FALSARI STORICI CATANESI

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“Cu si vardau ‘si savvau”, questo proverbio la dice lunga su ciò che vuol dire “prevenzione”. Oggi come allora, è necessario evitare di esporsi alle truffe o ai raggiri che taluni malintenzionati sono pronti a fare. Nell’era dei social, ancora di più. L’inganno è sempre in agguato. “Occhiu vivu e ‘a manu ‘o cuteddu” dicevano i nostri Avi; e come sempre ci azzeccavano. Le false notizie le chiamano “bufale” perché nell’immaginario collettivo la vittima si farebbe trascinare come un bufalo per l’anello al naso. Ma questo termine però avrebbe anche altre derivazioni. Riguarderebbe l’abitudine che taluni macellai poco onesti hanno di spacciare per carne vaccina quella di bufala. In ogni caso, “Falla comu la voi, sempri è cucuzza”; ovvero: gira e rigira il risultato è sempre lo stesso. La disonestà, purtroppo, è una componente umana. Essa dipende da molti fattori. In alcuni è addirittura innata. Il peccato originale, nasce proprio da una “solenne falsità” perpetrata ai danni di una “povera” coppia ignara. Vivendo nella beatitudine, Adamo ed Eva sconoscevano il lato oscuro del male. Qualcuno ne ha approfittato. Ma per chi non crede ai testi sacri, potrebbe essere anche questo un “falso storico”, perché no!? Un mistero tra i tanti. Bisogna avere Fede. Dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla religione, i falsari hanno fatto…la storia. Quasi sempre con una abilità che ha dell’incredibile. L’intraprendente frate Giuseppe Vella, Cappellano del monastero benedettino monrealese di San Martino delle scale, la combinò grossa. Approfittando della scarsa conoscenza della lingua araba che vi era quel tempo, dette vita a un solenne raggiro che dal 1782 al 1795 tenne sotto scacco: storici, ambasciatori, docenti e nobili compresi. La truffa, meglio nota come “L’araldica impostura”, causò forti ripercussioni politiche nell’Isola. Vella era un bibliomane che spacciandosi per conoscitore della lingua araba, un bel giorno modificò i caratteri di alcuni antichi codici. Smonta e rimonta, ne inventò uno lui. Per meglio riuscire nell’impresa, userà perfino una nuova lingua “sconosciuta” che chiamerà Mauro-Sicula. La nuova Storia dei musulmani in Sicilia che realizzerà, sarà fasulla. La sua pseudo-traduzione, ebbe come unico effetto quello di delegittimare i tentativi di riforma compiuti dai vicerè contro i privilegi dei feudatari siciliani fondati prevalentemente su diritti patrimoniali nati da palesi usurpazioni. Spiega che non erano stati i Normanni a fondare la storia moderna di Sicilia, ma gli Arabi. Nel frattempo venne promosso abate. Dalla “scoperta”, a scapito dei più sprovveduti, ricavò enormi benefici sul piano professionale. Per lui venne addirittura creata a Palermo una cattedra di Arabo all’Università. Il “nuovo” codice, venne tradotto in tedesco. La sua “attività” continuò con la “traduzione” di un nuovo testo: “Consiglio d’Egitto”, sugli scambi epistolari tra la corona e i sultani d’Egitto. Quando cominciarono ad addensarsi su di lui i primi sospetti, tentò una serie di sotterfugi che però non bastarono ad evitargli la pubblica “gogna” e 15 anni di galera. Il poeta coevo Giovanni Meli scriverà: “Sta minzogna saracina/ cu sta giubba mala misa/trova cui pri concubina/l’accarizza, adorna e spisa./ E cridennula di sangu,/ comu vanta anticu e puru,/d’introdurla in ogni rangu/ si fa pregiu non oscuru”. In fatto di “burle” Catania non è seconda a nessuno. Ne potremmo citare a centinaia. Lo scrittore giornalista e fine umorista Massimo Simili, nel suo “Capitano catanese” pubblicato nel 1966, nel citare un caso realmente accaduto, parla di abili “intrallazzi” catanesi che “per genialità sono accostabili solo al grande Leonardo Da Vinci”. Come non ricordare la figura del falsario Paolo Ciulla? Un mito. Grazie a lui, oltre ai soprannomi risaputi: “peri arsi” e “giammerghi di sita”, i catanesi si guadagnarono pure quello di “soddi fàusi”. Paolo Ciulla era un tipografo abilissimo. Nato a Caltagirone nel 1867, sin da ragazzo mostrerà attitudine al disegno. Trasferitosi a Catania, trovò enormi difficoltà di inserimento. La sua vita privata non fu affatto adamantina. Venne più volte accusato di pedofilia. Tentò la fortuna a Parigi, frequentò circoli d’arte nel Sud America prima di fare ritorno a Catania. Approfittando della sua abilità professionale, cominciò a “fabbricare” soldi. Prima biglietti da 50, poi da 500 lire. Una storia che durò più del dovuto. Si disse che dalla sua illecita attività, molte persone si sarebbero arricchite. Solo per un caso fortuito la “zecca” venne scoperta. Ciulla fu tratto in arresto. Quando tre periti della Banca d’Italia richiesti dal tribunale di Catania misero a confronto i due biglietti da 500 lire, ebbero prima qualche esitazione. Erano così uguali che scambiarono la banconota falsa per quella vera. Condannato a 5 anni di carcere e 5000 lire di multa, Ciulla ne uscirà malconcio. Ricoverato in un’ospizio dei poveri a Caltagirone, morirà quasi cieco l’anno dopo. Aveva 61 anni.

 

Nella foto, il profilo del falsario Paolo Ciulla

Pubblicato su La Sicilia del 4.12.2022

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