CATANIA: "LA STORIA CANCELLATA DALLA NATURA E DALL'UOMO"

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“Parti Diu e parti Camastra” cosi si usa dire a Catania quando si narra del terremoto che l’11 gennaio del 1693 devastò la parte sud-orientale della Sicilia(Val di Noto). Di Catania rimasero solo le rovine. Il Duca di Camastra fu incaricato di redigere un immediato piano di ricostruzione. Lo pretese il vicerè in persona. Per necessità di cose, dovette “completare” l’opera: fece abbattere quel poco che era rimasto in piedi. Lo fece per creare un modello urbanistico adatto alle esigenze dei cittadini. Volle una città più “spaziosa”, in grado di difendersi con maggiore facilità in caso di nuovi eventi sismici. Da quell’infausto giorno, sono trascorsi 331 anni. Una vera e propria catastrofe si abbattè sulla città colpita pure dal maremoto. Le acque dello Jonio, entrando con violenza nella terraferma, trascinarono al largo corpi e detriti. I Iibri di storia patria, riportano ampiamente ogni minimo dettaglio del luttuoso evento, sia pure con qualche difformità sul numero dei morti. Le cifre riferibili alle vittime sono “ballerine”. Tutte le testimonianze furono discordanti l’una dall’altra. Le fonti, alcune delle quali attestate direttamente da chi riuscì a salvarsi, non sono state affatto concordi su questi particolari di rilievo demografico. Facendo una media dei dati riportati da alcuni cronisti ritenuti attendibili, il Camastra stabilì che il numero dei morti e dispersi accertati fosse di 16.000 su una popolazione complessiva di 19.000. La città dovette ripartire da zero. Ma alle devastazioni causate dalla natura, sono da aggiungere anche quelle prodotte dall’uomo. La seconda guerra mondiale devastò il territorio etneo quasi quanto un terremoto. Si contarono migliaia morti e altrettanti feriti. Interi palazzi crollarono sotto le bombe anglo-americane. Gli attacchi arrivarono dal cielo e dal mare. A terra tuonarono i carri armati. Molte famiglie si ritrovarono senza un tetto. Finita la guerra, ecco un’altra ferita nel cuore del Centro storico catanese: lo sventramento del vecchio San Berillo. Gli abitanti furono fatti traslocare nelle case popolari nel frattempo costruite nella zona nord-occidentale della città. Nacque il nuovo quartiere denominato “Nesima superiore”. Qualcuno la definì molto realisticamente una vera e propria “deportazione”. Doveva essere un risanamento completo quello del vecchio quartiere di San Berillo, e invece lo fu per metà. L’altra, è semplicemente rimasta una brutta incompiuta. La seconda parte del secolo scorso, fu caratterizzato da un “saccheggio urbanistico” senza precedenti. Le aree appetibili, anche quelle di raro interesse naturalistico, vennero cementificate in blocco. Nei Centri storici, nel nome di un preteso progresso, ville di grande pregio caddero sotto i colpi delle ruspe. Al loro posto, sorsero enormi palazzoni di cemento armato. La villa Bonaiuto, a Catania, scampò all’abbattimento grazie al tempestivo intervento delle autorità. Al furore delle ruspe scampò pure “villa Josè” in v. Leucatia. Il piccolo “gioiello”, raro esempio di “Liberty eclettico”, fu salva grazie alla denunzia dei media e all’intervento delle istituzioni civili e politiche del quartiere Barriera-Canalicchio. Così non fu per gli immobili scoperti senza il vincolo della Soprintendenza. E’ di questi giorni la forte polemica scatenata a seguito della licenza edilizia rilasciata per la costruzione di una palazzina in via Dilg, nel cuore del quartiere Cibali. La questione si trascina da tempo. Ora pare sia arrivato il momento della resa dei conti: “l’opera s’ha da fare! ” Lo dice il Tribunale Amministrativo Regionale. Il comitato dei residenti si oppone alla costruzione poiché su quest’area graverebbe un vincolo etnoantropologico e storico. Non è roba da poco. Lì di storia ce n’è tanta davvero. La questione ricorda un episodio accaduto molti anni fa a pochi passi dalla zona contesa. Negli anni ’50 dello scorso secolo, grazie alla tenacia di una popolana del luogo, l’antico lavatoio fu salvo. Da oltre un secolo le lavandaie “cifalote” lavavano i panni nelle acque del “Longane”, il fiume che scorre nel sottosuolo. Un tratto di esso venne incanalato in superficie, per servire questo piccolo ma accogliente lavatorio. Continuando la tradizione dei suoi avi, anche donna Carmela( detta ‘a cuzzulara) se ne serviva. Quando un’ordinanza sindacale ne decretò la demolizione per motivi igienico-sanitarie, lei fu la prima ad opporsi. Qualcuno le mise in mano un documento del ‘600, attraverso il quale riuscì a dimostrare che quell’area non era di pertinenza pubblica ma privata. Il vescovo Bonadies, dopo la distruttiva colata lavica del 1669, l’aveva acquistata e donata ai cittadini per “pubblica utilità”. Di fronte all’evidenza, il comune che già aveva mandato le ruspe, dovette fare marcia indietro.

 

Nella foto, ruderi del quartiere San berillo di Catania.

Pubblicato su "La Sicilia" del 12.01.2024

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