SANT’AGATA

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Dal giorno successivo all’Epifania, a Catania inizia il “conto alla rovescia”. Poco meno di un mese e sarà festa grande. I catanesi riabbracceranno “Sant’Aituzza Bedda”( non ‘a “Santuzza”, vezzeggiativo attribuito dai palermitani a Santa Rosalia). … “E cu razzia e cu ccori…javi se’ misi ca non ti virèmu….semu tutti devoti tutti!!??…Cittadini!…cittadini!( e no cettu, cettu; e men che meno cit.cit che non appartengono alla tradizione originaria di questa festa). Il proverbio lo dice chiaramente: “Doppu l’Epifania, Sant’Aita è ppi la via”. Per i Catanesi, è la prima festività dell’anno. Nel calendario non è segnato in rosso, ma nel cuore dei devoti, sì. Il sacro velo, già dagli inizi di questo mese è in viaggio. Come prima tappa del 2024  ha toccato il popoloso quartiere di Librino. Qui è stato accolto con gioia dalle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice e dai numerosi giovani presenti nel locale oratorio Giovanni Paolo II. Quello del Sacro velo racchiuso nel suo tipico astuccio “ a fiala” in argento sbalzato, commissionato nel 1929 dall’allora arcivescovo Giuseppe Francia Nava, è da considerare l’ottavo reliquiario. Gli altri sette di forma anatomica, sono contenuti in altrettanti astucci d’argento massiccio dorato, sbalzato e cesellato. Eseguiti in epoche diverse, le preziose custodie risultano stilisticamente dissimili tra loro. Nessuno ha mai chiamato il sacro velo con il suo vero nome: “grimpa” ( dal francese glimpe). Il significato di questa parola portata in Sicilia dai Normanni, è riferito a una tipologia di tessuti. La grimpa, era un lungo fazzoletto di seta grezza facente parte dell’abbigliamento femminile. In particolare, veniva imposto sul capo delle vergini cristiane allorquando esse venivano consacrate a Dio.  Quello di Sant’Agata è un velo di lino lungo 4 metri per 60 centimetri, bardato a fili d’oro. Un indumento potente e miracoloso, come riportano le cronache riferibili ai suoi prodigi. E’ stato più volte condotto in processione per fermare la lava dell’Etna.  Da qui la leggenda secondo la quale il velo originariamente di colore bianco, sarebbe diventato rosso in virtù dei contatti ravvicinati col calore incandescente del magma. Ma al velo sarebbe legata anche un’altra leggenda riportata dal famoso demopsicologo palermitano Giuseppe Pitrè.  E’ simile a quella di Penelope. La Santa catanese-secondo questa narrazione- sarebbe stata una tessitrice di straordinaria abilità. La sua bellezza, la sua eleganza di nobile fanciulla, avrebbe indotto un ricco giovane a chiederle di sposarlo. Agata promise di accettare l’offerta, ma solo dopo avere completato un velo che di giorno tesseva e la notte scuciva. Da qui il detto: “Essiri comu ‘a tila di Sant’Aita”, per indicare cioè un lavoro destinato a non finire mai. Un frammento di questa credenza si potrebbe cogliere anche in alcuni passi de “I Malavoglia” di Giovanni Verga. Nella famosa opera dell’illustre concittadino, leggiamo che “Mena”(Filomena) era nominata “Sant’Agata”, perché stava sempre al telaio. L’usanza del “pellegrinaggio” del velo agatino tra le parrocchie cittadine, si è sempre mantenuta intatta negli anni. Ciò che invece oggi continua a essere oggetto di polemica è l’eccessiva dilatazione dei tempi. Ormai la festa ha preso una piega difficile da correggere. Da parecchi decenni, il rientro avviene ben oltre gli orari stabiliti dal programma. Nella contesa tra chi si schiera per il rientro della processione nei tempi previsti,  e chi invece propende per il prolungamento a “oltranza”, a perderci sono le tradizioni. Questa festa deve la sua fama nel mondo, oltre che alla Santità della V.M. Agata, anche alla suggestività dei suoi riti. Essi sono profondamente legati alla storia stessa della Patrona. La salita dei Cappuccini si dovrebbe effettuare alle 14.00 in punto. Ciò perché sarebbe stato questo l’orario del suo “Die natalis”( terminologia cristiana che indica la dipartita di un Santo/a). Farla svolgere nel tardo pomeriggio o di sera, significa ignorare una tradizione che fino agli anni ’80 dello scorso secolo veniva scrupolosamente rispettata. Ancora più significativo il cosiddetto canto delle Clarisse, in via Crociferi. Quando una volta veniva effettuato alle prime luci dell’alba, era qualcosa di stupendo. Quel canto, con il silenzio ovattato e le “tinte colorate” del cielo, era uno dei momenti più suggestivi di tutta la festa. Il punto di contatto tra la bellezza del creato e la preghiera di Sant’Agata attraverso la voce delle religiose e del popolo catanese. E invece, oggi, tra lo strombazzare delle automobili della città moderna e rumorosa che riprende la propria quotidianità, questo momento va a farsi benedire.  Ma intanto: “ Isatila sta vuci, faciticci sentiri quantu ‘a vuliti beni!!!…Cittadini!…cittadini!!!.  

 

Pubblicato su “La Sicilia” del 28.01.’24

                                                                                             

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