I SETTANT'ANNI DELLA RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA

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Il 3 gennaio di quest’anno, la Rai ha compiuto settant’anni. Alle 11 del mattino, il primo “Vagito”. La cerimonia inaugurale si svolse contemporaneamente nelle sedi di Milano, Torino e Roma. I primi tentativi di diffusione si ebbero già nel 1934. Risale al 1949 invece la prima trasmissione in via “sperimentale”. Con l’occasione, Corrado Mantoni presentò una importante “Rassegna” a Milano. La RAI Radiotelevisione italiana nasce dalle ceneri dell’ EIAR(Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) come conseguenza dell’estensione della propria attività al settore televisivo. L’EIAR era stato dal 1927 e fino alla disfatta del fascismo, uno straordinario strumento di propaganda del regime. Intellettuali e politici novelli paladini della democrazia, spinsero per il suo superamento. Quella della televisione fu una vera e propria rivoluzione nell’ambito del sistema comunicativo di massa in Italia. Per artisti e giornalisti, c’era da metterci la faccia e non più la voce. Non era cosa di poco conto. Quelli che non se la sentirono di continuare o non furono giudicati idonei al nuovo modello, dovettero cambiare mestiere. In compenso emersero altri personaggi che attraverso la televisione sarebbero diventati famosi. Alle tradizionali scuole di “dizione” si affiancarono truccatori, stilisti, e tutte quelle figure professionali in grado di garantire un prodotto di sicuro rendimento estetico. Si agì secondo un principio vecchio quanto il mondo: “Anche l’occhio vuole la sua parte”. Quella “scatola” lignea a quel tempo considerata “magica”, al suo interno conteneva un complicato assemblaggio elettronico. Si accendeva da una pesante scatoletta metallica(stabilizzatore) posta all’esterno. Un robusto filo collegava l’apparecchio all’antenna situata all’aperto e nel punto più alto dell’edificio. Oltre al tubo cosiddetto “catodico” attaccato allo schermo, spiccavano le “voluminose” valvole. Aprendola, il caratteristico odore acre e pungente misto di polvere e magnete, invadeva subito le narici. In quel groviglio di fili e supporti, solo tecnici esperti provenienti da precedenti esperienze di radio e telecomunicazioni potevano districarsi. Gli stessi furono poi chiamati ad insegnare nelle nascenti scuole “Radio Elettra”. A Catania, uno dei primi operatori a mettere mano ai complicati congegni della televisione, fu Emanuele Consoli. Uno strano personaggio. Sempre taciturno e di mezza età. Alto, allampanato e leggermente curvo, inforcava gli occhiali sul nasone adunco che gli ornava il viso scarno. Quando si metteva al lavoro, niente e nessuno poteva distoglierlo. Il mondo poteva crollargli addosso, ma egli non si sarebbe spostato di un solo millimetro. Inutile fargli domande. Dalla sua bocca, solo un flebile suono gutturale usciva; tipico di chi tira il fiato per la fatica. “Ma chistu comu fa!?” Si chiedevano i committenti; sta di fatto che dopo il suo intervento, l’aggeggio tornava a funzionare meglio di prima. Dove avesse acquisito tanta abilità, nessuno lo seppe mai. Era tempo sprecato cercare di “estorcergli” una parola. Appena un cenno di saluto: incassava il compenso e se ne andava. Ad avere il compito più gravoso furono i tecnici esterni, coloro i quali cioè si dedicavano alla sistemazione dei ripetitori, delle antenne o dei macchinari di sala. Questi “sofisticati” strumenti andavano in tilt per un nonnulla; ripararli in tempi congrui non era affatto facile. Nel bel mezzo di un film o di una nuova trasmissione a quiz, quando compariva la scritta “Scusateci per l’interruzione, le trasmissioni riprenderanno al più presto”, i telespettatori inveivano contro lo stesso apparecchio: “ ‘U pigghiassi e ‘u biàssi do’ baccuni…sa peddiri ‘u me nnomu!!!”. Chi è un po' più avanti di età, ricorderà i programmi che fecero epoca. Tutto in bianco e nero. Le imprese dello sport, i documentari, il “festival di Sanremo”, “Lascia e raddoppia” e “Non è mai troppo tardi” del “mitico” maestro Alberto Manzi. “L’amico degli animali” era invece una rubrica curata dallo zoologo Angelo Lombardi. Gli estimatori di questa trasmissione, sarebbero rimasti delusi quando anni dopo appresero dai giornali che il conduttore, in privato, non era affatto “tenero” con gli animali. Poi seguì il “Carosello” e tanto altro ancora. Un apparecchio televisivo non era alla “portata” di tutte le tasche. Il prezzo medio era di lire 450.000; cioè circa 7000 euro di oggi. Solo i ceti medio-alti potevano permetterselo. Quasi sempre a rate. Nella nostra città ci fu il fortunato che lo vinse a sorteggio. Quando si notava un capannello di persone sostare davanti a un’abitazione a pianterreno, si intuiva che i proprietari ne possedessero uno. Tutti incollati alla finestra lasciata aperta e con le tendine scostate.

 

Nella foto, l'antico monoscopio della Rai 

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