ABITUDINI ALIMENTARI CHE CAMBIANO: ARRUSTI E MANGIA O LA BISTECCA IN 3D?

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Le cucine di una volta, centro fisico e dinamico della vita domestica, corrono il rischio di sparire definitivamente. Forse è questione di tempo. Potrebbero essere soppiantate da nuove tipologie di cibi prodotti in laboratorio, che nulla hanno a che vedere con le abitudini durevoli da una vita. Già ci siamo.

Un cambiamento epocale che rientrerebbe in quel “politicamente corretto” molto caro ai “progressisti”. Anche il classico “arrusti e mangia” all’aria aperta, potrebbe seguire la stessa sorte. Gli ambientalisti più oltranzisti si scagliano contro questa pratica, additandola tra le maggiori cause di inquinamento ambientale. Il “fucularu”, che già una prima “violenza” l’aveva subita allorquando gli sostituirono il nome chiamandolo “barbecue”, potrebbe perciò essere presto rottamato. Tutta una letteratura “culinaria”si sta sviluppando in cucina, con tanto di ricette e trattati gastronomici nuovi da fare impallidire chi della forchetta ne aveva già fatto un’arte. Da diversi anni, molte ditte in Europa e nel mondo si attrezzano per diversificare l’alimentazione, introducendo prodotti sintetici di laboratorio e non solo. “Ormai”-come si dice dalle nostre parti- “ si rapìu ‘u tagghiu”. Sul tavolo, la disputa tra chi è favorevole e chi contro le nuove tendenze è più che mai accesa. “ ‘A custioni addivintau chiù spinusa de’ cacuocciuliddi ‘da fera” commenta un telespettatore mentre assiste in diretta tv a una zuffa verbale tra due agguerriti cuochi di segno opposto. Difficile mettere tutti d’accordo: ci sarà sempre chi non sostituirà mai una succosa bistecca mezza cotta e mezza cruda con un pezzo di carne stampato in 3D secondo la tecnica della coltura o replicazione cellulare partorita in un freddo laboratorio industriale. Qui il tema si fa molto serio, perché non intacca solo il palato degli avventori, ma le tasche di chi ha sempre operato nel settore alimentare abituale. Più che assecondare il verde, si rischia di rimanere…al verde. Per seguire il nuovo corso, si mettono “all’ingrasso” non più vitelli, maiali, conigli, cavalli e quant’altro, ma vermi e coleotteri di vario genere. In futuro, anche il latte, le uova e il miele potrebbero essere prodotti “in vitro”. “A cascata” anche tanto altro. A Catania circola la battuta: “Vadda ca ppi mangiari ‘ni finisci a cogghiri bratti ppe strati!!!” La farina di grillo, ad esempio, in Italia è già una realtà. Anche se debitamente regolamentata, viene utilizzata come elemento base al posto di quella tradizionale. Dicono che sia nutriente e ricca di vitamine. Per chi i grilli li vorrebbe saltati in padella, sono croccanti prelibatezze. Poveri animaletti: dalla foglia alla padella, è stato tutto un attimo. Chi lo doveva dire!? Il danno maggiore lo subirebbero i piccoli allevatori e gli agricoltori. Loro neanche lontanamente potrebbero tenere il passo nei confronti delle grandi multinazionali del settore che nel frattempo si sono ben organizzate. “Come cambiano le mode, così cambiano anche i gusti alimentari”, questo sembra volere dire la Commissione Europea che ha avviato diversi progetti con l’obiettivo di aiutare i produttori di carni coltivate in laboratorio a introdurre sul mercato prodotti alternativi nelle mense degli Stati membri. Ma i motivi sono anche altri: vanno dalla presunta riduzione delle conseguenze negative delle carni convenzionali, all’inquinamento prodotto dalle aziende agricole aduse all’utilizzo di potenti pesticidi. In Italia la questione sembra “indigesta”. Il ministro all’agricoltura dell’attuale governo, con apposito decreto ha stabilito il divieto di produrre cibi che possano essere riconducibili al sintetico. Le pene per i trasgressori sono severe. Oltre alla chiusura dello stabilimento e alle sanzioni pecuniarie, si rischiano altri provvedimenti come: la confisca del prodotto illecito e il divieto di accesso a possibili contributi e finanziamenti da parte dello Stato. L’Europa a sua volta potrebbe avviare nei confronti dell’Italia un provvedimento di “infrazione” con tanto di conto salato a danno delle casse statali italiane. In tal caso l’iniziativa avrebbe tutto il sapore della forzatura. Tradotto in dialetto catanese purissimo, sarebbe come dire: “ ‘O ti mangi sta minestra, ‘o ti jetti ‘da finestra”. Speriamo di no. Andando a ritroso nel tempo, troviamo già i primi tentativi di variare i menù con ingredienti sintetici. E’ del 1971 l’annuncio da parte di una nota catena alimentare londinese, della imminente costruzione di uno stabilimento su scala mondiale per la fabbricazione delle proteine sintetiche. Il costo si sarebbe aggirato intorno a 30 milioni di sterline. Una notizia molto ghiotta cui i giornali però non dedicarono molto spazio. I titoli di occhiello suonarono come una premonizione: “L’avvenire ci riserva la carne sintetica”.

 

Pubblicato su "La Sicilia" del 24.02.2024

 

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