Storia e tradizioni popolari

LA TRASLAZIONE DELLA SALMA DI VINCENZO BELLINI DA PARIGI A CATANIA

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Passano i secoli, si avvicendano le generazioni, ma la figura di Vincenzo Bellini resta ben viva nel cuore dei Catanesi. Tra il Sacro e il profano, nella speciale classifica “ ‘do cori catanisi” al primo posto c’è Sant’Agata; dopo viene Bellini. L’Etna e il calcio Catania fanno pure loro parte di questa speciale classifica. Quando oltre lo stretto si parla bene di Catania, il popolo etneo esulta. Figuriamoci poi quando se ne parla in “prima mondiale” come accaduto il questi giorni grazie alla rappresentazione dell’opera “Norma” in diretta TV dal Teatro Bellini. Tanto entusiasmo sui social e sulla stampa, non si vedeva da tempo. L’appuntamento televisivo realizzato nell’ambito della rassegna BelliniFestival per celebrare il 186° anniversario della scomparsa del grande compositore catanese, ricorda pure il 23 settembre 1876 giorno della traslazione delle sue spoglie dal cimitero parigino di Père Lachaise a Catania. “Nel 1835, quando in città giunse la notizia della morte di Bellini a Parigi-ci informa lo studioso Nunzio Barbagallo- i catanesi i andarono vestiti a lutto alla rappresentazione dell’opera Norma”. Il Teatro comunale( poi Coppola ) in cui si svolse la manifestazione celebrativa, fu lo stesso che nel 1832 ospitò “Nzudduzzu”( così lo chiamavano i catanesi) durante l’ultima visita alla sua città natale. Le cronache dell’epoca, ci restituiscono alla memoria il percorso “burocratico” che consentì dopo 41 anni il ritorno in patria delle Spoglie mortali dell’illustre concittadino. Già l’anno successivo alla sua scomparsa, il Decurionato catanese aveva deliberato che i resti del musicista fossero richiamate in patria e che si erigesse in sua memoria un monumento. A quella richiesta si accodarono fedelmente Palermo e Messina. L’appello “in nome della “Patria”, infastidì il governo Borbonico che bocciò immediatamente l’iniziativa. Nel 1865 il Consiglio comunale con a capo il Sindaco Antonino Alonzo, riprese questa vecchia delibera. A seguito degli eventi bellici di quegli anni, anche stavolta si registrò un nulla di fatto. Completata l’Unità d’Italia, i tempi furono maturi. Così dieci anni dopo, la delibera approvata potè essere inoltrata a destino. Parigi l’accolse favorevolmente. Tra i delegati che assistettero all’opera di riesumazione della Salma, oltre all’amico e biografo belliniano Francesco Florimo, il Sindaco Antonino di Sangiuliano e il poeta Gaetano Ardizzone. “Sorgi dall’urna-esclamò quest’ultimo rivolto alla bara-la morte non t’ha rapito nulla, anzi ti ha accresciuta intorno più alata fama…” Il ritorno a Catania fu trionfale. La città attendeva da anni questo momento. I mesi che precedettero l’evento, furono densi di preparativi. Tre giorni di apoteosi. Dal 22 al 24 settembre si organizzarono manifestazioni musicali e officiati riti religiosi. “Al suo arrivo a bordo del corvetta “Il Guiscardo”-scrive nella sua cronaca Federico De Roberto-il Feretro fu accolto con spari di mortaretti, grida di giubilo e sventolìo di fazzoletti”. Presenti le autorità ecclesiastiche, civili e militari, completarono il corteo alcuni parenti. Dopo lo sbarco, venne adagiato sulla carrozza del Senato; al grido di “Viva Bellini” e “Viva la Francia”, il popolo pretese il distacco dei cavalli perché potesse trainare a braccia fino al Borgo la settecentesca carrozza. In questa grande piazza che per un breve periodo di tempo assunse il toponimo di “piazza Bellini”, era stata innalzata una fedele riproduzione dell’Arco di Trionfo parigino tutta in alloro. Il feretro del “Cigno” catanese, per il resto della notte sostò nella chiesa Sant’Agata al Borgo. Al mattino seguente, dopo la rituale consegna alle autorità cittadine, venne trasferito in Cattedrale dove nel frattempo era stato allestito un grande catafalco. Passò ancora un giorno prima della tumulazione nel monumento realizzato da G.B. Tassara(Genova 1841-1916). Nel 1959, a seguito dei lavori di restauro in corso nella Cattedrale, venne decisa una nuova riesumazione delle Spoglie di Bellini. Dalla vecchia cassa deteriorata dal tempo e dall’umidità, i resti del musicista vennero trasferiti in un nuovo massiccio sarcofago finemente scolpito. Intatto il suo cuore nella teca in cui si trovava. La cerimonia si svolse alla presenza delle autorità dell’epoca: Sindaco La Ferlita e Arcivescovo Guido Bentivoglio in testa. “Appare subito confermato quanto già noto per le testimonianze di scrittori e amici di Bellini-commenta nella sua puntuale cronaca il compianto giornalista Vittorio Consoli-La sua Salma, dopo centoventiquattro anni della morte, misura 1,82 cm. Per metà mummificata e per metà allo stato scheletrico, appaiono chiari i contorni sotto l’ingiallito sudario di seta che nel 1876 le dame dell’aristocrazia catanese ricamarono e con cui pietosamente ricoprirono il corpo del musicista che tornava dalla Francia a riposare nella terra natale(…)”

