NOSTALGIA CANAGLIA

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“Nostalgia canaglia”, ma potremmo anche chiamarla con il suo vero nome scientifico: “Sindrome dell’età d’oro”. Consiste nel rimpiangere i propri trascorsi: belli o brutti che siano stati. Nelle sue forme più estreme, potrebbe essere pure definita “malattia dell’animo umano”. Ciò avviene quando il soggetto si convince di essere nato nell’epoca sbagliata. E’ sempre stato così. Dipende dal grado di sensibilità individuale, ma anche dall’ambiente in cui si è cresciuti. Tutto si trasforma, tutto si modifica, non può essere diversamente. Per dirla col filosofo greco Eraclito: “Tutto scorre”.  “Il tempo sta nella nostra mente” diceva invece Sant’Agostino di Ippona, In effetti, al netto delle credenze religiose, quando si muore il tempo dell’individuo sembra cessare. A Catania qualcuno sentenzia: “Quannu moru jù, mori ‘u munnu”. Filosofia spicciola che profuma di saggezza. A differenza di ieri, i tempi oggi tendono ad accorciarsi. Corrono talmente veloci che è impossibile non accorgersene. Guai a chi resta indietro. Le nuove frontiere del progresso impongono un drastico adeguamento che sembra andare contro chi si ostina ancora a rifiutare la pratica delle nuove tecnologie messe in campo nella moderna società. Finita l’era “analogica”, quella “digitale” è già da tempo una realtà. Sin da bambini si comincia ad avere una precisa predisposizione all’uso del digitale. Nell’immaginario collettivo, il futuro dell’uomo sarà governato dalle “macchine”. Intanto per chi ha una certa età il problema è adesso: come si fa a sopravvivere all’incalzante progresso che ti mette di fronte a problematiche sempre più nuove e complesse? I maggiori benefici provengono dalla medicina. Sempre meno “sonde” invasive. Un micro-robot basta. Riducendo al minimo le sofferenze del momento, questo procedimento meccanico oggi è in grado di scrutare l’interno corpo umano in pochissimo tempo. Di contro, sono molti i pericoli che si annidano nelle varie operazioni compiute via web. Un semplice “clic” può cambiare lo “status” di una persona. Non è uno slogan, ma una realtà della quale tenere conto. E’ il caso delle “truffe” on-line che sembrano essere aumentate in maniera esponenziale. “Fatta la legge, si scopre l’inganno”. Attenzione. “Occhiu vivu e manu ‘o cuteddu” si dice dalle nostre parti.  Ma quando si parla di “nostalgia” la mente corre inevitabilmente verso il passato. La realtà di allora era proporzionale alle esigenze della società dell’epoca. Era tutto a “misura d’uomo”. La vera “forza” consisteva nel fare di necessità virtù. Il famoso detto “ ‘U supecchiu è comu ‘u mancanti”, era la naturale regola da seguire. Quando a Catania si andava “‘nta “miccèra”, nella piccola botteguccia di pochi metri quadrati ci trovavi di tutto. Dai ai prodotti alimentari fino ai giocattoli per i bambini. Piccole realtà bastevoli al fabbisogno quotidiano. Il mercato era calmierato nei prezzi, e i prodotti controllati da appositi uffici predisposti dagli Enti comunali e provinciali. L’avvento dei Supermercati prima e dei grandi Centri commerciali dopo, ha finito per ridurre o cancellare del tutto quelle “piccole-grandi” realtà in grado di soddisfare il fabbisogno quotidiano delle famiglie di allora. Resistono ancora i mercati storici di Catania: “‘a fera” e “‘a piscarìa” in primis. La prima ormai è “invasa” dalle botteghe cinesi; la seconda, negli ultimi tempi sta facendo registrare una paurosa “desertificazione” commerciale causata dal sempre più frequente abbandono dei venditori. “Vuoti” sempre più evidenti che affievoliscono progressivamente il tradizionale “colore” che caratterizza i luoghi. “Lascia” chi è in età pensionabile, cambia mestiere chi è ancora “impiegabile”. Pescatori, macellai, fruttivendoli e altri, lamentano un calo nelle vendite a fronte degli eccessivi costi sostenuti: “Cca c’è maccarìa”-sostengono- “non ci niscemu cchiù che’ spisi”. Molti “Vendesi” campeggiano in quasi tutte le vie del Centro storico catanese. Meno nelle periferie dove c’è più densità di popolazione. Quelli che furono storici bar, ristoranti, pizzerie e perfino librerie e cinema, hanno abbassato per sempre le loro saracinesche mettendo la parola “fine” alla duratura esperienza.

Pubblicato su “La Sicilia” del 10.03.2024

                                                                                                          

 

 

 

 

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