alle cinque del mattino il banditore cominciò a percorrere tutte le strade avvertendo:  “ Cu cucina, mi scucina ca ‘nun ‘è Pasqua sta matina; e ‘ccu avi a cuddura ‘ccu ll’ovu, ‘sa sarba beni ‘ppa duminica ca veni” ( Chi sta cucinando non cucini, perché non  è Pasqua questa mattina, e chi ha fatto il dolce con l’uovo, se lo conservi bene per la domenica che verrà).