Pubblicato su La Sicilia del 2.10.2021

 

PROVERBI PER SETTE GIORNI(40)

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-A LU CANTARI L'ACEDDU, A LU PARRARI LU CIRIVEDDU(Ognuno con la propria caratteristica: l'uccello canta; l'uomo usa o "deve usare"  il cervello.);

-QUANNU TUTTI COSI VANNU 'A PARU, L'OMU METTI LI PINNI(Quando tutto va bene, l'uomo ringalluzzisce);

-QUANNU VIDI CCHIù CANI SUPRA N'OSSU, è MEGGHIU FARASILLA ARRASSU(Quando vedi tante persone lottare tutte per la stessa cosa, meglio restarne lontane);

-SAPI CCHIU' DI LU MEDICU SAPUTU, LU MALATU CA E' PATUTU(L'ammalato che soffre, conosce meglio del medico la propria malattia);

-SI DùNI LA TO' ROBBA SENZA PIGNU, MUSTRI AVIRI POCU GNEGNU( Se concedi la tua roba senza nulla in cambio, dimostri poca intelligenza);

-TESTA FIRUTA SI MERICA E SANA, CORI FIRUTU NUN SANA MAI(Le ferite della testa si sanano, quelle inferte al cuore non si guariscono mai);

-TANNU L'AMICU LU CANUSCIRAI, QUANNU LU PERDI E NUN LU VIDI CCHIUI(Il vero amico lo conoscerai quando lo perdi e non potrai mai più incontrarlo).

