SANT’AGATA 2024

Share

La Festa di Sant’Agata ediz. 2024 promette bene. Quest’anno sono state messe in campo alcune interessanti novità. Degne di nota: la preghiera corale davanti alla “Porta delle Farfalle” a Librino, e il varo della quindicesima candelora. Quest’ultima dedicata al compianto Grand’ufficiale Luigi Maina. Insuperato organizzatore  di quella che viene considerata la terza festa più conosciuta al mondo, Maina per oltre sessant’anni si è speso per questa causa. Anche se non sono state tutte “rose e fiori”, il merito dell’ex cerimoniere del Comune di Catania è stato quello di aver concretamente coniugato passione, devozione e dovere. In ordine di importanza storica, Maina merita di essere considerato l’autentico erede di Alvaro Paternò, lo stesso che nel 1522 varò il primo cerimoniale per i festeggiamenti agatini. Chissà cosa direbbe di questa lodevole iniziativa che lo riguarda “alla memoria”: lui che di aggiungere altre candelore non voleva nemmeno sentirne parlare. “Sono 12 e finchè ci sarò io, 12 rimarranno. Poi quello che vorranno fare, faranno”, così diceva. Aveva visto bene. Le candelore comunque, in quanto portatrici di luce e arte, sono un patrimonio da amare e custodire. Nel corso dei secoli, il loro numero è variato. Nel XVI sec. ogni candelora era accompagnata da due consoli, o artigiani dell’arte, della confraternita cui apparteneva. Se ne contavano 22. Un secolo dopo arrivarono ad essere 28. Essendo di notevole altezza, a quell’epoca erano chiamate “Gigli”. E’ da ritenere però che tale appellativo possa essere connesso anche al simbolo purificatorio che esse rappresentano. Alla fine del sec XIX si sono ridotte a 15 fino alla ulteriore riduzione a 12. Nel frattempo avevano assunto lo stile Barocco che ancora oggi ammiriamo. Molte sono state abbandonate sulla via del progresso, altre invece continuano ad essere “Annacate” come da tradizione. Fino alla metà degli anni ’60 dello scorso secolo, venivano fatte uscire a partire dal 2 febbraio. In questo giorno si celebra la “purificazione di Maria. Il rito prevede la benedizione di ceri e candele nelle chiese. Per i devoti catanesi particolarmente legati alle tradizioni, la benedizione viene estesa anche al Sacco devozionale agatino. Durante l’anno, pure i ragazzini fanno girare la propria. Come materiale per la costruzione hanno usato cassette della frutta e cartone. Una vera attrazione che conferma come l’amore dei catanesi per Sant’Agata si trasmette da generazione in generazione. La portano in giro con tanto di “banda” musicale. “Tamburi” e “trombette” al seguito nella speranza che qualcuno offra loro qualche spicciolo. Ma oggi, quelle vere, si possono incontrare per strada anche nel mese di gennaio. Tra le novità di quest’anno, registriamo la sostituzione dei due robusti cordoni. L’anno scorso uno si ruppe nella salita dei Cappuccini; l’incidente per puro miracolo non causò danni a uomini e cose. I cordoni sono componenti essenziali del prezioso meccanismo processionale, in quanto permettono ai fedeli di trainare il cinquecentesco fercolo sul quale è posizionato il busto reliquiario della Santa. Lunghi rispettivamente 120 e 125 metri, alla loro estremità sono fissate le quattro “maniglie”. La differenza di metraggio è per consentire una maggiore facilità di manovra. E’ nei cordoni che di solito si concentra il massimo rispetto verso la sacralità. Esso è simbolo di unità totale intesa come interdipendenza inscindibile(intreccio). Per poterlo toccare in funzione religiosa, il devoto è chiamato ad indossare i guanti in dotazione all’abito penitenziale. Per i catanesi non esiste una “coppia” di cordoni, ma “ ‘U cudduni”. Il “singolare” è semplificazione linguistica tipica delle nostre contrade. Viene utilizzato non solo come segno di attaccamento verso Sant’Agata, ma percepito come “ buon augurio”. “ Ha stari comu ‘nto’ cudduni” si dice quando qualcuno chiede ordine e rispetto. La festa promette bene anche dal punto di vista meteorologico. Pare infatti che le giornate della processione, fatti i dovuti scongiuri, saranno “baciate” dal sole. Complice il weekend, gli alberghi sono già pieni di turisti ansiosi di osservare da vicino, quasi toccare con mano, la grande Fede e la profonda devozione che i catanesi manifestano per la Santa Patrona. Ma come tradurre loro le frasi di giubilo in stretto dialetto catanese gridate dai devoti col sacco penitenziale bianco? … E cu Ràzia e cu cori, vardàtila ch’è bedda; Javi du occhi ca’ parunu du’ stiddi e na’ ucca ca pari ‘na rosa…semu tutti devoti tuttiii…Cittadini!… cittadini!!…” Ma forse non c’è bisogno della traduzione; la gestualità basta per comprendere ciò che di per sé è già eloquente.  

Nella foto, l’uscita del Busto Reliquiario dopo la messa dell’ aurora

Additional information