IL MISTERO DELLA MORTE DI NINO MARTOGLIO

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 Il 15 settembre del 1921 moriva Nino Martoglio, poeta, giornalista, commediografo e regista. Era nato a Belpasso nel 1870. Moriva in circostanze strane, per certi versi misteriose; cadendo nella tromba dell’ascensore di un padiglione dell’ospedale Vittorio Emanuele. Era andato a trovare il figlio ricoverato al reparto pediatrico del nosocomio catanese. A un secolo di distanza, non essendo stato effettuato sul corpo alcun esame autoptico, i dubbi restano. Fu una caduta accidentale, oppure si trattò di un assassinio camuffato da incidente? Il corpo, ritrovato due giorni dopo, presentava ferite compatibili con il trauma seguito alla caduta. E’ quanto sarebbe stato accertato dopo una frettolosa quanto sommaria ispezione cadaverica. Tutte le proposte di riesumazione fin qui effettuate, anche quelle recenti, sono tutte cadute nel dimenticatoio. E’ come se si avesse paura di scoprire chissà che cosa. Un enigma destinato a rimanere tale, anche se i presupposti per sospettare un omicidio ci sono tutti. A partire dalle ferite riscontrate sulla testa. A detta di autorevoli medici legali che ebbero modo di esaminare il materiale conservato e repertato a suo tempo, le lesioni potrebbero essere state causate da corpi contundenti. Si trattò dunque di un agguato organizzato ai suoi danni all’interno di quell’ospedale? Sul luogo del sinistro, c’erano le necessarie segnalazioni di “pericolo”, tant’è che nessun provvedimento fu preso dagli inquirenti nei confronti del responsabile dei lavori. Martoglio fu un giornalista che oggi potremmo definire d’assalto. Un cronista colto e intrapendente. Occhi vispi, baffoni alla “tirabaci”, barba folta e pizzetto appuntito; la sua era la figura del perfetto “moschettiere”. Prima di salpare verso le rotte letterarie che lo avrebbero condotto molto lontano, da capitano di lungo corso aveva realmente solcato gli oceani. Nella terraferma, ben altre avventure però lo attendevano. Visse in pieno il periodo Defeliciano. Nel suo giornale “Il d’Artagnan” (1889-1904) nato come “ serio-umoristico-illustrato”, se da un lato l’attività letterarie e culturale fu predominante, dall’altra riservò ampio spazio alla cronaca socio-politica e di costume. Da anti-clericale non risparmiò critiche e invettive contro la chiesa. La satira prese di mira anche personaggi politici importanti. La mafia( o maffia), a quei tempi, soprattutto nella Sicilia orientale, era considerata un semplice fenomeno associazionistico finalizzato agli atti delinquenziali. Il gruppo di sonetti intitolati “ ‘o scuru ‘o scuru” che aprono il suo capolavoro poetico “Centona”( confusione), vanno intesi in questa direzione. Martoglio adoperava la penna senza alcuna paura. Era un temerario. Da abile spadaccino affrontò diversi duelli, costringendo alla resa anche gli avversari più temibili. Nei vari campi in cui si cimentò, dalla poesia al teatro; dal giornalismo alla regìa cinematografica, ebbe molti ammiratori ma anche tanti nemici. Dopo la chiusura del “ d’Artagnan, la sua definitiva partenza per Roma(dove riposano le sue spoglie) ebbe tutta l’aria di un forzato e precipitoso abbandono della sua città. All’origine della decisione, forse non solo motivi di lavoro. La sua produzione è vastissima. Catania era stata la culla letteraria e ispiratrice di tutti i suoi capolavori popolari. Quando poteva, ci tornava. A lui si deve in gran parte la nascita del teatro siciliano. Sulle orme del poeta dialettale Giuseppe Borrello, meglio conosciuto come “Puddu Burreddu”( Catania 1820-1894), trovò nel quartiere della “Civita” l’humus ideale, il cuore pulsante di una città profondamente “teatrale”. Martoglio ne studiò il carattere, il linguaggio, le abitudini degli abitanti. I suoi personaggi incarnano quella sagace ironia che sconfina nel grottesco. Le donne ebbero un ruolo fondamentale; madri e mogli fedeli, ma fortemente battagliere. Riuscì a resuscitare gli angoli più suggestivi e pittoreschi di questo quartiere, donandogli un’anima; trasformando il dramma della miseria in un colorito modo di vivere la quotidianità. Molto della Civita di allora, è rimasto. In occasione della visita a Catania del poeta romanesco Cesare Pascarella, autore de “La scoperta de l’America”, Martoglio lo accolse con un sonetto intitolato “Tu ed io”: “Tu scupristi l’America/ supira li vileri,/ iù scuprii la Civita/ e ci arrivai apperi”.

Nella foto, Nino Martoglio

Pubblicato su La Sicilia del 12.09.'21

lLE STATUE ACEFALE DEI BORBONI A CATANIA

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Catania pare non avere mai avuto un buon rapporto con le statue degli uomini illustri. I mezzi busti presenti nell’omonimo viale della Villa Bellini, non sempre rendono “onore al merito”. Collocate all’interno di un luogo scarsamente custodito, sono sempre stati oggetto di atti vandalici e di incuria. Anche oggi purtroppo è così. Nasi rotti, scritte ingiuriose ed escrementi dei volatili li hanno resi irriconoscibili. Non è affatto edificante. Mentre nelle maggiori piazze di altre città spiccano monumentali figure del luogo, dalle nostre parti altre celebrità sono in “bella evidenza”: La statua al Re Umberto I ( ‘U Re a cavaddu) e quella a Giuseppe Garibaldi ( ‘a statula panzuta) in primis. In compenso abbiamo i monumenti dedicati a G.Benedetto Dusmet e Vincenzo Bellini. Ai personaggi di rilievo, furono preferiti colonne, obelischi, cippi commemorativi, putti, ninfe e soprattutto, fontane. Tante fontane; alcune delle quali lasciate per lungo tempo all’asciutto. La celeberrima fontana do’ “sculapasta” (detta anche della jella), collocata a piazza Stesicoro prima del monumento a Bellini, venne addirittura smontata pezzo per pezzo perché invisa a tutti. A ciascuna di esse è stato sempre attribuito dal popolo un pecco (Nomignolo). Più che toponimo di riferimento, esso è espressione di uno stato d’animo. L’ultimo, in ordine di tempo, è toccato alla moderna fontana del Tondo Gioeni. E’ conosciuta come “ ‘A funtana ‘de lavandini”o “dell’acquasantiera”. “Anche l’occhio vuole la sua parte”. Un discorso diverso meritano le statue acefale dei Borboni. Ci sono voluti secoli prima che i catanesi si rendessero conto del loro prezioso valore storico e artistico. Sono le pregiate opere di Antonio Calì(Catania 1788-Napoli 1866) detto il Canova Catanese perché del grande scultore neoclassico fu allievo e seguace. Quasi tutte le sue opere scolpite a Catania servirono per celebrare i sovrani Borbonici. Per tale motivo, dopo l’Unità d’Italia, l’artista fu oggetto di angherie di ogni tipo. Per realizzare il monumento oggi conosciuto come “l’acqua ’o linzolu”, gli venne preferito lo scultore Tito Angelini suo acerrimo rivale. Lasciò amareggiato la città per stabilirsi a Napoli. “ ‘I statuli senza testa” sono tra i monumenti più fotografati dai turisti. Un misto di curiosità e ammirazione. Quella di Francesco I(nella foto) si trova in V. Dusmet, mentre quelle di Ferdinando I e Ferdinando II all’interno di Villa Pacini. Sono alte tre metri. Quella di Francesco II non venne mai realizzata. Si disse perché nel frattempo la dinastia Borbonica volgeva al tramonto. Altre opere del Calì, a Catania è possibile ammirarle nella chiesa S.Agata la Vetere, nell’atrio del Municipio e al Castello Ursino. Quando nel 1964 le statue vennero ritrovate abbandonate nei depositi comunali del Monastero dei Benedettini, l’allora assessore comunale alla P.I. Alfio Giuffrida ne dispose la collocazione presso la zona della marina. Ai sovrani Borbonici doveva essere riconosciuto in qualche modo il merito di aver permesso, grazie alla elargizione di un cospicuo finanziamento, il completamento del porto di Catania. Facile immaginare le lotte e le resistenze che il solerte assessore dovette affrontare prima di imporre la propria volontà. Ricordiamo che due di questi monumenti vennero una prima volta decapitati a furor di popolo durante i moti del 1848-49. Erano allocati rispettivamente a piazza Università (Francesco I) e piazza Stesicoro( Ferdinando II). “Le teste”-ci informa lo storico e scrittore Saverio Fiducia-“furono rifatte e rimesse al loro posto da Carlo Calì cugino germano di Antonio”. Gli oppositori del regime, sovente sfogarono la loro rabbia su quelle statue. Particolare curioso: Durante il “restauro” , per non lasciare vuoti i piedistalli vennero allestiti due monumenti similari in gesso. Dovettero essere rimossi frettolosamente perché un violento nubifragio nel frattempo li “sciolse”. La terza, invece, quella di Ferdinando I, è stata realizzata solo nel 1853. Venne collocata nei pressi di S.Francesco. Durante i moti del 1860, le tre statue vennero nuovamente decapitate. Stavolta definitivamente. I busti fatti rotolare per via Etnea, resistettero. Le teste, colpite a martellate, non vennero mai più ritrovate. Credendo di rinvenirle abbandonate in qualche altro deposito comunale, le cercarono per lungo tempo. Un funzionario del comune ironizzò: “Quando la testa si perde, non è facile ritrovarla”. Alcuni anni fa, un gruppo di artisti provò a ricostruirle. Vennero attaccate “posticce” sul busto marmoreo. Un gesto dal sapore goliardico più che un serio tentativo di restituirgli un volto e…una testa. Decisamente più graditi sono stati i versi di un poeta catanese che si domandò: “Li Borboni ‘a la marina senza testa mischineddi/ cià scipparu e non si sapi/… fòru brutti ‘o puru beddi?!

 

Pubblicato su La Sicilia del 22.08.’21

 

SANT'EUPLIO

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Il 12 agosto del 304, cinquantatre anni dopo sant’Agata, cade a Catania un altro glorioso Martire: sant’Euplio. Vittima della feroce persecuzione ordinata dall’imperatore Diocleziano. Assieme ad Agata, egli fu oggetto di culto a Catania già in epoca costantiniana. Nel corso dei secoli gli vennero intitolate chiese e cattedrali in varie città italiane. La basilica cattedrale di Catania, nel giorno che ricorda il suo martirio, ha riproposto i soliti appuntamenti annuali: In mattinata, alle ore 9.00, il seicentesco reliquiario con il braccio di sant’Euplio verrà condotto nel sito della vecchia chiesa a lui dedicata in piazza Borsa per la benedizione della città; seguirà in cattedrale alle ore 10.00 la santa messa. Nel pomeriggio, alle 17.30 la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal cerimoniere arcivescovile can.Pasquale Munzone. Parteciperanno i diaconi dell’arcidiocesi. Anche nella omonima parrocchia di piazza Montessori, il 1717° del martirio verrà solennemente ricordato. Alle ore 8.00, durante le lodi mattutine, venerazione di una reliquia del Santo; alle ore 19.00 una s.messa verrà celebrata dal parroco don Fausto Grimaldi. Sarà anche l’occasione per ricordare Don Michele Cogliani, rettore del centro studi eupliani, scomparso pochi giorni fa a Trevico(AV). Proprio nella parrocchia, oggi santuario Madonna della Libera e Sant’Euplio del suggestivo borgo Irpino dove sono in corso i solenni festeggiamenti, riposano le spoglie del Santo Diacono catanese. Don Cogliani-ricordiamo- sull’asse Trevico-Catania, negli ultimi cinquant’anni ha contribuito assieme ai compianti storici e giornalisti catanesi Don Rosario Mazza, Benigno De Marco, Agostino Valente, Mario Fonte, Nino Urzi e Antonio Blandini, alla diffusione e al rilancio del culto Eupliano. Anche a Francavilla di Sicilia, nel Messinese, sant’Euplio (sant’Opulu) è festeggiato come Patrono del paese. Sulla biografia di sant’Euplio le fonti non sono concordi tra loro; a partire dal nome. “Euplio” è il nome popolare con cui è più conosciuto, mentre quello grecizzato di “Euplo” sarebbe in realtà quello autentico. La figura di questo Martire che la tradizione indica di età adolescenziale, nella storia del cristianesimo è fra le più significative. La sua professione di fede andò oltre. Fu attivo ed efficace soprattutto nella diffusione dei Vangeli. Incurante della persecuzione scatenata dall’imperatore Diocleziano, forse la più cruenta che la storia ricordi, continuò imperterrito nella sua opera di cristianità. ” Io sono cristiano”-andava ripetendo- “e voglio morire così”. “Un gesto provocatorio” lo definì la studiosa Maria Stelladoro” in una sua pubblicazione del 2006. Il 29 aprile del 304, sarebbe stato fatto imprigionare dall’allora “Corrector” romano Calvisiano. Sottoposto a cruente torture si rifiutò di abiurare, come gli era stato intimato, alla sua fede cristiana. Con l’occasione, gli sarebbe stata perfino massacrata a colpi di pietra la mano destra nella quale teneva le sacre scritture. Particolare,questo, che trovò riscontro nell’ultima ricognizione canonica sui resti del Santo, effettuata alla fine dello scorso secolo dal prof. Francesco Mallegni dell’università di Pisa. “A proposito”-puntualizza il docente toscano- “gli esami al carbonio 14 eseguiti sul corpo di Euplio”, collimano esattamente con quanto riportato dalle fonti primarie”. Il giovane diacono fu processato e giustiziato il 12 agosto del 304. Subì un duplice drammatico processo che lo vide lottare senza paura con il suo accusatore. Venne decapitato nel “foro” (pubblica piazza), odierna via pozzo Mulino.

 

09.08.2021

Nella foto, un'antica iconografia del Santo

Pubblicato su La Sicilia  del 12.08.2021

 

 

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